C’è qualcosa di provocatorio nel titolo scelto da Dinova per il suo evento annuale: “C’è una sola intelligenza”. Una provocazione che però, a sentire Cristiano Boscato, ceo della società del Gruppo Maggioli, ha una logica precisa. “Vogliamo arrivare a dire che alla fine ci conosciamo poco – spiega - e che l’intelligenza su cui dobbiamo mettere l’accento è quella umana: l’artificiale deve essere considerata uno strumento a servizio della prima”.
Il 19 marzo scorso, il PalaDozza di Bologna ha ospitato una mattinata densa di voci. Centinaia di manager, decision maker e rappresentanti delle istituzioni si sono trovati attorno a un attualissimo tema: il rapporto tra intelligenza artificiale e intelligenza umana, tra efficienza algoritmica e responsabilità sociale, tra innovazione e etica. Sul palco si sono alternati il filosofo Vito Mancuso, il campione Nba Marco Belinelli, la ricercatrice Vanessa Druskat, il giornalista Emilio Cozzi, e — in una chiave volutamente dissonante — l’attore Maccio Capatonda, chiamato a smontare con la sua comicità gli automatismi del racconto sull’IA. Perché “per capire davvero cosa sta succedendo serve uno sguardo largo, non settoriale”, commenta Boscato.
Ma perché un’azienda tech si occupa di etica? “Io credo che oggi un’azienda come la nostra che si occupa di tecnologia, in particolare di intelligenza artificiale - risponde il ceo - abbia il dovere di ragionare rispetto alla complessità di questi tempi. Una complessità tecnologica, certo, ma anche di business - cosa diventerà il consumatore di domani - e soprattutto una responsabilità di tipo sociale, di ricaduta sul territorio, sulle persone”. Una posizione che Boscato sostiene con coerenza, senza evitare la parte scomoda dei conflitti di interesse. Quando gli si chiede se non sia paradossale che siano proprio le aziende tech a farsi custodi dell’etica dell’IA — con tutti i problemi di sovrapposizione tra interesse commerciale e interesse pubblico che questo comporta — la risposta è diretta: “L’economista Peter Drucker diceva che ogni business ha bisogno di un cliente. Con l’IA si rischia che non ci siano più clienti. Deve essere un’economia virtuosa, non votata al profitto fine a se stesso. Se togli di mezzo il cliente, poi non lo trovi più”. Il ragionamento è pragmatico, ma arriva a un punto serio: l’innovazione tecnologica spinta all’eccesso, senza governance né redistribuzione, rischia di erodere le basi stesse del mercato che la alimenta. Non è solo una questione morale, ma anche di sopravvivenza economica.
L’evento del 19 marzo è stato il lancio di una serie di iniziative che nei prossimi mesi si svilupperanno su tre assi: scuola, terzo settore e cultura. Il progetto rivolto alle scuole superiori partirà a settembre a Milano, Bologna e Roma e prevede percorsi distinti per studenti e insegnanti. “Gli alunni, che sono già utilizzatori forti dell’IA, possono ragionare rispetto a tutto quello che c’è intorno: l’etica, i bias, le modalità di lavoro per essere davvero pronti al mondo del lavoro in una maniera nuova, creativa ed efficace”. Ma il punto su cui Dinova vuole investire con più forza è la formazione degli insegnanti: “L’idea di fondo è di formare delle persone che poi possono formare a loro volta degli studenti”.
Il punto di partenza è una survey condotta su qualche centinaia di istituti. Il quadro che emerge è quello che molti intuiscono ma pochi misurano: “Quello che vediamo nelle scuole è molta macchia di leopardo. C’è qualche insegnante di buona volontà che è già più avanti, si sta documentando, ma generalmente c’è ancora molta immaturità”. Un ritardo che Dinova non legge come inerzia culturale, ma come un vuoto strutturale che le aziende hanno sia la responsabilità che l’interesse a colmare.
Il secondo asse è quello del terzo settore. L’idea è portare strumenti di intelligenza artificiale alle organizzazioni no profit che operano nel sociale, spesso con risorse scarse e personale volontario. “Sono come delle pmi senza budget”, sintetizza Boscato. “Andando a costruire tecnologia agentica per loro, aiutiamo a ottimizzare e potenziare il lavoro, permettendo loro di concentrarsi su quello che è il loro vero scopo: aiutare le persone”. Il terzo asse è culturale: Dinova ha in mente, per Bologna, un museo e una biblioteca sull’IA. Non un celebrativo tempio della tecnologia, ma uno spazio per rallentare e mettere in prospettiva. Tre assi, un’unica direzione. Quella di un’azienda che ha deciso di non limitarsi a vendere tecnologia, ma di partecipare attivamente alla conversazione su cosa farne. “La ricetta per il futuro non ce l’ha né Gpt, né OpenAI, né Gemini. E tanto meno Dinova, evidentemente”, conclude Boscato. “Solo insieme la troveremo".