C’è una domanda che rimbalza nelle stanze dei legislatori europei, nei laboratori della Silicon Valley e nei convegni di palazzo: come controllare l’intelligenza artificiale. E soprattutto, secondo quali valori. L’AI Index 2025 di Stanford — una delle più autorevoli fotografie annuali dello stato dell’arte dell’intelligenza artificiale — lo dimostra con i numeri: nel 2024 negli Stati Uniti sono state introdotte 59 nuove regolamentazioni federali legate all’IA, più del doppio dell’anno precedente, emanate da 42 agenzie diverse. A livello globale, le menzioni dell’IA nei procedimenti legislativi di 75 paesi sono cresciute del 21,3% nel 2024, arrivando a quota 1.889: nove volte il dato del 2016.
La spinta economica è impressionante: gli investimenti privati globali in IA hanno raggiunto i 252,3 miliardi di dollari nel 2024 (+44,5%), con la sola intelligenza artificiale generativa a 33,9 miliardi — oltre otto volte i livelli del 2022. Il 78% delle organizzazioni dichiara di usarla, contro il 55% dell’anno precedente. Ma a questa corsa non corrisponde una parallela maturità etica: la cybersicurezza è considerata rischio rilevante dal 66% delle aziende, ma solo il 53% agisce per mitigarla.
La conformità normativa preoccupa il 63%, ma solo il 50% lavora per garantirla. Nel 2024 gli incidenti causati dall’intelligenza artificiale sono cresciuti del 56,4% rispetto al 2023: riconoscimenti facciali errati, chatbot pericolosi per minori, deepfake di persone decedute. Segnali di un ecosistema che cresce più velocemente della sua capacità di autoregolarsi. Sul fronte del lavoro, in Italia, Fondazione Randstad AI & Humanities stima che circa 10,5 milioni di lavoratori italiani siano altamente esposti al rischio di automazione. Di questi, il 46,6% appartiene a professioni a bassa qualifica, il 43,5% a qualifica media, il 9,9% ad alta. Secondo Valentina Sangiorgi, presidente della Fondazione, servono politiche che garantiscano un’IA guidata da valori umanistici: pensiero critico, empatia, creatività. E un nuovo modello formativo che combini competenze tecniche con soft skill che nessun algoritmo può replicare. La vera rivoluzione in atto, avverte il coordinatore scientifico Emilio Colombo, è qualitativa: "L’intelligenza artificiale non deve essere vista come un’entità autonoma, ma come uno strumento che riflette e amplifica le scelte umane”, commenta.
In assenza di norme universali, alcune aziende del settore si sono dati regole proprie. Anthropic ha pubblicato a gennaio 2026 una nuova “Costituzione” per il suo modello Claude: 84 pagine di principi, divieti e ragionamenti etici. Il giurista Ernesto Belisario l’ha definita un esempio di “AI constitutionalism”, la pratica nascente di codificare valori condivisi nelle regole operative dei modelli. La Costituzione stabilisce sette divieti assoluti (dalle armi di distruzione di massa al materiale pedopornografico) e adotta un’etica della virtù aristotelica: Claude deve sviluppare giudizio proprio, non solo eseguire regole, rifiutando anche eventuali richieste non etiche provenienti dagli stessi creatori.
L’idea è ambiziosa ma Belisario, in un articolo su Legge Zero, ne segnala le ombre: i principi sono stati scritti da un’azienda privata senza consultazione pubblica, senza meccanismi di verifica indipendente. “I valori etici contenuti nella Costituzione sono definiti da un gruppo di persone che lavora in una società che persegue un fine di lucro – scrive l’avvocato - Qual è la legittimazione dei ricercatori a scrivere un documento di questo tipo, adottato senza alcun coinvolgimento dell’opinione pubblica? Pare poi che la Costituzione non si applicherà ai modelli distribuiti da Anthropic al Dipartimento della guerra del governo Usa (con cui Anthropic ha un contratto da 200 milioni di dollari)”. Una contraddizione che pesa: perché un’etica che si ferma alla porta del Pentagono non è etica, è un contratto.
C’è un altro piano su cui il dibattito etico sull’IA è ancora poco frequentato: quello delle relazioni umane. Vanessa Druskat, professoressa di Organizational Behavior all’Università del New Hampshire, è netta: l’IA non può sostituire l’ascolto, il confronto, la costruzione condivisa di senso nei team, ma può aiutare i leader a creare condizioni migliori perché il lavoro umano prosperi. Il punto è l’intenzionalità: usare l’intelligenza artificiale per liberare tempo e spazio per la connessione, non per sostituirla.
Il cantiere normativo è aperto, i governi si muovono — l’AI Act europeo, gli istituti per la sicurezza IA in dieci paesi, gli investimenti pubblici — ma le risposte sembrano ancora inseguire una realtà che accelera troppo in fretta. La vera sfida non è solo scrivere regole, è decidere chi ha il diritto e la legittimità di farlo. Il rapporto Stanford lo conferma con un dato emblematico: la fiducia dei cittadini nelle aziende del settore IA è già in calo — la quota di chi crede che proteggano i dati personali è scesa dal 50% nel 2023 al 47% nel 2024 — mentre il supporto alla regolamentazione tra i policymaker locali americani è salito al 73,7%.