Biodiversità bancaria, un aiuto all'economia

Biodiversità bancaria, un aiuto all'economia

L'omologazione nei modelli aumenta il rischio sistemico e penalizza le Pmi. Per preservare la competitività dei territori, è necessario accrescere la diversificazione dal lato dell'offerta

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La biodiversità del sistema bancario italiano come sfida cruciale per la stabilità dell’economia reale e la coesione sociale del Paese. È uno dei temi più dibattuti negli ultimi tempi tra gli analisti del settore dopo che per diversi lustri la parola d’ordine è stata la concentrazione dell’offerta alla ricerca di economie di scala. Una tendenza che non sembra destinata a esaurirsi nel breve, considerato che la pressione sui margini non si è affatto esaurita, ma che si accompagna con la crescente percezione del vuoto che si è venuto a creare in relazione non solo ad alcune geografie, ma anche tipologie di clientela, con accenti particolari tra le piccole e medie imprese.

Nel corso di un convegno organizzato per fare il punto a 35 anni dalla Legge Amato (che ha avviato la privatizzazione delle banche pubbliche), la rettrice dell’Università Cattolica Elena Beccalli ha evidenziato come la coesistenza di modelli bancari diversi e alternativi sia un bene prezioso da preservare, poiché il pluralismo genera benefici tangibili e scientificamente documentati. Infatti, un sistema caratterizzato da questa eterogeneità non solo favorisce la crescita economica, ma stimola anche una sana concorrenza e garantisce una maggiore resilienza durante le fasi di crisi finanziaria.

Al contrario, evidenziano gli studi realizzati da Wolf Wagner (professore di Finanza alla Rotterdam School of Management) e accolti dalla comunità degli economisti, la stabilità del sistema bancario diminuisce in conseguenza dell’omologazione degli operatori poiché peggiora i loro incentivi ad assumere rischi e a fornire liquidità. È quanto accaduto, ad esempio, durante la crisi finanziaria globale, quando la minore diversità degli attori ha aumentato il rischio sistemico. L’omologazione ha cioè generato fragilità poiché un comportamento omogeneo, pur rendendo più sicura ogni banca singolarmente, aumenta appunto il rischio sistemico. Non solo; un calo del livello di eterogeneità nel settore finanziario può essere un segnale di allarme che consente di intercettare recessioni economiche.

"Per l’Italia, l’esperienza mostra che la varietà degli attori creditizi ha un impatto positivo sulla vitalità del tessuto produttivo, in particolare facilitando la nascita di nuove imprese e di startup innovative che faticano a trovare ascolto nei canali di finanziamento più standardizzati”, è l’analisi di Beccalli. A questo proposito, la Legge Amato del 1990, concepita per ridurre la frammentazione e modernizzare il sistema attraverso la privatizzazione, ha posto le basi per l’evoluzione di modelli alternativi alla banca commerciale pura. La distinzione tra l’attività operativa e la missione sociale delle fondazioni ha permesso di mantenere un legame con il territorio, pur in un quadro di efficienza di mercato.

Dopo la crisi globale del 2008, questo doppio binario ha perso vigore e vi è stata una forte accelerazione delle aggregazioni. A fronte di oltre un migliaio di istituti bancari operanti in Italia all’inizio degli anni Novanta, oggi se ne contano poco più di 400. Uno studio della First Cisl segnala che nel 2025 vi erano 3.419 comuni (pari al 43% del totale) e 4,7 milioni di abitanti senza presidio bancario fisico. Solo lo scorso anno sono stati chiusi altri 516 sportelli, un dato che ha seguito la chiusura di 508 filiali registrata nel 2024.

Di certo, c’è che la diffusione dell’internet banking consente una copertura fisica più ridotta, ma è pur vero che in Italia – sempre stando all’indagine First Cisl - solo il 36,7% della popolazione tra i 65 e i 74 anni utilizza canali digitali, contro una media Ue del 47,9%. Questo divario rende la chiusura degli sportelli un fattore di esclusione sociale per ampie fette della popolazione. "La riduzione della prossimità fisica incide direttamente sul relationship banking, il cuore pulsante delle banche di territorio. Diverse analisi evidenziano che le piccole banche territoriali sono più efficaci nel finanziare le Pmi perché sono in grado di elaborare le cosiddette soft information. Si tratta di informazioni qualitative, legate alla reputazione, alla capacità imprenditoriale e al contesto sociale, che i grandi gruppi, basati quasi esclusivamente su algoritmi e hard information, tendono inevitabilmente a scartare”, sottolinea la rettrice della Cattolica.

L’economista Rainer Masera ha ripetutamente evidenziato come l’approccio europeo del “one size fits all” (una taglia unica per tutti) sia dannoso. Applicare alle piccole banche di comunità le stesse stringenti regole burocratiche e patrimoniali pensate per i giganti sistemici globali significa condannarle alla chiusura o alla fusione forzata. Un tema ripreso in più occasioni anche da Ignazio Visco, già Governatore della Banca d’Italia, il quale ha sottolineato come il sistema europeo necessiti di integrazioni per consentire agli intermediari minori di fare rete, condividendo costi e servizi tecnologici per restare efficienti, senza però dover rinunciare alla propria autonomia decisionale e al legame con la comunità di riferimento. In sostanza, le autorità di regolamentazione dovrebbero favorire lo sviluppo di un modello bancario pluralista, capace di coniugare innovazione tecnologica e sensibilità umana, per puntare a una crescita davvero sostenibile e capace di rispondere ai differenti bisogni delle varie comunità territoriali.

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