Il pieno di benzina, la spesa al supermercato, la bolletta del gas pagata dal datore di lavoro. Per milioni di dipendenti i fringe benefit sono diventati un pezzo di busta paga. Oggi funzionano così: fino a 1.000 euro l’anno per i lavoratori senza figli, e fino a 2.000 euro per quelli con figli a carico, il valore dei beni e servizi ricevuti dall’azienda non concorre al reddito: niente Irpef e niente contributi. Sono soglie di esenzione, non importi garantiti: è l’impresa a decidere se e quanto erogare. Ma è un pezzo a tempo: la legge di Bilancio 2025 ha fissato le soglie per il triennio 2025-2027. Poi, senza un nuovo intervento, si torna a 258,23 euro. Dal 2020 sei norme diverse hanno ritoccato quel tetto, quasi sempre per un anno. Ora due ricerche commissionate da Satispay, una firmata da Carlo Cottarelli e Giampaolo Galli e una dell’Osservatorio HR Innovation del Politecnico di Milano, arrivano alla stessa conclusione: stabilizzare la detassazione conviene al Paese.
Per il triennio 2025-2027 la Ragioneria generale dello Stato stima il costo della misura in 648 milioni di euro l’anno, tra Irpef e contributi; 874 milioni includendo la soglia base. Secondo la nota dell’Osservatorio sui conti pubblici italiani dell’Università Cattolica, renderla permanente non farebbe esplodere quella cifra. Il motivo è che l’utilizzo resta lontano dal potenziale. Una relazione tecnica del 2022 indicava circa 3 milioni di lavoratori coinvolti, su poco più di 15 milioni di dipendenti privati. Un’adesione totale, con tiraggio pieno, costerebbe nell’ordine di 15 miliardi: uno scenario che lo studio evoca solo “in via assolutamente teorica”. A frenare ci sono la capacità di spesa delle piccole imprese, gli oneri amministrativi e il fatto che il welfare non può sostituire lo stipendio né genera contributi per pensione e Tfr. Se la spesa salisse oltre le attese, gli autori suggeriscono una clausola di salvaguardia: fissare un limite massimo a quanto lo Stato può perdere ogni anno in mancato gettito per questa agevolazione, indicativamente un miliardo di euro. Con una controindicazione che loro stessi riconoscono: una volta esaurito il plafond l’esenzione non sarebbe più disponibile e le imprese tornerebbero a non sapere se potranno contarci, magari dovendo contendersela in un click day.
Poi c’è il ritorno: un taglio delle tasse aumenta il reddito disponibile che le famiglie possono scegliere di risparmiare. Il welfare aziendale è un vantaggio a cui si accede spendendo. Il modello econometrico della Banca d’Italia dice che una riduzione delle imposte dirette pari all’1% del Pil fa crescere il Pil solo dello 0,11% in un anno. Da qui la stima prudenziale di Cottarelli e Galli: in un anno un euro di welfare ha un effetto sul Pil pari a quattro volte quello di un euro di abbattimento Irpef. L’esempio è in cifre. Un miliardo di spesa aggiuntiva in welfare aziendale farebbe salire il Pil di 800 milioni il primo anno e di 1,25 miliardi al terzo. Alle casse pubbliche tornerebbero circa 280 milioni il primo anno e 480 al terzo. Con un taglio Irpef, il recupero sarebbe un quarto.
Che il welfare sia ormai strutturale lo dicono i numeri del Politecnico di Milano. Il 77% dei lavoratori impiegati in aziende con più di dieci dipendenti riceve almeno una forma di benefit. Il 66% delle organizzazioni del campione offre fringe benefit, e per il 30% la soglia a mille euro ha inciso sulla decisione di introdurli o ampliarli.
Il problema è la durata. Dopo la mancanza di risorse finanziarie, indicata dal 37% delle organizzazioni, il secondo ostacolo è proprio l’instabilità delle soglie di esenzione, segnalata dal 22%. E alla domanda su cosa farebbero se si tornasse a 258,23 euro, il 20% risponde che ridurrebbe l’importo fino alla nuova soglia. Un altro 40% non sa indicare come reagirebbe.
A pagare sarebbero i lavoratori. I buoni acquisto finiscono soprattutto in spese ordinarie: il 54% li ha usati per i carburanti, il 53% per spesa alimentare e beni di prima necessità. Il 57% esaurisce il budget entro sei mesi. C’è poi la quota di consumi che senza buoni non esisterebbe: avrebbe rinunciato all’acquisto il 47% di chi li ha spesi per la cura della persona, il 29% per l’elettronica, il 26% per la cultura e altrettanti per casa e arredamento. “Il fringe benefit è lo strumento di welfare con il tasso di utilizzo più alto e l’impatto più diretto sul potere d’acquisto dei lavoratori”, dice Martina Mauri, direttrice dell’Osservatorio Hr Innovation del Polimi. “I dati mostrano che l’incertezza normativa si traduce in scelte concrete delle aziende, che rinunciano a investire in welfare quando non possono pianificare su orizzonti pluriennali. Stabilizzare le soglie significa sbloccare un potenziale inespresso”.
Sullo sfondo c’è la questione salariale. Nel 2024 i salari reali italiani erano del 3% sotto i livelli del 1995, mentre in Francia sono cresciuti del 30,9% e in Germania del 30,4%. Rispetto al 2019 la perdita di potere d’acquisto è ancora dell’8,6%. Il welfare non risolve i problemi strutturali del mercato del lavoro, ma chi dispone di un budget lo spende. Le soglie attuali valgono fino al 2027. Dopo serviranno nuove proroghe, oppure la scelta di renderle strutturali. I due studi indicano la seconda strada: costa poco più di quanto è già a bilancio e per ogni euro restituisce quattro volte un taglio dell’Irpef.