Afghanistan, tra i giovani talebani delusi e senza soldi: "Cosa ne sarà di noi?"
di Marjana Sadat , di Marjana SadatI talebani governano l'Afghanistan da un anno ormai. Il loro regime non ha ottenuto né il consenso interno, né la legittimità internazionale. Un regime che insiste ancora sull'applicazione assoluta di quella che definiscono Sharia islamica, ma che non ha equivalenti negli altri 56 Paesi islamici del mondo. Ciò che più rappresenta un pericolo per i Paesi della regione e del mondo è però la crescita di mentalità estremiste e l'unione di combattenti talebani disincantati e disoccupati con altri gruppi radicali.
I nuovi fondamentalisti
Sebbene gli stessi talebani abbiano un'unità di attentatori suicidi nel loro minister…
I talebani governano l'Afghanistan da un anno ormai. Il loro regime non ha ottenuto né il consenso interno, né la legittimità internazionale. Un regime che insiste ancora sull'applicazione assoluta di quella che definiscono Sharia islamica, ma che non ha equivalenti negli altri 56 Paesi islamici del mondo. Ciò che più rappresenta un pericolo per i Paesi della regione e del mondo è però la crescita di mentalità estremiste e l'unione di combattenti talebani disincantati e disoccupati con altri gruppi radicali.
I nuovi fondamentalisti
Sebbene gli stessi talebani abbiano un'unità di attentatori suicidi nel loro ministero degli Interni e la citino sempre con orgoglio, gli attacchi dell'Iskp contro gli sciiti a Kabul e in diverse altre province, gli attacchi missilistici dall'Afghanistan contro il Tagikistan e l'Uzbekistan, Paesi confinanti con l'Afghanistan, la recente uccisione di un eminente studioso religioso che sosteneva i talebani a Herat, Mawlawi Ansari, con un attacco suicida, e l’attacco suicida all'ambasciata russa a Kabul, che ha ucciso due diplomatici russi e quattro afghani, dimostrano che la diffusione dell'estremismo cresce di giorno in giorno e che i giovani radicalizzati, che un tempo combattevano per i talebani ed erano pronti al suicidio, ora, a causa della disillusione e della disoccupazione, si sono uniti a gruppi più radicali dei talebani e combattono contro i talebani stessi.
D'altra parte, la realtà attuale dell'Afghanistan è che, con il governo dei talebani, la folla dei mendicanti è aumentata e non c'è speranza di migliorare la propria vita. Forse non sorprende troppo che, a causa della frustrazione per la situazione attuale, centinaia di combattenti talebani, divenuti un anno fa i padroni dell'Afghanistan, si uniscano ora ad altri gruppi radicali per mancanza di risorse finanziarie.
Miliziani senza più stipendio
Per capire questa realtà, ho parlato con diversi miliziani talebani, alcuni dei quali sono ancora nei loro ranghi senza ricevere alcuno stipendio dopo un anno. Alcuni di loro sono fuggiti nei Paesi vicini vendendo le loro armi, altri hanno abbandonato i talebani e cercano di unirsi ad altri gruppi.
Ho parlato con Atal (nome di fantasia), un combattente talebano di 23 anni che vive a Logar, un quartiere di Kabul. Dice di essere stato nelle file dei talebani per quattro anni e di avere ora una responsabilità nella provincia, ma di non ricevere denaro o aiuti da un anno. Atal racconta di aver combattuto per tre anni in diverse province contro le forze straniere e i soldati afghani sostenuti dalla Nato, ma dopo la presa del potere da parte dei talebani, il 15 agosto dello scorso anno, si aspettava una vita migliore, cosa che non è avvenuta.
Disperato per la situazione attuale, Atal afferma che assumere le redini del governo e dirigerlo è molto diverso dall'essere un miliziano. Atal, che si è sposato solo pochi mesi prima dell’ascesa al potere dei talebani in Afghanistan, critica la leadership talebana e afferma che era necessario occuparsi della situazione del Paese dopo il ritiro delle forze straniere, ma secondo lui questo non è avvenuto e tutti si sono preoccupati solo dei propri interessi personali. Atal, che sembra aver esaurito la pazienza, sostiene che, se questa situazione continuerà, prima o poi il regime talebano dovrà affrontare il destino del governo di Ashraf Ghani. “La Jihad è finita e gli stranieri se ne sono andati, che hanno intenzione di fare adesso?”, chiede con rabbia ai leader talebani.
È passato un anno e la sua vita non è migliorata. Che cosa pensa di fare se questa situazione dovesse continuare? “Quando i tuoi figli soffrono la fame, non temerai di affrontare il leone”, dice Atal riferendosi a un proverbio afghano che allude al fatto che, in tempi difficili, si è pronti a fare di tutto per sopravvivere. Atal ha un bambino appena nato e dice di non sapere come allevarlo senza soldi.
Fuga in Iran
Ho contattato alcune persone che conoscevo a Farah, una provincia occidentale dell'Afghanistan, confinante con l'Iran. Dopo tante lotte, ho scoperto che un paio di mesi fa questi due combattenti talebani hanno venduto le loro armi e sono fuggiti in Iran. Due giovani di 24 e 25 anni, amici, che si erano uniti ai talebani tre anni fa. Con l’aiuto di una mia fonte fidata, uno di loro ha accettato di parlare con me. Nawid (nome di fantasia), 24 anni, ora vive a Mashhad, in Iran.
Quando gli chiedo perché abbia venduto la sua arma e sia fuggito in Iran, risponde prontamente: “Le armi non mi davano il pane”. La voce di Nawid tradisce la sua insoddisfazione: sono stati al fianco dei talebani in nome della Jihad, ma ora la Jihad è finita e hanno bisogno di lavoro e di una vita decente. Invece, nonostante sia stato un combattente per due anni e abbia lavorato per dieci mesi per il regime talebano, non è mai stato pagato. Gli chiedo che cosa faccia in Iran e se sia felice. Mi risponde che lavora in un'impresa edile ed è contento di vivere in pace, di avere cibo da mangiare e vestiti da indossare. Ma quando gli domando se abbia deciso di rimanere in Iran per molto tempo “Appena troverò un punto d'appoggio in Afghanistan tornerò”, risponde con un tono sicuro. La parola “punto d'appoggio” è significativa.
Con la pancia vuota
Ho parlato con un combattente talebano nella provincia settentrionale di Badakhshan, una provincia con molte risorse naturali, tra cui delle miniere d'oro. Nader (nome di fantasia), è un tagico di 28 anni. Aveva lasciato i ranghi dei talebani per mancanza di mezzi di sostentamento, ma recentemente si è di nuovo unito a loro. È ancora insoddisfatto. Nader dice che i combattenti di etnia tagica hanno dato legittimità al regime talebano a predominanza pashtun, ma ora vede che vengono nuovamente discriminati e non ricevono alcun aiuto. “Hanno estratto e preso il nostro oro, ma noi soffriamo la fame”, dice Nader. Le miniere d'oro del Badakhshan sono sfruttate dai talebani del sud.
Nader è più insoddisfatto di altri combattenti talebani delusi. Dopo il 15 agosto 2021, la leadership talebana non si fida più di loro, racconta. Nader ripete che i leader dei talebani a Kabul e Kandahar vivono come re, ognuno di loro ha sposato diverse nuove mogli e guida auto di lusso. “Abbiamo combattuto contro le forze straniere e nazionali per molti anni, ma ora andiamo a letto con la pancia vuota”, dice con frustrazione.
Perché si è unito di nuovo ai talebani, dopo un breve allontanamento, nonostante tutte le ingiustizie e lo scarso di salario di cui si lamenta? Nader risponde che non aveva altra scelta e che, se l'avesse avuta, non si sarebbe mai più unito ai talebani. Che cosa intende per altra scelta? “Se qualcuno mi offrisse una condizione di vita migliore, lo seguirei”, risponde amaramente. E se un altro gruppo volesse combattere contro i talebani? Dopo un attimo di silenzio, dice: “Non mettere qualcuno nell'angolo, ti salterà addosso”. Se non avrà altre vie d'uscita, sarà costretto a bussare a qualsiasi porta.
La replica dei talebani
Per capire il punto di vista dei talebani, ho contattato diverse fonti del loro regime. Alla fine, un alto membro dell'intelligence e un alto funzionario del ministero della Difesa talebano hanno accettato di parlare a condizione di mantenere l’anonimato. Pur sottolineando che gli ex combattenti fanno ora parte della loro struttura governativa e ricevono uno stipendio, ammettono che in alcune zone dell'Afghanistan ci sono combattenti che potrebbero non ricevere uno stipendio regolare . “Il motivo è che mancano le risorse finanziarie”, hanno detto.
Non è un problema serio?, chiedo. Non spinge i loro uomini a unirsi ad altri combattenti più estremi come l'Iskp? Il funzionario del ministero della Difesa talebano dice che questo potrebbe essere un problema a lungo termine, ma il funzionario dell'intelligence talebana afferma che hanno il controllo generale della situazione e non permetteranno ai loro uomini di unirsi ad altri gruppi estremisti. E aggiunge: “Non c'è alcuna possibilità di ribellione contro di noi”.
In generale, le autorità talebane negano che i loro membri insoddisfatti si uniscano ad altri movimenti radicali. Ma ascoltando le parole dei combattenti talebani scontenti, ripercorrendo la sanguinosa storia dell'Afghanistan e l'espansione delle ideologie estremiste negli ultimi anni, sembra che i loro problemi finanziari e il crescente divario tra i leader talebani e i loro combattenti aprano la strada a un ulteriore aumento della violenza e all'adesione ad altri gruppi più radicali. Anche se i talebani sostengono di avere un controllo assoluto della situazione, i ripetuti attacchi contro di loro dall'anno scorso fanno riecheggiare nella mia mente il proverbio citato da Atal: “Quando i tuoi figli soffrono la fame, non temerai di affrontare il leone”.
Traduzione di Luis E. Moriones
Link alla versione inglese