A Parma brilla il Verdi di Spagna

Il maestro in un'illustrazione di Elisa  Seitzinger
Il maestro in un'illustrazione di Elisa Seitzinger 
Il filo rosso del Festival verdiano quest’anno è dato dalle opere ispirate a drammi letterari spagnoli. In edizioni critiche che tolgono incrostazioni alle partiture e ne restituiscono lo smalto originario
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Al Festival Verdi c’è sempre un fil rouge che attraversa il cartellone. Quest’anno, anzi, un hilo rojo. Le tre opere in programma hanno infatti in comune l’origine da fonti letterarie spagnole. La forza del destino è tratta dal dramma Don Álvaro o La fuerza del sino di Ángel Perez de Saavedra, Il trovatore da El Trovador di Antonio Garcìa Gutiérrez, Simon Boccanegra da Simón Bocanegra ancora di Gutiérrez. Perché potersi dare un concept unitario non è scontato. È un’opportunità che è concessa ai festival ma molto meno alle stagioni liriche dei teatri, obbligati a sottostare ad altre dinamiche. Lo spiega bene Anna Maria Meo, dal 2015 direttore generale del Teatro Regio di Parma e direttore artistico del Festival: «Verdi è l’autore più rappresentato al mondo. Per questo abbiamo sempre perseguito l’obiettivo di far ascoltare un Verdi che non si è mai sentito altrove. Solo edizioni critiche messe a punto dall’Istituto Nazionale di Studi Verdiani, che levano incrostazioni alle partiture e ne restituiscono lo smalto originario, riscoprono varianti, pezzi alternativi e ripristinano versioni dimenticate come il Macbeth in francese mai più eseguito dopo il debutto. Ci auguriamo che queste conquiste possano diventare patrimonio comune degli enti lirico-sinfonici».

Chiaro allora perché, nell’attesa, è meglio non perdersi occasioni come questa. Il 22 settembre il Festival si apre al Regio con il nuovo allestimento de La forza del destino nella versione di Milano 1869. Regia, scene e costumi sono di Yannis Kokkos, sul podio dell’orchestra e coro del Teatro Comunale di Bologna il direttore musicale del Festival Roberto Abbado. Il trovatore è in scena per quattro recite al Teatro Magnani di Fidenza da sabato 24 nell’allestimento del Festival 2016 firmato dalla regista Elisabetta Courir. Sebastiano Rolli dirige la Filarmonica Arturo Toscanini e il Coro del Regio. Simon Boccanegra è l’opera grande e imperfetta cui Verdi rimetterà mano per testare la rivoluzione nata dall’incontro con Arrigo Boito e che porterà a Otello e Falstaff. Da domenica 25 al Regio il nuovo allestimento con la regia di Valentina Carrasco propone la rara versione originale di Venezia 1857 integrata da documenti autografi emersi dagli archivi di Sant’Agata. Riccardo Frizza dirige la Filarmonica Toscanini e il coro del Regio.

Ma perché Verdi si innamora dei drammoni spagnoli? Cosa ci trova di funzionale alla svolta drammaturgica di una carriera ai trionfi della prima maturità? Il musicologo Francesco Izzo, direttore dell’Istituto di Studi Verdiani e curatore scientifico del progetto: «Verdi non è un programmatico. Shakespeare, ad esempio, lo accompagna per tutta la vita. Dopo il 1848 inizia a cercare spasmodicamente storie inconsuete, personaggi a tinte forti. Li trova nel teatro spagnolo, che scopre grazie alla storia d’amore con Giuseppina Strepponi. Lei conosce la lingua. È lei stessa a indirizzarlo verso Gutiérrez e Saavedra». All’epoca il teatro spagnolo non è rappresentato al di qua dei Pirenei. È ben poco noto anche in Francia, l’imbuto dove confluiscono le varie esperienze letterarie che poi circolano in traduzione per l’Europa. Rivolgendosi ad esso, Verdi ha la certezza di trattare materiale originale.

Ma quei drammi hanno anche un’altra caratteristica ideale per il Maestro. Sono romanzi scenici. Come nel Bardo, le unità teatrali di spazio, tempo e azione saltano completamente. Non c’è intreccio omogeneo ma una narrazione a pannelli che si srotola rapsodica come un feuilleton: affollata di personaggi, episodi, tableaux vivant, racconti pop-up, salti temporali, cambi di velocità. L’epopea di Boccanegra, già corsaro poi primo Doge di Genova, attraversa le generazioni. Nella Forza Don Alvaro e Don Carlo incrociano le lame ogni volta che il fato li rimette davanti come in The Duel di Joseph Conrad e nel film di Ridley Scott. E anche l’azione del Trovatore, che pure si svolge in un tempo concentrato, viene dilatata all’indietro dalla storia splatter del bimbo rapito.

«Quel teatro – riflette Izzo – ha un respiro cronologico di portata epica che Verdi prima aveva trovato solo nei Lombardi alla prima crociata dal poema di Tommaso Grossi». E – sorpresa! – accende l’attenzione del mangiapreti di Busseto per Manzoni. «La revisione della Forza del Destino per la Scala nel 1869 non aggiunge solo la celebre Sinfonia. A San Pietroburgo nel 1862 l’opera si concludeva con il suicidio di Don Alvaro che si getta da una rupe accompagnato dal coro dei frati. Quella nuova introduce il finale di redenzione». La scena dell’osteria è ricalcata sulla locanda di Gorgonzola dei Promessi Sposi. E tutta manzoniana è la cura per i personaggi di contorno: «Il Padre Guardiano è un Fra Cristoforo del cui passato non sappiamo nulla, ma che ugualmente incute timore e rispetto con il suo carisma».