Mahmood tra palco e realtà, il documentario alla Festa di Roma: "Mai stato bravo a parlare di me, per questo scrivo canzoni"

Presentato ad Alice della città, il docu-ritratto firmato da Giorgio Testi segue il musicista nelle occasioni pubbliche e rivela aspetti inediti della vita privata
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"Non sono mai stato tanto bravo a parlare di me, forse anche per questo ho iniziato a scrivere canzoni". Parla di sé Mahmood nel documentario che prende il titolo dal suo nome, un docu-ritratto firmato da Giorgio Testi in anteprima a Alice nella città, la sezione autonoma e parallela della Festa del cinema di Roma e che uscirà in sala come evento dal 17 al 19 ottobre con Nexo, poi sarà su Prime Video dal 15 novembre.

(agf)

Mahmood è una viaggio che segue il filo del più recente tour italiano e europeo dell'artista, dal Bataclan di Parigi allo O2 Shepherd's Bush Empire di Londra alla Sala But di Madrid passando per l'Alcatraz a Milano o l'Eurovision. Sguardi, filmini di famiglia, testimonianze di amici, famigliari e colleghi da Carmen Consoli a Blanco (con il quale ha vinto il Festival di Sanremo con Brividi) e Dardust che raccontano il percorso umano, personale e artistico di Alessandro Mahmoud, classe 1992.

In particolare ci si sofferma sull'importanza della figura della madre Anna, di Orosei, punto fermo nella sua vita ("si mostrava sempre come un bambino felice, ho scoperto poi che esprimeva il suo malessere nelle canzoni", spiega); e ancora, il complicato rapporto con il padre egiziano Ahmed (raccontato anche in uno dei suoi brani simbolo, Soldi), le fragilità, le delusioni professionali (come l'eliminazione a X Factor nel 2012), i momenti difficili, anche recenti, come la sua casa andata distrutta nell'incendio della Torre dei Moro a Milano nel 2021, infine la capacità di cogliere nuove occasioni e il rapporto con il successo "che non l'ha cambiato - dice una sua amica - anzi, l'ha reso più empatico".

Quando decidi "di fare un docufilm sulla tua vita e sul tuo percorso devi essere sincero e raccontare anche cose un po' più scomode, come ho fatto rispetto al rapporto con mio padre - spiega Mahmood in conferenza stampa - si è rivelato un viaggio molto utile anche per me. Io a volte per non pensare ai miei problemi cerco di offuscare i ricordi del passato. Il documentario in questo senso è stato terapeutico, mi ha aiutato a mettere dei puntini su certi momenti... Certo - commenta sorridendo - ora li conoscono pure gli altri".

Il cantautore voleva che il docuflm (prodotto da Red Carpet, Società del Gruppo ILBE, in collaborazione con Prime Video) fosse "l'antitesi di una celebrazione, di un premio alla carriera, anche perché vedermi passare dalla pineta in Sardegna, dove cucino le salsicce insieme alla mia famiglia, alle prove nei camerini di Londra non corrisponde al ritratto di una superstar che spacca tutto. Non volevo fosse un racconto pomposo, ma che fosse in rilievo il lato più umano di questo percorso, la trasformazione che porta in me la musica. Volevo mostrare come sono fatto realmente".

Il musicista, nel suo tragitto di esplorazione delle altre arti, l'anno scorso ha anche pubblicato una graphic novel, Ghettolimpo. Sui sentieri dell'anima (Mondadori): "Penso stia diventando sempre più riduttivo parlare di barriere tra musica, cinema, letteratura, moda, credo che tutto sia linkabile e collegabile. Grazie a questo documentario ho potuto spiegare lati e aspetti del mio carattere che con la musica non sono sempre così chiari d'istinto". A Mahmood piacerebbe che il docufilm comunicasse anche come non esistano sempre delle scappatoie "nella strada per arrivare a un obiettivo e che comunque non ci si debba fermare di fronte alle porte in faccia".