Lucio Dalla: "Non combatto niente se non la falsità e l'idiozia"

In un'intervista del 1999 ralizzata in occasione dell'uscita dell'album 'Ciao', il cantautore raccontava la sua visione del mondo anticipando i cambiamenti arrivati negli anni a seguire
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Nell'estate del 1999, Lucio Dalla presentava il suo album Ciao. In occasione dell'uscita del disco ha ripreso e ricantato 1999, la sua prima canzone, scritta addirittura nel 1966, con l'ironia che lo aveva sempre caratterizzato. Lucio allungava e accorciava il tempo come fosse un elastico. Scherzava con la tecnologia, presentava il disco in anteprima su Internet, ma il suo sguardo sul mondo non era sempre indulgente. Per lui, poteva essere vero tutto e il contrario di tutto. Alle certezze che crollano, una dopo l'altra, sopravvive la musica. Questa l'intervista raccolta in una occasione speciale: sulla sua barca alle Isole Tremiti.

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Questo suo nuovo album sembra realizzato in grande rilassatezza.
"È un disco fatto in totale libertà, anche se forse c'è meno divertimento rispetto ad altri lavori. In genere, per essere davvero me stesso, devo giocare molto con gli arrangiamenti, e qui mi sono molto contenuto. Però credo di aver fatto un disco decisamente controtendenza, allegro ma non troppo. E sicuramente non di tendenza, un termine che detesto perché nasconde tanta immondizia e una clamorosa mancanza di idee".

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Il tema di "Ciao", però, non è così allegro.
"Si può considerare allegro come la sensazione che hai della fine. Che puoi fare, se ti arriva un treno addosso e non ha il tempo di toglierti dai binari? Stiamo vivendo la mutazione, una mutazione così evidente che non si vede. Stiamo mutando ogni giorno che cambia. Su Cambio c'era una canzone che si chiamava Comunisti. Era il '90, era appena crollato il Muro di Berlino, crollava il comunismo ma anche l'ideologia in generale, il cosiddetto "politico". L'organizzazione di quegli anni non teneva conto di due elementi che erano ormai visibili: la massmediologia e l'evoluzione della comunicazione, che diventa istantanea, planetaria. Se le menzogne non stanno più in piedi, non è che si comincia a dire la verità: semplicemente cambia il modo di mentire, con più spazio, più larghezza. E allora l'unica cosa che non cambia è la musica. Il testo di Ciao in sostanza dice "Ragazzi, non stupitevi, perché noi viviamo nella guerra da sempre. Una guerra fatta di informazioni, di supposizioni, di tradimenti, di scudetti persi". Certo, è una canzone molto amara, al punto che all'inizio speravo che la gente non la capisse subito".

C'è un senso di ineluttabilità, o forse di impotenza, in questa visione delle cose.
"Ma non c'è molto da fare. Tra l'altro questo mondo così sgangherato, così effimero, per certi aspetti è anche molto allettante. In fondo io cerco di prendere tutto, non combatto niente, se non la stupidità e la falsità. Ma a volte arrivo a capire anche questo. Aspetto di vedere cosa succede adesso. Non ho punti fermi, se non il fatto che sono cristiano e che non sopporto nessuna forma di violenza. Cerco di capire. Sono un osservatore, anche se non esattamente neutrale".

In questo album lei ha recuperato "1999", la sua primissima incisione. Che rapporto ha con i suoi vecchi dischi?
"Mi incuriosiscono molto. Se risento i miei primissimi lavori rimango sbalordito perché non credo che oggi ci sia qualcuno in grado di andare così, soprattutto dal punto di vista della follia. 1999, sotto questo aspetto, è impressionante. Io venivo dal jazz, ma ho sempre amato da morire la musica leggera. Non sono mai stato un settario, e l'unica cosa che ho sempre detestato era l'essere conservatori. Se mi devo costruire una casa, scelgo una casa da archeologo oppure cerco di metterne in piedi una che sia lo specchio dei tempi. Per questo considero i miei dischi con Roversi (Automobili, Anidride Solforosa, ecc.) pura sperimentazione. Non voglio una medaglia per questo,è che non potevo fare altro".

La morte di De Andrè e Battisti non la fa sentire un po' più solo?
"Non mi sono mai sentito vicino a nessuno dei due. De André era considerato un poeta e a me ha sempre fatto orrore questa definizione. Quando scrivo i testi, cerco sempre di non fare riferimento a una forma di poesia che considero inutile. E poi per me è fondamentale la fisicità della musica, che può essere energia pura e che coinvolge il canto. Se hai il senso della musica, puoi cantare sopra uno che batte il piede e immediatamente scoppia l'energia. Insomma sono giochi legati all'istinto, e De André non mi è arrivato mai. Era un po' troppo d'elite. Purtroppo non ho mai avuto uno che mi abbia ispirato più di tanto e, soprattutto, non ho mai fatto scuola".

In sostanza, lei non somiglia a nessuno e nessuno le somiglia.
"Esatto. E questo mi dà un senso di solitudine ancora più forte della morte dei miei due colleghi. Non trovo mai nessuno che gioca come me, anche fisicamente, con la faccia, con le storie che crea. Secondo me la canzone è teatralità, e in questo mi sento un incrocio tra un siciliano e un anglo-americano. Per inglesi e americani la teatralità una componente fondamentale, mentre noi qualche volta la sostituiamo con l'ideologia. Allora una canzone come Ciao racconta il disagio nei confronti di una situazione come la guerra, dove è sempre più difficile prendere una posizione. Chi è il cattivo? Milosevic di sicuro, ma forse anche quelli che vanno lì a bombardare. E i serbi sono peggio dei kosovari? Allora sto dalla parte di quelli che si siedono e si chiedono: "Ma di chi diavolo è la colpa?". Il grande input di questo momento storicoè il cambiamento: lo viviamo tutti, e allora bisogna cercare di documentarlo".

Allora l'obiettivo principale è quello di cercare di catturare lo spirito del momento.
"Sì. Voglio cercare di capire, di rilevare quello che succede, di interpretarlo, per poi vedere se c'è un posto anche per me nell'immaginario. Ciò che mi spinge ad andare tutte le domeniche allo stadio o a vedere le partite di basket è che sono uno dei centomila che lo fa. Non mi sono mai nascosto in vita mia, mi piace andare in giro per la strada. Il mio sogno, l'ho sempre detto, è quello di vivere come una persona normale. Forse questo vuol dire che non lo sono, ma non mi spaventa nessuna delle due condizioni. Io sono veramente a cavallo tra i due mondi, e non so ancora esattamente a quale appartengo. Di sicuro a quello della musica, perché non posso immaginare di vivere senza scriverla. E poi il bello della musica è che succedono cose che non puoi prevedere. Ogni tanto succedono fenomeni strani che danno vita a canzoni straordinarie. Ricordo la sensazione di stupore che ho provato la prima volta che ho ascoltato Certe notti di Ligabue, o Vita spericolata di Vasco Rossi. Sono quei brani che improvvisamente diventano giganteschi. Solo la musica leggera ti regala queste emozioni. In fondo, è successo anche a me con Caruso. E poi sono convinto che, quando le componi, ti sembra di scrivere la cosa più normale del mondo. Poi magari ti bruci la testa per mesi e non esce fuori niente. Però sono convinto che una canzone stupida non potrà mai avere successo. Il pubblico non è così stupido come molti, in questo ambiente, pensano. Oggi in molti parlano male del Piotta, ma a me ricorda un poeta latino della decadenza. Lui fa un'operazione molto più creativa di tanti finti filosofi che cercano di spiegare la situazione. La verità è che quando un disco non vende c'è qualcosa che non va. Non esistono operazione difficili. Altrimenti perché un Dario Fo, che certo non mette in piedi spettacoli facili, piace così tanto? Il fatto è che bisogna trovare la giusta chiave per comunicare".

Nei primi anni Settanta il suo divertimento era quello di realizzare dischi all'avanguardia come 'Anidride Solforosa' o 'Automobili'. Oggi si diverte ad andare in giro con l'orchestra. Questo significa che per andare avanti, a un certo punto, bisogna tornare indietro?
"Il fatto è che oggi siamo immersi nella mutazione, ed è una condizione esasperata dall'arrivo del nuovo millennio. Mai come in questo momento ciò che prima era ordinato diventa disordinato. Di conseguenza l'aspetto cronologico delle cose può essere spostato e rivisto. L'aver fatto delle cose prima o dopo, la scansione temporale, a questo punto sono concetti che non hanno più molto senso. Oltretutto, la provocazione sonora mi riesce più facile proprio con l'orchestra, perché in quei concerti posso cambiare radicalmente le melodie, e mi sembra di cantare sempre canzoni nuove. Io sono uno che, per indole, cerca sempre di cambiare tutto, e in questo modo il gioco mi riesce più facile".

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Qual è, secondo lei, il futuro della canzone?
"Probabilmente sarà un futuro senza il disco, inteso come lo intendiamo adesso. Ci sarà spazio per una creatività immediata, istantanea. Non credo che ci sarà più spazio per il concetto di raccolta di canzoni".

E come è cambiato Dalla rispetto a qualche anno fa?
"Oggi forse non riesco più a essere ironico come una volta. Il mio obiettivo, quando lavoravo con Roversi, era quello di dividere la gente. Adesso la mia soddisfazione è quella di vederla unita. Cerco di capire perché la gente mi vuole bene, e sento il dovere di indignarmi per problemi che riguardano più loro che me. Mi emoziona la vita, ma in fondo sono nato per essere solo".