La felicità non è una questione privata e individuale, da vivere in solitudine, ma pubblica e collettiva; così anche il dolore. In una città, si gioisce e si soffre tutti insieme. Scrive Borges: “Ciò che fa un uomo è come se lo facessero tutti gli uomini. Forse Schopenhauer ha ragione: io sono gli altri, ogni uomo, tutti gli uomini”.
Platone, Repubblica, 5 462a-462e
Poniamoci per prima questa domanda, se vogliamo andare d’accordo: quale può essere considerato il bene più grande per la costituzione di uno Stato, quel bene che il legislatore deve avere sempre in mente quando stabilisce le norme, e quale invece il male più grande? Io dico che non esiste, per un paese, male peggiore di quello che lo manda in frantumi e che di un solo Stato ne fa molti, né un bene più grande di quello che lo tiene insieme e lo rende un unico Stato.
E ciò che lo tiene insieme non è proprio il condividere felicità e sofferenze? Mi riferisco soprattutto ai momenti in cui i cittadini partecipano assieme alla gioia di una nascita o al dolore di un lutto, e insieme sono felici e insieme ne soffrono. Al contrario, è la privatizzazione di questi sentimenti la vera forza distruttiva, quando c’è chi esulta e chi si dispera davanti al medesimo evento che riguarda lo Stato e i suoi cittadini.
Mi chiedo se una situazione del genere non dipenda dal fatto che ci sono parole che non vengono pronunciate all’unisono: dal fatto che i cittadini non dicano concordemente “mio” e “non mio”. E lo stesso vale anche per “altrui”. Uno Stato ben governato, allora, sarà quello in cui la maggior parte dei cittadini, riguardo alla stessa cosa, può dire “è mia” o “non è mia”.
E questa è anche la situazione che si verifica nel singolo uomo. Ti faccio un esempio: quando ci facciamo male a un dito, l’intera comunità, che include corpo e anima fino a realizzare quel meccanismo unitario che ha nell’individuo la sua guida, se ne accorge, e tutte le parti del corpo avvertono il dolore della parte colpita. Per questo in genere diciamo che è l’uomo che ha male al dito. E non vale lo stesso anche per ogni altra parte del corpo? Non è l’intera persona a soffrire se una parte è ferita o a gioire se una parte guarisce?
Dunque lo Stato migliore è quello che più si avvicina al meccanismo del corpo umano. E uno Stato del genere, io credo, se anche a un solo cittadino capiti qualcosa di bello o di brutto, dirà che quella condizione lo riguarda personalmente, e tutto insieme sarà felice o tutto insieme piangerà con lui.
Centro Studi “La permanenza del classico dell’Università di Bologna
Traduzione di Ambra Russotti e Teresa Torcello
Per la lettura di Umberto Orsini.
Platone, Repubblica, 5 462a-462e
Poniamoci per prima questa domanda, se vogliamo andare d’accordo: quale può essere considerato il bene più grande per la costituzione di uno Stato, quel bene che il legislatore deve avere sempre in mente quando stabilisce le norme, e quale invece il male più grande? Io dico che non esiste, per un paese, male peggiore di quello che lo manda in frantumi e che di un solo Stato ne fa molti, né un bene più grande di quello che lo tiene insieme e lo rende un unico Stato.
E ciò che lo tiene insieme non è proprio il condividere felicità e sofferenze? Mi riferisco soprattutto ai momenti in cui i cittadini partecipano assieme alla gioia di una nascita o al dolore di un lutto, e insieme sono felici e insieme ne soffrono. Al contrario, è la privatizzazione di questi sentimenti la vera forza distruttiva, quando c’è chi esulta e chi si dispera davanti al medesimo evento che riguarda lo Stato e i suoi cittadini.
Mi chiedo se una situazione del genere non dipenda dal fatto che ci sono parole che non vengono pronunciate all’unisono: dal fatto che i cittadini non dicano concordemente “mio” e “non mio”. E lo stesso vale anche per “altrui”. Uno Stato ben governato, allora, sarà quello in cui la maggior parte dei cittadini, riguardo alla stessa cosa, può dire “è mia” o “non è mia”.
E questa è anche la situazione che si verifica nel singolo uomo. Ti faccio un esempio: quando ci facciamo male a un dito, l’intera comunità, che include corpo e anima fino a realizzare quel meccanismo unitario che ha nell’individuo la sua guida, se ne accorge, e tutte le parti del corpo avvertono il dolore della parte colpita. Per questo in genere diciamo che è l’uomo che ha male al dito. E non vale lo stesso anche per ogni altra parte del corpo? Non è l’intera persona a soffrire se una parte è ferita o a gioire se una parte guarisce?
Dunque lo Stato migliore è quello che più si avvicina al meccanismo del corpo umano. E uno Stato del genere, io credo, se anche a un solo cittadino capiti qualcosa di bello o di brutto, dirà che quella condizione lo riguarda personalmente, e tutto insieme sarà felice o tutto insieme piangerà con lui.
Centro Studi “La permanenza del classico dell’Università di Bologna
Traduzione di Ambra Russotti e Teresa Torcello
Per la lettura di Umberto Orsini.