Enea con Anchise sulle spalle di Bernini (1618–1619), particolare
 

Il grande classico: alla ricerca di Enea

Per questi giorni abbiamo scelto di proporre un brano di un autore “classico”, greco o latino, da leggere in questo tempo complesso. Da Platone a Seneca consigliamo testi e letture d’autore che affrontano temi sempre presenti, come il rapporto con lo Stato o quello con i nostri genitori. La scelta e letture sono del “Centro studi per la permanenza del classico”, firmate da Ivano Dionigi, ex rettore dell’ateneo di Bologna, e Federico Condello, filologo che insegna all’università di Bologna

2 minuti di lettura
Nessuno resti indietro. Proprio in questi drammatici giorni siamo alla ricerca di Enea, di tanti nuovi Enea che si carichino sulle spalle i vecchi e li portino fuori dalla guerra dell’epidemia. Liberare e salvare i vecchi, come i giovani, come i bambini.

Virgilio, Eneide
 


Quando giunsi alle porte del mio palazzo, alla reggia degli avi,
mio padre, colui che per primo io volevo
portare con me, via, sui monti,
colui che per primo io cercavo,
rifiuta di sopravvivere
alla rovina della sua città.

Mi dice: «Voi, voi che avete intatta la voglia di vivere,
voi che avete energie, resistenza,
siete voi che dovete fuggire.
Se gli dei avessero voluto che io prolungassi questa vita,
avrebbero salvato la mia terra.

Date l’estremo saluto al mio corpo: io lo depongo qui.
Mi ucciderò; forse un nemico avrà pietà,
cercherà le mie spoglie; la mia tomba? Non importa.
Da troppo tempo ormai, gli dei mi odiano,
non servo a nulla,
e dilaziono i miei giorni».

Così parlava Anchise: era fermo, inflessibile.
Ma io mi scioglievo tra le lacrime
(e insieme a me Creusa, la mia sposa,
e Ascanio, e la casa intera).
No, non doveva, lui, mio padre,
fare crollare insieme a sé ogni cosa,
non doveva sfidare quella sorte incombente.
Gli dissi: «Padre, tu hai pensato davvero che potessi
andarmene e lasciarti?
Dalle tue labbra è uscita una bestemmia tale?»
[…]
Intanto, da dentro le mura, si fa più forte il fragore
del fuoco e l’incendio spinge verso di noi nubi roventi.
«Forza, coraggio, padre caro, lascia che io ti prenda in collo;
incurverò le spalle:
non sarà un peso, per me, questa fatica.
Qualunque cosa accada, uno solo e di entrambi sarà il rischio,
una sola e di entrambi la salvezza».

Questo io dissi e poi chinai il mio capo,
e caricai quel peso su di me.
Mio figlio Ascanio, piccolino,
mi strinse la mano, e accelerò il suo passo, a seguire suo padre;
avanziamo nel buio.

E io, che fino a quel momento non fui turbato dai colpi,
dall’assalto di intere orde di Greci,
ora ho il terrore ad ogni soffio, ogni rumore mi agita, mi blocca.
E ho paura per chi sta al mio fianco,
paura per chi mi sta in spalla.
 
Così, dunque, finì quella notte e tornai a vedere i compagni.
Scopro che altri ne sono arrivati,
e ne guardo con meraviglia
il numero: uomini, donne,
gente unita dal fine di andarsene:
un popolo degno di pietà.

Si alzava ormai la stella del mattino,
dalle cime più alte dell’Ida,
e con lei il giorno.
Mi arresi; presi mio padre
e mi avviai verso i monti.

 
Centro Studi La permanenza del classico dell’Università di Bologna
Traduzione di Bruna Pieri
Per la lettura di Toni Servillo