"You may say i'm a dreamer": Imagine e il sogno di John Lennon
di Carmine Saviano , di Carmine SavianoAll'esterno di quella sala, alte vetrate che si spalancano sul verde, la sensazione di un placido isolamento, il pianoforte a coda bianco - lo Stenway che nel gennaio di quell'anno, il 1971, aveva regalato a Yoko - non c'era solo la sua tenuta, il suo ritiro nella campagna del Berkshire, Londra lontana, invisibile. All'esterno di quella sala c'era il suo ultimo decennio. C'erano lì, riposti, i due lustri nei quali John Lennon aveva preso il mondo e lo aveva prima scosso, rovesciato a colpi di twist and shout, per poi innalzarlo e incanalarlo su sentieri sconosciuti alla scoperta di quella topografia della liberazione i cui centri erano Sgt. Peppers e la sua banda, le strisce pedonali di Abbey Road, la sintesi assoluta del White Album. Oltre quelle vetrate c'erano dieci anni in cui dire Beatles era stato dare un nome a un sogno a portata di mano: qui e ora ci può essere qualcosa come la vita disegnata dall'arte. E poco prima dell'ingres…
All'esterno di quella sala, alte vetrate che si spalancano sul verde, la sensazione di un placido isolamento, il pianoforte a coda bianco - lo Stenway che nel gennaio di quell'anno, il 1971, aveva regalato a Yoko - non c'era solo la sua tenuta, il suo ritiro nella campagna del Berkshire, Londra lontana, invisibile. All'esterno di quella sala c'era il suo ultimo decennio. C'erano lì, riposti, i due lustri nei quali John Lennon aveva preso il mondo e lo aveva prima scosso, rovesciato a colpi di twist and shout, per poi innalzarlo e incanalarlo su sentieri sconosciuti alla scoperta di quella topografia della liberazione i cui centri erano Sgt. Peppers e la sua banda, le strisce pedonali di Abbey Road, la sintesi assoluta del White Album. Oltre quelle vetrate c'erano dieci anni in cui dire Beatles era stato dare un nome a un sogno a portata di mano: qui e ora ci può essere qualcosa come la vita disegnata dall'arte. E poco prima dell'ingresso in quella sala c'erano le sue ultime parole, quelle di God, quelle incise pochi mesi prima, nel 1970. Quell'eretico, paradossale, sconcertante "Non credo nei Beatles. Credo solo in me" che non era altro che l'espressione di una scelta radicale: da quel momento in poi solo il presente, solo il cammino verso il futuro, via ogni scoria del passato. Da quel momento solo il nuovo mondo, solo la scoperta, solo la costruzione di un contraltare permanente ad ogni forma di recinzione, categorizzazione, delimitazione.
E nella title-track alla sublimazione della musica si accompagnava quella delle parole. "Immaginate che non ci sia alcun paradiso. Se ci provate è facile. Nessun inferno sotto di noi. Sopra di noi solo il cielo. Immaginate tutta le gente. Che vive solo per l'oggi. Immaginate che non ci siano patrie. Non è difficile farlo. Nulla per cui uccidere o morire. Ed anche alcuna religione. Immaginate tutta la gente. Che vive la vita in pace. Si potrebbe dire che io sia un sognatore. Ma io non sono l'unico. Spero che un giorno vi unirete a noi. Ed il mondo sarà come un'unica entità". Indicazioni disarmanti, che nella loro purezza avevano ed hanno il duplice effetto di un invito al viaggio verso il mondo nuovo e di atto d'accusa contro chi questo viaggio lo impedisce in nome di qualsiasi forma di ideologia, sacra o profana che sia. Immaginare, appunto: Lennon usa la sua superba capacità di pensare, di generare idee, senza vincoli logici, svincolato dalle contingenze ma senza perdere nulla in principio di realtà. Dando corpo, anima e melodia a quella tensione verso l'utopia che è forza tra le più potenti della Storia e di ogni singola storia. Lennon mette a disposizione di ciascuno un mantra minimo, una sorta di piccolo carillon: perché bastano anche solo le note iniziali di Imagine per entrare in quella dimensione sospesa dove, ancora, un futuro solidale, comunitario, in cui la violenza è estirpata e la tolleranza è genetica, diventa non l'orizzonte lontanissimo ma l'approdo in vista.