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"You may say i'm a dreamer": Imagine e il sogno di John Lennon

Il nove settembre del 1971, 50 anni fa, usciva il disco che si apriva con il capolavoro della produzione solista dell'ex Beatles. Parole e musica che non temono il tempo
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All'esterno di quella sala, alte vetrate che si spalancano sul verde, la sensazione di un placido isolamento, il pianoforte a coda bianco - lo Stenway che nel gennaio di quell'anno, il 1971, aveva regalato a Yoko - non c'era solo la sua tenuta, il suo ritiro nella campagna del Berkshire, Londra lontana, invisibile. All'esterno di quella sala c'era il suo ultimo decennio. C'erano lì, riposti, i due lustri nei quali John Lennon aveva preso il mondo e lo aveva prima scosso, rovesciato a colpi di twist and shout, per poi innalzarlo e incanalarlo su sentieri sconosciuti alla scoperta di quella topografia della liberazione i cui centri erano Sgt. Peppers e la sua banda, le strisce pedonali di Abbey Road, la sintesi assoluta del White Album. Oltre quelle vetrate c'erano dieci anni in cui dire Beatles era stato dare un nome a un sogno a portata di mano: qui e ora ci può essere qualcosa come la vita disegnata dall'arte. E poco prima dell'ingres…

All'esterno di quella sala, alte vetrate che si spalancano sul verde, la sensazione di un placido isolamento, il pianoforte a coda bianco - lo Stenway che nel gennaio di quell'anno, il 1971, aveva regalato a Yoko - non c'era solo la sua tenuta, il suo ritiro nella campagna del Berkshire, Londra lontana, invisibile. All'esterno di quella sala c'era il suo ultimo decennio. C'erano lì, riposti, i due lustri nei quali John Lennon aveva preso il mondo e lo aveva prima scosso, rovesciato a colpi di twist and shout, per poi innalzarlo e incanalarlo su sentieri sconosciuti alla scoperta di quella topografia della liberazione i cui centri erano Sgt. Peppers e la sua banda, le strisce pedonali di Abbey Road, la sintesi assoluta del White Album. Oltre quelle vetrate c'erano dieci anni in cui dire Beatles era stato dare un nome a un sogno a portata di mano: qui e ora ci può essere qualcosa come la vita disegnata dall'arte. E poco prima dell'ingresso in quella sala c'erano le sue ultime parole, quelle di God, quelle incise pochi mesi prima, nel 1970. Quell'eretico, paradossale, sconcertante "Non credo nei Beatles. Credo solo in me" che non era altro che l'espressione di una scelta radicale: da quel momento in poi solo il presente, solo il cammino verso il futuro, via ogni scoria del passato. Da quel momento solo il nuovo mondo, solo la scoperta, solo la costruzione di un contraltare permanente ad ogni forma di recinzione, categorizzazione, delimitazione.

Imagine è nell'esatto centro di questo crocevia, tra nostalgia per ciò che è sfuggito e nostalgia per ciò che aspetta, tra la delusione e la rabbia che servivano per tagliare i fili che lo tenevano aggrovigliato ai Fab Four e ae la grazia invocata per poter far sì che qualcosa di universale fosse ancora accolto nel particolare della sua esistenza. E' incardinata, quella canzone, nella sospensione tra anni '60 e anni '70, tra il sogno collettivo di quella generazione che aveva colorato il mondo e lo schianto di quel sogno sulla realtà grigia, respingente, impermeabile al cambiamento. Imagine è quel momento in cui si sceglie cosa portare con se nel viaggio che ci si appresta a fare. E John Lennon porta con se una preghiera laica, scarna, che oscilla tra delusione e speranza. Porta con sé la semplicità di un paio di accordi, di quelli che tutti sono capaci di suonare, e tutto il genio che occorre per farli sembrare qualcosa di inaudito. Porta con se la capacità di racchiudere all'interno di una canzone pop un lasciapassare verso l'avvenire. Quell'album, di cui Imagine è la prima traccia, veniva pubblicato cinquanta anni fa, il nove settembre del 1971.  

E nella title-track alla sublimazione della musica si accompagnava quella delle parole. "Immaginate che non ci sia alcun paradiso. Se ci provate è facile. Nessun inferno sotto di noi. Sopra di noi solo il cielo. Immaginate  tutta le gente. Che vive solo per l'oggi. Immaginate che non ci siano patrie. Non è difficile farlo. Nulla per cui uccidere o morire. Ed anche alcuna religione. Immaginate tutta la gente. Che vive la vita in pace. Si potrebbe dire che io sia un sognatore. Ma io non sono l'unico. Spero che un giorno vi unirete a noi. Ed il mondo sarà come un'unica entità". Indicazioni disarmanti, che nella loro purezza avevano ed hanno il duplice effetto di un invito al viaggio verso il mondo nuovo e di atto d'accusa contro chi questo viaggio lo impedisce in nome di qualsiasi forma di ideologia, sacra o profana che sia. Immaginare, appunto: Lennon usa la sua superba capacità di pensare, di generare idee, senza vincoli logici, svincolato dalle contingenze ma senza perdere nulla in principio di realtà. Dando corpo, anima e melodia a quella tensione verso l'utopia che è forza tra le più potenti della Storia e di ogni singola storia. Lennon mette a disposizione di ciascuno un mantra minimo, una sorta di piccolo carillon: perché bastano anche solo le note iniziali di Imagine per entrare in quella dimensione sospesa dove, ancora, un futuro solidale, comunitario, in cui la violenza è estirpata e la tolleranza è genetica, diventa non l'orizzonte lontanissimo ma l'approdo in vista.

Se per ultimare la struttura di Imagine a Lennon occorre una giornata o poco più, nel maggio del 1971, la storia della canzone inizia qualche anno prima. L'ex Beatle ha sempre ammesso l'influenza di un libro di Yoko Ono (influenza che sarà poi certificata assegnando a Yoko una parte dei crediti della canzone) Grapefruit, del 1964, e di una raccolta di preghiere cristiane ricevuta in dono da Dick Gregory. E la storia della canzone, la sua ricezione, sfuggirà quasi subito a Lennon. Un successo impossibile da abbracciare, da controllare. Sin dalle prime settimane dopo la pubblicazione, Imagine diventa inno ecumenico: un amuleto da sfiorare per tutti i fan della musica popolare, un oggetto in grado di rinverdire all'istante l'essenza stessa della canzone d'autore come rito in cui si riscopre la tensione verso una vita in cui il conflitto è superato nella costruzione di una tollerante comunità di simili. Anche per questo Imagine diventa sin da subito lo strumento utilizzato da gran parte dei "colleghi" di Lennon quando si tratta di mostrare in modo immediato la volontà di utilizzare la canzone come strumento palingenetica, forma all'interno della quale indicare una rinascita dopo la violenza, dopo il freddo manifestarsi di una perdita. Emblematica, in questo senso, la versione che Neil Young (altro canone se si vuole conoscere qualcosa in più del passaggio tra il sogno degli anni '60 e lo schianto degli anni '70) regala al mondo all'indomani dell'11 settembre 2001, durante il concerto tributo per le vittime dell'attacco al World Trade Center. Quando anche la più immensa delle ferite si rivela curabile se ad attraversarla sono quelle parole: "Immaginate che non ci siano patrie. Non è difficile farlo. Nulla per cui uccidere o morire".

Difficile per un album "contenere" altro dopo Imagine, che Lennon decide di mettere all'inizio della scaletta. Bisogna cambiare direzione e dimensione, lasciare che il mondo, gli affetti, i rancori e gli amori, la dinamica quotidiana del vivere, tornino ad attraversare le canzoni. E dopo quell'inizio Lennon è come allo specchio, alle prese con il portato concreto delle proprie esperienze. In una sorta di risveglio arriva il folk-blues di Crippled Inside che tanto deve al rinascimento di quello stile in atto all'inizio degli anni'70. Certo, niente di pedissequo, anzi: tanti echi e tanti spettri dagli ultimi Beatles. Poi l'altro capolavoro dell'album: Jealous Guy. In un panorama sonoro dove Phil Spector avvolge il piano e la voce, Lennon si denuda, quasi alle prese con il tentativo di redimere, di espiare le proprie deformazioni affettive. Universale anche questa canzone: perché quelle deformazioni appartengono a ciascuno. Una ballata da annali. Poi It's So Hard e il blues lento e distorto su cui Lennon canta la volontà di sottrarsi a ogni forma di coercizione imposta dai modelli sociali. E ancora Gimme Some Truth, Oh My Love e quella How Do You Sleep? ne più ne meno che uno schiaffo al nemico più amato, Paul McCartney: "Vivi con semplicciotti borghesi che ti dicono che se il Re".  Fino alla dolce scanzonatezza di Oh Yoko, la dedica alla moglie a concludere il disco.

Un disco che grazie alla title track vive in una temporalità ubiqua: è, paradossalmente, del tutto figlio della propria epoca e del tutto indenne allo scorrere del tempo. Il Classico, del resto, non è niente di diverso. Tutto grazie ai tre minuti di Imagine, grazie a quel piccolo scrigno pop che, indicando costantemente l'unico futuro degno per gli essere umani, resta sempre una radura non calpestata, ha sempre il magnetismo della scoperta. Conserva sempre la possibilità di un nuovo inizio. Inaugurato ogni volta che si ascoltano quei pochi accordi suonati al pianoforte e la voce che sembra legno antico di John Lennon.