Lazio, 120 anni di sogni

Manservisi con Wilson 

Di padre in figlio, Manservisi e la Lazio del '74: "Una vera gabbia di matti, ma eravamo i più forti"

Pier Paolo Manservisi ('uccellino') intervistato dal figlio Simone: "Quando hai indossato anche solo una volta la maglia biancoceleste diventi laziale per forza. È una cosa che non saprei spiegare"

6 minuti di lettura
QUANTO ha influenzato la mia vita la Lazio, pur non essendo tifoso? La risposta sarà chiara dopo questa chiacchierata con mio padre che ha vestito i colori biancocelesti nel periodo più leggendario della società, culminato con lo scudetto del 1974. Evento che ovviamente ha influenzato anche la sua, di vita.

Pier Paolo Manservisi, detto 'uccellino', arrivò a Roma nell’estate del 1970 proveniente dal Napoli. La stagione precedente, nel marzo di quello stesso anno, aveva colpito la fantasia del vulcanico mister argentino Lorenzo nel ruolo di punta, in un Napoli–Lazio in cui era andato in gol pareggiando il vantaggio laziale; don Juan riuscì ad averlo alla sua corte, immaginandolo come la spalla ideale per l’astro nascente del calcio italiano: Giorgio Chinaglia. Fu un grande equivoco, Pier Paolo non era una punta. A Napoli giocava sì in attacco, ma svariava a desta e a sinistra, un ruolo spesso faticoso e portato all’altruismo. Mentre a Pisa era stato un’ala pura, che aveva contribuito con gol e assist alla storica promozione in Serie A dei toscani nel 1968.
Papà, cosa mi racconti del primo impatto con la Lazio?
“Una gabbia di matti! Questo pensai quando arrivai a Roma. A conti fatti è stata proprio quella 'follia' a far entrare la Lazio nel mito. Tra l’altro quell’anno era una follia annacquata rispetto a quando tornai nella stagione 1972/73 dopo essere stato nuovamente in prestito al Napoli nel 1971/72. La storia dello spogliatoio diviso in clan, delle risse e delle pistole è ormai nota anche ai ragazzini di oggi per cui non tedierò né te né i lettori rispolverandola. Ma la Lazio che arrivò allo scudetto era davvero una gabbia di matti”.

 Il tuo primo anno è stato un calvario. Come mai?
 “Lorenzo mi credeva una punta pura, che non sono mai stato. Mi prese presto in antipatia, non risparmiando frecciate velenose nei miei confronti alla tv e sui giornali. Un giorno rischiammo persino di venire alle mani dopo che durante la partitella d’allenamento gli avevo sentito dire a Nanni di entrarmi duro sulle caviglie. Per fortuna che i miei compagni mi fermarono e quelle due grandi persone che erano Lovati e Lenzini arginarono il più possibile una situazione irrimediabilmente compromessa”.

Quell’anno retrocedeste in Serie B. Eravate così scarsi?
“Avevamo una squadra potenzialmente forte, ma il mister, con le sue cabale, teorie e paranoie andò in confusione. Il risultato fu un campionato pessimo, con la conseguente retrocessione: arrivammo penultimi dietro al solo Catania. Giocai poco in campionato, una decina di partite, ma una volta esonerato Lorenzo a fine annata, con Lovati in panchina e Maestrelli supervisore, già acquistato dalla Lazio ma ancora sotto contratto con il Foggia, diedi un importante contributo per la conquista della Coppa delle Alpi”.
Chinaglia, Manservisi e Garlaschelli 
In quel finale di campionato si potrebbe leggere l’inizio della resurrezione che portò il tricolore in casa laziale?
“Direi proprio di sì. Dopo la notte buia comincia a sorgere il sole. Dopo il tramonto arriva l’alba… In Coppa delle Alpi avevamo mostrato un gioco spettacolare, lasciando gli amanti del calcio increduli per essere retrocessi con una squadra così. Maestrelli era arrivato, ma nessuno avrebbe scommesso una lira sul fatto che lo scudetto sarebbe giunto da lì a tre anni”.

Iniziasti il campionato 1971/72 sotto la guida di Maestrelli, poi ti venne proposto di tornare a Napoli.
“Proposto non è la parola giusta. All’epoca i giocatori non avevano molto spazio per contrattare, praticamente non avevano voce in capitolo per quanto riguarda il mercato. Giocai un paio di partite in Serie B e a novembre mi rimandarono a Napoli, con grande piacere debbo dire, perché all’ombra del Vesuvio ero stato molto bene e poi rimanevo in Serie A”.

Ma eri di proprietà della Lazio, che a fine stagione era tornata nella massima serie, e Maestrelli ti rivolle in squadra.
“Ricordo che per un infortunio saltai parte del precampionato, che per noi fu abbastanza travagliato e deludente. Chinaglia mugugnava, il gioco non era granché e la Coppa Italia fu un disastro, sconfitti anche da formazioni di Serie B. La panchina di Maestrelli era continuamente in bilico. La 'gabbia di matti' poi era esplosa, con la suddivisione in clan, i pistoleri, le bizze di Long John. Si respirava un autolesionismo che non faceva presagire nulla di buono.”
Invece inizia il campionato e…
“E che campionato! Ero guarito dai miei acciacchi e il mister mi promosse titolare trovando la mia collocazione sulla fascia sinistra del campo, col compito di coprire le soventi incursioni avanzate del terzino Martini. Era un gioco 'oscuro' per quanto mi riguarda, ma estremamente redditizio per la squadra che in poco tempo assunse una fisionomia ben definita, evidenziando un grande carattere e un gioco che molti definirono innovativo. Diventammo una squadra temibile. La 'Lazietta' degli anni precedenti era ormai un ricordo. Vincemmo entrambi i derby, inanellammo una serie record di vittorie viaggiando a vele spiegate, con una difesa che a fine anno risultò la più impenetrabile”.

21 aprile 1973. Cosa ti ricorda?
“Eh, cosa mi ricorda… La mia partita più memorabile, Lazio–Milan all’Olimpico. Maestrelli ebbe il lampo di genio di mettermi in marcatura fissa su Rivera, dopo che per una settimana mi aveva provato in allenamento in marcatura su Chinaglia: non gli avevo fatto toccare palla, facendolo imbestialire! Così il giorno del big match, sabato vigilia di Pasqua, il 'Golden Boy' si ritrovò a sorpresa il sottoscritto letteralmente appiccicato addosso. Lo annullai. Vincemmo 2 a 1 una partita epica e agganciammo proprio i rossoneri in vetta alla classifica”.

Forse per la prima volta dalla sua nascita la Lazio sogna in grande. Il traguardo sembra a un passo quando mancano poche giornate al termine del campionato. Cosa si inceppa a quel punto?
“Non si inceppa nulla. Eravamo arrivati a fine corsa in riserva per avere dato tantissimo; alla stanchezza, oltre ad episodi sfortunati, si aggiunsero acciacchi e infortuni importanti. Arrivammo comunque a giocarci lo scudetto fino al novantesimo minuto dell’ultima partita”.
La Fatal Verona...
“Quel finale di campionato è sicuramente uno dei capitoli più incredibili della storia del calcio. Il Milan era primo e andò a perdere a Verona contro una squadra che non aveva più niente da giocarsi, la Juve dietro di un punto vinse a Roma una partita 'sospetta', mentre noi, appaiati alla Juve in classifica, perdemmo all’ultimo minuto contro un Napoli che ci aveva giurato vendetta dopo il 3 a 0 subito all’Olimpico all’andata. Lo scudetto andò alla Juventus e noi finimmo terzi dopo che eravamo stati ad un passo dal giocarci un insperato spareggio”.

Pensi che ci fu del marcio?
“Vennero avviate indagini ma non portarono a niente. Diciamo così: di sicuro non tutti agirono secondo i principi più alti dello sport in quei giorni”.
Ed eccoci al 1973/74. Raccontami l’anno dello scudetto.
“La squadra aveva già un’ossatura robusta, quindi la società non investì molto sul mercato. Avevamo tutti una grande fame e voglia di rivincita. Io iniziai da titolare come la stagione precedente ma intanto era esploso il grande talento di D’Amico che mi prese presto il posto. Accettai la cosa con serenità e con l’umiltà che mi contraddistingue, giocando spesso con l’Under 23 e cercando di farmi trovare sempre pronto all’occorrenza. Per alcuni fatti che non sto qui a raccontare si incrinò il rapporto con Maestrelli e, nonostante la vittoria finale, furono mesi deludenti quegli ultimi vissuti alla Lazio. Giocai quattro partite in campionato, l’ultima nel vittorioso 2 a 0 all’Olimpico con il Cesena al ritorno. A fine stagione chiusi il mio rapporto con la società trasferendomi in Serie C a Mantova, dove allenava il mio amico ed ex laziale Rino Marchesi. Dopo due anni smisi i panni del calciatore professionista e tornai all’amato paesello, Castello d’Argile, con te e tua sorella piccini, pronto a rimboccarmi le maniche per affrontare una nuova vita lontana dal brusio spesso assordante di un calcio che cominciava allora ad avere i primi sintomi di quella malattia che lo sta uccidendo: il business”.

Hai giocato in diverse squadre e so che simpatizzi per tutte, ma ti senti laziale?
“Quando hai indossato anche solo una volta la maglia biancoceleste lo diventi per forza. È una cosa che non saprei spiegare”.
Hai qualche rimpianto?
“Guarda, ho sempre dato il massimo e cercato di essere una persona corretta con tutti. Ho avuto diverse delusioni sia dal punto di vista sportivo che personale, ma non ho nessun rimpianto. C’è però una cosa che, se ripenso a quel passato, mi fa sorridere con un misto di ironia e rammarico: la Lazio del 1972/73 arrivò terza con 43 punti, mentre quella del 1973/74 con gli stessi punti arrivò prima. Certo, D’Amico era il giocatore giusto per innescare quella macchina da gol che era Chinaglia, ma la Lazio del ’73 esprimeva, a detta di chi di calcio se ne intende, un gioco migliore di quella del ’74. Ecco, pensando a questi particolari si potrebbe rimpiangere qualcosa, ma ho imparato da molto tempo a guardare al presente senza inutili nostalgie. Il destino è un fiume che segue il suo corso, per non farlo straripare bisogna vivere secondo la propria natura”.

Grazie papà per questo racconto e grazie per tutto quello che mi hai insegnato: l’onestà, l’integrità, l’orgoglio di non doversi mai inginocchiare davanti a niente e a nessuno. Hai fatto parte di una squadra leggendaria contribuendo in modo molto più concreto di quanto dicano le statistiche o le presenze sul campo. Io sono cresciuto con il mito tuo e di quegli uomini: Pulici, Petrelli, Martini, Wilson, Oddi, Nanni, Garlaschelli, Re Cecconi, Chinaglia, Frustalupi, D’Amico. E poi Facco, Polentes, Franzoni, Mazzola, Governato, Marchesi, Sulfaro e tutti quelli che hanno reso l’alba un tricolore. Un ragazzino che cresce con una “favola” simile non può non farsi rapire per sempre.
E così, la risposta alla domanda iniziale penso sia evidente. E' vero, non tifo perché non mi piace il mondo del calcio, a parte quello dei bambini che alleno per aiutarli a inseguire sogni e a diventare uomini, e perché la mia libertà di pensiero mi porta lontano da qualsiasi appartenenza di massa. Ma se dovessi fare una radiografia al mio cuore, scoprirei che è molto più biancoceleste di quanto creda.

Simone Manservisi è autore di 'Sull’orlo di un dirupo', 'Far West Lazio', 'Di padre in figlio' e di 'L’alba dello scudetto' (in uscita ad aprile per Ultra Edizioni)