Lazio, 120 anni di sogni

Fascetti e la Lazio dei 'meno 9': "Quell'impresa vale come uno scudetto"

Uno degli allenatori più amati dai laziali racconta la salvezza nel campionato di serie B del 1986/87: la squadra evitò il baratro della C solo dopo la drammatica vittoria all'ultimo respiro con il Vicenza e poi con gli spareggi di Napoli. "Ancora adesso quando vado a Roma vengo trattato come un re e a 81 anni di età mi emoziono come allora".

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CI SONO scudetti che negli albi d'oro non risultano come tali, ma che come tali sono sentiti dai tifosi e anche dagli sportivi neutrali. E possono essere di due tipi. Una vittoria leggendaria sfumata all'ultimo, tipo il Torino che fece 50 punti (su 60 disponibili) e perse il campionato perché la Juventus ne fece 51, la cosiddetta vittoria morale. Oppure una sconfitta annunciatissima che viene evitata, meglio se con modalità epiche e tormentate. Ed è ovviamente il nostro caso, quello della Lazio che nel 1986-87 si salvò dalla retrocessione in C malgrado una penalizzazione di 9 punti, e quando la vittoria ne valeva due: per recuperarla adesso bastano - si fa per dire - tre vittorie, ai tempi eliminavi il segno negativo solo dopo almeno cinque partite. Un risultato che i tifosi biancazzurri considerano né più né meno che uno scudetto, molto simile ai due vinti davvero, merito di una squadra che mescolava campioni (Fiorini, Caso, Terraneo), giovani (Gregucci, Pin) e gregari che si seppero trasformare (Podavini).
La Lazio della stagione 1986/87 
Ma il nome che tutti associano a questa salvezza è dell'unico che in campo non è mai entrato, se non per esultare, e che per il resto stava seduto - benché mica troppo - in panchina, Eugenio Fascetti. "Tuttora quando vado a Roma vengo trattato dai laziali come un re, forse anche oltre i miei meriti, e a 81 anni di età e oltre 30 di distanza da quei tempi mi emoziono come allora. Se ancor oggi quella squadra gode di un alone di simpatia straordinario tra i tifosi, vuol dire che abbiamo realizzato qualcosa di speciale. Eppure non ci accorgemmo subito dell'importanza dell'impresa, può sembrare incredibile. Forse fu la tensione continua di un anno lunghissimo, pieno di imprevisti. D'altronde nel calcio se non reggi la tensione, cambi mestiere".
Eugenio Fascetti 
Primo imprevisto fu, ovviamente, la retrocessione in Serie C per uno scandalo di calcioscommesse, il Totonero 2, tramutata dopo qualche giorno in 9 punti di penalizzazione in serie B, dove la Lazio era già precipitata l'anno precedente. Per salvare la baracca, e la squadra, il presidente Gianmarco Calleri, appena diventato il nuovo padrone dopo i disastri della gestione Chinaglia, ebbe l'idea giusta: Fascetti. Amatissimo dalla tifoseria laziale ancor prima di arrivare per quel che aveva appena combinato: portare il Lecce già retrocesso a battere 3-2 la Roma all'Olimpico, facendole perdere lo scudetto. Allori su cui il tecnico toscano non si cullò per nulla, anzi. "Io sarei rimasto anche con la squadra in serie C. Ma alla notizia della penalizzazione radunai i giocatori sul campo del ritiro, a Gubbio, e gli dissi poche parole: 'Chi vuole resti. Chi non se la sente può andar via subito. Ma chi resta combatte fino alla fine'. Nessuno chiese la cessione, e c'era gente di spessore. E lì capii che con quel gruppo avrei potuto lavorare bene".
Giuliano Fiorini 
Gruppo nel quale spiccava Giuliano Fiorini, attaccante a cui la morte prematura ha dato solo l'ultima pennellata di leggenda, leader tecnico e umano: "Era un trascinatore, il vero capo dello spogliatoio assieme a Mimmo Caso, uno di quelli che giocava anche quando era in condizioni così così - spiega Fascetti -. Noi allenatori siamo bravi quando abbiamo giocatori bravi". E Fiorini una mattina andò in sede e telefonò ai suoi compagni uno a uno per convincerli a rimanere alla Lazio. Non era necessario, come visto, ma spiega molto del tipo.

Messa così sembrerebbe che stiamo parlando di una cavalcata trionfale. Invece fu un anno difficile, o meglio zeppo di alti e bassi: "Iniziammo coi bassi - sospira Fascetti - uno 0-0 a Parma e alla seconda giornata sconfitta 0-1 all'Olimpico con il Messina. Vincemmo la prima volta solo alla quarta giornata, 2-1 al Bologna, e andammo in attivo solo all'ottava giornata, con un 3-0 al Bari". Otto giornate perse su 38 sono un'enormità, ma a quel punto la Lazio si mise a viaggiare con un ritmo da testa della classifica. Anzi, alla giornata numero 28 Fiorini piegò il Cesena e la Lazio si trovò con 25 punti, che assieme ai 9 della penalizzazione ne facevano 34 effettivi, quelli della capolista Cremonese. "L'entusiasmo dei tifosi c'era sempre stato, avevamo più di 35mia spettatori a partita all'Olimpico, numeri incredibili per la B, ma in quel momento la situazione iniziò a essere difficile da gestire. Per questo avvertii che non eravamo ancora salvi. Anche perché era così. E infatti passammo momenti brutti: tre pareggi di fila, poi due sconfitte consecutive".
Fascetti al termine di una partita all'Olimpico 
Fino a uno 0-3 alla penultima giornata contro il Pisa che sostanzialmente mandò i toscani in serie A (assieme a Pescara e Cesena), e buttò la Lazio sul bordo dell'abisso. Restava una partita, in casa con il Vicenza, uno spareggio salvezza. Se la Lazio avesse perso sarebbe stata in C, probabilmente anche pareggiando, solo una vittoria avrebbe portato agli spareggi.

Morale, il 21 giugno 1987 all'Olimpico arrivarono in 62mila - almeno ufficialmente, poi vai a sapere quanti furono i 'portoghesì - e il muro di suono fu continuo, assordante, sembrava quasi sospingere fisicamente, trasportare sull'onda i giocatori. Eppure. Eppure la palla non entrava. "Quello fu l'unico momento di tutta la stagione in cui ebbi dubbi: il portiere Dal Bianco stava facendo la partita della vita, parando qualunque cosa. Lì, sì, temetti che finisse male, anche quando espulsero un vicentino. Non eravamo lucidi, l'angoscia iniziava a farsi sentire".

Fino all'82' quando Podavini - "che era un terzino solo di carta, in pratica un attaccante, cosi come Magnocavallo sull'altra fascia" - non tentò un tiro decisamente sballato, che sarebbe finito addirittura in fallo laterale se non avesse incocciato nell'area piccola su Fiorini che, spalle alla porta, controllò a seguire, si girò e segnò in spaccata. "Ci fu un boato che probabilmente non sentirò mai più, una scossa sismica quasi, e capii che era fatta. Non solo per quella partita, ma anche per gli spareggi, dentro di me in quel momento capii che sarebbero stati quasi una formalità".

Fiorini ha appena segnato il goal contro il Vicenza 
Non fu proprio così: la prima partita del gironcino a tre, giocato al San Paolo di Napoli, fu una sconfitta 1-0 col Taranto. Ma ce n'era un'altra, col Campobasso, bastava vincere quella per restare in B. Anzi, più che bastava era semplicemente fondamentale.Proprio come col Vicenza. Eppure, sì, la vittoria fu più rilassante, stavolta, anche se sempre 1-0. Però segnato prima, e forse per questo con meno pressioni addosso. Era il 51' quando su un morbido e un po' sbilenco cross d'esterno sinistro di Piscedda Poli inzuccò. E fu il trionfo definitivo. La C evitata e la A che arrivò l'anno dopo, quasi in automatico: "Non fu neanche necessario giocare bene, e infatti giocammo male, soprattutto con Galderisi che segnò un solo gol quando ne aspettavamo una quindicina. Ma fu una promozione di inerzia, in qualche modo, dopo quella salvezza. D'altronde senza la penalizzazione saremmo andati in A già nel 1987: eravamo una squadra forte, e senza ruoli, nel senso che tutti facevano tutto, un calcio modernissimo". 
I tifosi della Lazio nella curva del San Paolo durante gli spareggi 

Fascetti tra Acerbis e Gregucci al termine dello spareggio Lazio-Campobasso al San Paolo 

Il bello, si fa per dire, è che l'Eugenio quella A non la assaporò: per contrasti con la società strappò un contratto ancora di due anni. "A me rubare non piace: non avevo un buon rapporto col socio di Calleri, preferii andarmene così". E forse anche per questo addio da signore, Fascetti è tuttora venerato dai laziali. "Perché sanno che quella salvezza è stata la chiave di volta di tutto, il momento dell'inizio della rinascita. La Lazio era retrocessa dalla A, era passata dalla gestione di Chinaglia, se fossimo finiti in C sarebbe stata la rovina definitiva e senza ritorno. Da Calleri a Cragnotti fino a Lotito: non sarebbe stato possibile niente di quello che è venuto e che penso verrà in futuro. Per cui sì, quella salvezza fu come uno scudetto. Il mio scudetto con la Lazio".

Eugenio Fascetti