Lazio, 120 anni di sogni

Giorgio Chinaglia, irresistibile condottiero della riscossa di un popolo

Chinaglia è il bambino di Carrara che a 8 anni lascia la nonna in Toscana e arriva in Galles in treno con un cartello al collo con su scritto l’indirizzo dei genitori, emigrati prima di lui. Il ragazzino che studia e la sera lava i piatti nel ristorante del papà. Suo il gol su rigore nel derby dello scudetto '74: una foto celebre cristallizza un istante che vale l’immortalità biancoceleste, il volto di Giorgio trasfigurato dalla gioia di essersi fatto beffe del nemico verso il quale punta il dito.

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DA QUALCHE parte, in questa città dalle stratificazioni millenarie, deve esserci ancora un vecchio frigorifero tempestato di figurine di calciatori. Ingiallite, scorticate, ma sempre lì, incollate a uno sportello malandato. Tra queste, il ritratto di un giovane in maglia biancoceleste, incorniciato nella posa di sempre, le mani sui fianchi, la testa un po’ piegata e incassata tra le larghe spalle: Giorgio Chinaglia. Gli occhi azzurri attraversati da un’espressione a metà tra dolcezza e tristezza, stridente con l’immagine del centravanti che spaventava i difensori e con la sfrontatezza del personaggio cucitogli addosso dai rotocalchi. Dicono tanto di Chinaglia, quegli occhi.
 
Il 9 gennaio del 2000, alla festa del centenario della S.S. Lazio, lui c’era. Dieci anni dopo, la sua assenza pesava come un macigno, a ricordare quel tentativo di scalata alla società dalle conseguenze drammatiche, su cui Chinaglia aveva messo la faccia riparando poi negli Stati Uniti per non finirne travolto. La dolcezza e la tristezza di quella foto tessera del calcio anni Settanta riaffioravano nelle interviste rilasciate dall’esilio, quando Giorgio ricordava la Lazio e la sua gente. “Io credevo di far bene, di dare una possibilità alla Lazio… Tre volte sono tornato in Italia e tre volte sono stato preso a calci in culo… Senza il calcio non so stare. Chiarirò tutto e tornerò”.
 
Chinaglia tra Nanni, Re Cecconi, Maestrelli e Frustalupi 
Giorgio Chinaglia non vide mai più Roma. Il cuore lo tradì il primo aprile del 2012. Con la morte arrivò il silenzio delle cronache, Chinaglia smise di essere un caso giudiziario e pian piano riprese a farsi largo in ogni laziale l’archetipo del Chinaglia calciatore. E adesso, con il 120mo anniversario della S.S. Lazio, celebrazione di una grande storia di calcio italiano, è tempo di consegnare definitivamente alla memoria biancoceleste il campione che più di ogni altro ha lasciato un segno nella storia del club.
 
Sentimenti, rimpianti, inquietudine. Si sarebbe indotti alla tenerezza. Attenti a non cadere nella trappola del Chinaglia “grande grosso e fregnone” per dirla con la Sora Lella. Dalle cronache del tempo e dal racconto di chi l’ha conosciuto, in campo e fuori, emerge una personalità complessa, difficile, insofferente alle imposizioni, incapace di far buon viso a cattivo gioco, piuttosto pronto a ribaltare i tavoli e a mettere in discussione l’autorità. Chinaglia negato per la diplomazia, arrogante e narciso, Chinaglia che credeva ciecamente in se stesso, che si riteneva il meglio per gli altri. Chinaglia che esprimeva il dolore più grande con lacrime da bambino e il massimo della gioia correndo per il campo come un bisonte nella sua prateria.
 
De Sisti e Chinaglia 
Un enigma caratteriale che avrebbe acceso la fantasia popolare e allo stesso tempo indotto il campione della gente in scelte personali autodistruttive. Perché è esattamente a quell’incrocio che risiede il fascino di Chinaglia: non un gigante buono come tanti, ma un elefante imbizzarrito nella cristalleria del calcio italiano, per mandarne in frantumi prassi paludate e gerarchie consolidate. Con le inevitabili conseguenze. Tutto questo con indosso una maglia biancoceleste. Una storia bellissima.
 
Giorgio Chinaglia è il bambino di Carrara che a 8 anni lascia la nonna in Toscana e arriva in Galles in treno con un cartello al collo con su scritto l’indirizzo dei genitori, emigrati prima di lui. E’ il ragazzino che frequenta le scuole cattoliche e la sera lava i piatti nel ristorante aperto dal papà con i risparmi messi insieme col lavoro in miniera. E’ una maturazione fisica esplosiva che nel Regno Unito lo pone al bivio tra palla ovale e pallone, con la scelta del calcio dettata dall’italianità orgogliosa di papà Mario. Chinaglia è il rifiuto sdegnato di sottoporsi a un provino per il Cardiff City e il conseguente approdo allo Swansea. Dove gioca anche Gareth Edwards, poi rugbista di fama e autore di una meta leggendaria in un match tra All Blacks e la selezione dei Barbarians. “Allo Swansea i gol li segnava tutti un italiano - ricorderà anni dopo - Giorgio Chinaglia”.
 
Chinaglia nella morsa dei difensori della Roma 
Allo Swansea c’è chi vede in Chinaglia la stoffa del campione. Ma per arcane ragioni (tra queste l’ombra dell’italianità) il club non investe nel ragazzo e lo scarica. Schiaffi che forgiano. Per fortuna in Italia c’è chi è pronto a offrirgli un contratto e Giorgio compie per la prima volta il viaggio di ritorno. Chinaglia è già un ambizioso e vive con grande sofferenza il purgatorio cui da italiano cresciuto calcisticamente all’estero deve sottoporsi prima di approdare alla massima serie: tre anni in C. Durante il primo respira l’aria di casa della Massese, poi per la bella cifra di 100 milioni passa all’Internapoli fondata da Carlo De Gaudio, in seguito noto dirigente della nazionale. L’Internapoli sfiora la promozione ma la società si indebita oltre misura e alla fine smobilita. Ed ecco Chinaglia impacchettato assieme a un compagno di squadra di origini inglesi, Giuseppe Wilson, e spedito alla Lazio, neopromossa in Serie A, per 200 milioni. E’ l’estate del 1969, il destino si compie.
 
E’ ancora il campionato delle 16 squadre, della chiusura ai calciatori stranieri, delle candide maglie senza sponsor e dei due punti per la vittoria. Allenatore dei biancocelesti è l’argentino Juan Carlos Lorenzo, un duro che crede in quel ragazzo e lo fa debuttare in campionato alla seconda giornata. Chinaglia assorbe gli insegnamenti del maestro sudamericano e lo ripaga con 12 gol nella stagione 1969-70, conclusa con un confortante ottavo posto. Giorgio è ormai un titolare e si sente già idolo delle folle biancocelesti. Impossibile non notare quel ragazzo grande e grosso, che sembra vagare indolente sul campo con la testa incassata tra le spalle larghissime ma quando parte travolge tutto e tutti. I capelli lunghi e le basette folte da bucaniere, Chinaglia diventa “Long John”. Ad ogni partita, ad ogni gol, Giorgio sente crescere addosso le aspettative di felicità del pubblico e ne fa il suo carburante. Il fiato della passione sul collo, è esattamente quello di cui Giorgio Chinaglia ha bisogno per esplodere.
 
Non avverrà nel campionato successivo, chiuso malamente con la retrocessione della Lazio e il licenziamento di Lorenzo. Chinaglia, solo 9 reti in 30 presenze, è accusato dalla tifoseria di essersi fatto sedurre dalla vita notturna. Non solo. Al posto di Lorenzo viene chiamato Tommaso Maestrelli, a sua volta piombato in B alla guida del Foggia. Chinaglia ha perso il suo maestro argentino e non capisce perché assumere un perdente per sostituirne un altro. Il ragionamento dell’uomo estraneo alle mezze misure. Con queste premesse Maestrelli assume l’incarico alla Lazio. Saranno le sue qualità umane a conquistare Chinaglia portandolo per sempre dalla sua parte. E sarà la grande fortuna della Lazio. Tornata immediatamente in A, la squadra stupisce lottando per lo scudetto nella stagione 1972-73. La matricola che rivaleggia con i grandi club, tutto ha il sapore di una favola da calcio britannico. Troppo britannico, infatti, la favola svanisce all’ultima giornata, quando il Milan capolista va a Verona mentre Juventus e Lazio, che inseguono a un punto, affrontano sempre in trasferta Roma e Napoli. I rossoneri cadono pesantemente, la Juve infilza la Roma a tre minuti dalla fine e la Lazio incassa il gol del Napoli esponendo il fianco negli ultimi assalti disperati alla ricerca della vittoria che la porterebbe allo spareggio con i bianconeri.
 
La delusione è forte, ma Chinaglia, autore di 10 gol, si è ripreso la Lazio e l’Olimpico, che vede nella tipica esultanza del centravanti, la corsa sotto la curva con il dito puntato verso il cielo, il gesto del condottiero. Ruolo che Giorgio rivendica anche all’interno del gruppo, a suo modo e non senza resistenze. E’ la Lazio dei clan e di un’aneddotica anni 70 degna di un capitolo di Romanzo Criminale. Da una parte Chinaglia, Pino Wilson e Giancarlo Oddi, dall’altra Pierluigi Martini, Luciano Re Cecconi e Mario Frustalupi, al resto della ciurma decidere con chi schierarsi. Una storia di partitelle in “famiglia” del venerdì più simili a settimanali rese dei conti giocate coi parastinchi. “Signori contro poveracci” ricordò una volta Giorgio ridendo e lasciando intendere chi fossero i primi e chi i secondi. Quelli che correvano a 100 all’ora tra i piaceri notturni di Roma e quelli che inseguivano nuove sensazioni dando meno nell’occhio. Passione comune, le pistole, la mania del possesso dell’arma introdotta nell’ambiente da Sergio Petrelli ed evoluta nel far west di un poligono montato dietro il campo d’allenamento e interruttori della luce spenti con un proiettile.
Chinaglia e altri giocatori della Lazio durante un ritiro estivo della squadra 
In quello spogliatoio da separati in casa Chinaglia sguazza e non perde occasione per riaffermare la propria leadership. Un giorno però esagera. “Con i vostri stipendi non ci comprate nemmeno le mie scarpe”. Qualcuno si vendica inchiodandogliele al muro. Anni dopo si scopre la complicità di Oddi con l’autore del misfatto. Grande amico di Giorgio e suo abituale compagno di stanza durante i ritiri, Giancarlo confessa: aveva lasciato socchiusa la porta. Evidentemente quella frase era stata troppo pesante anche per lui. “E poi le scarpe di Giorgio erano inguardabili”.
 
Per il campionato 1973-74 si aggrega alla rosa un giovane della primavera biancoceleste, Vincenzo D’Amico, 19 anni e il baricentro basso d’ordinanza del fantasista. Che annusa immediatamente l’aria. “Tutti soffrivamo Chinaglia, nessuno escluso, persino Maestrelli. Lui comandava e si incazzava. Con chi stavo io? Con Chinaglia, per forza. Dovevo giocare per fargli fare gol. Per questo Renzo Garlaschelli ce l’aveva un po’ con me. Ma in campo la squadra si ritrovava sempre unita”. Merito del mister Maestrelli, uomo di grandissima umanità e intelligenza, l’unico lubrificante in grado di far marciare l’ingranaggio Lazio a pieno regime evitando che qualche scheggia dello spogliatoio possa gripparlo. Chinaglia lo considera un papà, ma l’immagine da libro cuore non deve oscurare l’importanza della visione calcistica con cui il tecnico plasma la squadra.
 
Chinaglia con Wilson, Pulici, Chinaglia e Nanni 
La Lazio 73-74 è una formazione ad alto dinamismo, a partire dall’uso delle fasce del reparto difensivo, imperniato sulla regia arretrata di Wilson con Petrelli, Oddi e Martini. A centrocampo tempi di manovra dettati da un Frustalupi in stato di grazia assistito dalla sapienza di Franco Nanni, passando per i recuperi e gli slanci dell’inesauribile Re Cecconi. In attacco lui, Long John, l’imprevedibilità di D’Amico e la velocità di Garlaschelli. “Giocavamo come nessuno, come l’Olanda prima dell’Olanda, eravamo una squadra modernissima” disse una volta Felice Pulici, portiere di quella Lazio e in seguito direttore sportivo del club. Calcio totale per puntare alla rivincita, dunque. Ma non sarebbe stata una passeggiata.
 
Il campionato della Lazio è un inizio sprint, subito due vittorie con Vicenza e Sampdoria. Ma alla terza giornata è già scontro diretto con la Juventus al Comunale di Torino. I bianconeri si impongono per 3-1, la Lazio accusa e nelle tre partite che seguono sono solo pareggi con Fiorentina, Cesena e Inter. Juventus e Napoli volano, i ragazzi di Maestrelli devono accelerare. La rimonta inizia con una vittoria a Cagliari, ma è il successo nel derby con la Roma a mettere il turbo ai biancocelesti. Un 2-1 in rimonta, Giorgio Chinaglia in mezza rovesciata firma il 2-1 e poi corre in preda a un’esultanza incontenibile. I tifosi giallorossi non la prendono bene. Nelle settimane successive a casa Chinaglia vengono recapitate promesse di vendetta, la pistola diventa compagna quotidiana del giocatore.
 
Chinaglia e Wilson 
Che in campo dimentica tutto e trascina la squadra verso la vetta della classifica. Suo il gol che decide lo scontro diretto col Napoli all’Olimpico e vale l’aggancio in testa ai partenopei assieme alla Juve. Stesso risultato di 1-0 a Verona e soprattutto col Milan in casa, gol di Re Cecconi nei minuti finali. La Lazio c’è e il 27 gennaio è campione d’inverno con un 4-0 al Bologna, tre i punti di vantaggio su Juventus, Napoli e Fiorentina. Alla terza di ritorno, la Juventus rende visita alla Lazio all’Olimpico. Chinaglia è una furia, segna due gol e finisce 3-1 per i biancocelesti. Ormai è fuga, ma gli ostacoli non mancano.
 
Ecco l’attesissimo derby di ritorno. E’ il 17 marzo 1974, la Roma lotta per non retrocedere, la Lazio corre in vetta. Ma tutto lo stadio, memore di quanto accaduto all’andata e coltivando speranze diametralmente opposte, attende lui, Chinaglia. Che lo sa e asseconda la sua anima da guascone ignorando il clima da guerriglia urbana che avvolge la partita. Il derby di Giorgio inizia con una rapida sortita all’uscita degli spogliatoi. Dagli spalti lo riconoscono e partono bordate di fischi romanisti miste ai cori laziali. Le squadre iniziano il riscaldamento e Giorgio, rivolto verso la Sud, mima platealmente il gesto di chi prende la mira con il piede. “Andai anche negli spogliatoi della Roma per dire loro: vi aspetto fuori. Oggi può sembrare assurdo, ma io ero davvero tifoso della mia squadra” rivelò Chinaglia molti anni dopo aver appeso gli scarpini al chiodo, ricordando quel derby.
 
Chinaglia e Garlaschelli 
Poi il teatrino finisce e si fa sul serio. La storia si ripete. Come all’andata, Roma di nuovo in vantaggio per un’incertezza di Pulici, e come all’andata è Long John a fissare il risultato sul 2-1 per la Lazio, su calcio di rigore. Giorgio prende la rincorsa e batte Paolo Conti, ma stavolta non gli basta esultare, corre oltre la porta romanista e punta il dito verso la Sud dove, impotenti, sono assiepate le schiere dei tifosi giallorossi. Una foto celebre cristallizza un istante che vale l’immortalità biancoceleste, il volto di Giorgio stravolto, quasi trasfigurato dalla gioia di essersi fatto di nuovo beffe del nemico. “Era un dito di sfida - ricorda Pino Wilson -. Ai romanisti che lo avevano minacciato Giorgio diceva: qui comando io”. E ancora Pierluigi Martini: “Inimmaginabile che un giocatore della Lazio potesse osare tanto. Chinaglia diventava un simbolo”.
La Curva Nord onora Chinaglia dopo la sua scomparsa 
Ma il vero capolavoro Chinaglia lo compie nella partita successiva, nona di ritorno. E’ la svolta del campionato. La Lazio in trasferta a Napoli, la Juventus in attesa di un suo passo falso. E’ una battaglia. Gli azzurri si portano in vantaggio per tre volte e per tre volte Chinaglia firma il pareggio, in una delle sue più belle partite di sempre. Non è ancora finita. Sette giorni dopo, il 14 aprile, all’Olimpico arriva un modesto Verona, destinato a retrocedere da ultimo in classifica. La Lazio passa subito in vantaggio, ma il primo tempo si chiude con gli scaligeri sorprendentemente avanti per 2-1. E qui accade qualcosa. I biancocelesti, frustrati, non rientrano negli spogliatoi. Non è chiaro chi lo abbia deciso. Forse Maestrelli, ma altre testimonianze tramandano la versione secondo cui è un Chinaglia arrabbiatissimo a trattenere i compagni sul terreno di gioco. Nella ripresa tutto cambia, la Lazio rimonta, passa in vantaggio e la zampata del centravanti suggella il 4-2 finale e un altro pomeriggio da consegnare all’epica biancoceleste.
 
E si arriva al giorno del giudizio. Quattordicesima e penultima giornata, la Lazio ospita il Foggia da padrona del suo destino: tre punti di vantaggio sulla Juventus, una vittoria vuol dire scudetto, il primo nella storia della Lazio. La squadra sente su di sé una responsabilità che appesantisce le ore della vigilia in ritiro e toglie l’appetito. Il tragitto in pullman fino allo stadio nel silenzio, ognuno assorto nei suoi pensieri. Poi l’Olimpico, gremito e fremente. Inizia la partita, non si sblocca. Alla mezz’ora della ripresa ecco il calcio di rigore per la Lazio. Chinaglia si porta sul dischetto, solo i guanti del portiere Trentini lo separano dal paradiso. Re Cecconi gli passa accanto: “Tiraglielo a destra”. Long John segna. Ancora un quarto d’ora ed Enrico Ameri alla radio scandisce: “Sono le 17,45 del 12 maggio 1974, la Lazio è campione d’Italia”. La foto di Chinaglia, travolto dall’abbraccio dei tifosi nell’allora consueta invasione di campo, finisce su tutte le prime pagine del giorno dopo.
 
Giorgio Chinaglia chiude vincendo anche la classifica dei cannonieri: 24 gol, solo uno in più dell’interista Roberto Boninsegna, in un torneo di appena 30 partite. E per Long John si schiude definitivamente il nuovo sogno: la maglia azzurra da centravanti titolare ai Mondiali in Germania.
 
“La più grande delusione della mia vita” disse una volta Chinaglia in un’intervista Rai. Anche i sassi sanno come andò. L’Italia che va sotto di un gol con la modesta Haiti, il ct Valcareggi che sostituisce Chinaglia con Anastasi nella ripresa, Giorgio che esce dal campo mimando con la mano un plateale “vai vai” all’indirizzo della panchina fino al liberatorio “vaffa” perfettamente intuibile dal labiale. Gli azzurri vincono in rimonta, ma Chinaglia è un caso nazionale. I vertici del calcio sono infuriati. Carraro definisce Giorgio “un disadattato”, Allodi vorrebbe allontanarlo dalla squadra. Finisce invece che Chinaglia salta la sfida pareggiata con l’Argentina ma rientra a sorpresa con la Polonia, affondando assieme alla squadra. Italia eliminata, una caporetto. Pian piano filtrano varie teorie sulla disfatta.
Chinaglia con la maglia della Nazionale ai Mondiali 1974 
Importante la testimonianza di Gigi Riva, che parla di un Rivera fuori forma e del dilemma, anche quattro anni dopo il Messico, della sua convivenza in campo con Mazzola. E poi, di uno spogliatoio dilaniato da gelosie ed egoismi, in cui Chinaglia fa l’errore di cavalcare la questione meridionale sollevata dal napoletano Antonio Juliano denunciando la scarsità di laziali in azzurro e i favoritismi di Valcareggi. Rombo di Tuono non le manda a dire: “Nel gruppo c’era chi aveva influenza su di lui. Lo consigliava male e lo induceva a prendere decisioni sbagliate. Non faccio nomi, dico solo che con Giorgio aveva appena vinto lo scudetto”. Nella rosa di quella nazionale, oltre a Chinaglia, della Lazio facevano parte solo Wilson e Re Cecconi.
 
Lo stesso Chinaglia espose il suo personale retroscena. Un vertice notturno della squadra alla vigilia della partita con Haiti. Si decide ai voti di giocare con Rivera e senza Mazzola. Giorgio si incarica di svegliare in piena notte Valcareggi per consegnargli il foglietto con la formazione. Morale: Rivera e Mazzola giocano assieme, Chinaglia diventa il perfetto capro espiatorio da dare in pasto all’opinione pubblica. Sono trascorsi solo pochi mesi dal 14 novembre del 1973, quando con una poderosa progressione sulla fascia destra Chinaglia aveva confezionato per Fabio Capello il celebre assist che era valso l’1-0 nell’unica vittoria dell’Italia in casa dell’Inghilterra, a Wembley. La disfatta in Germania cancella anche quel ricordo. Il nuovo destino di Chinaglia sarebbero stati i fischi in ogni stadio sin dal campionato successivo. Il vento in Italia è cambiato per Chinaglia, che non avrebbe resistito ancora a lungo alle sirene dei Cosmos di New York e alla prospettiva di giocare da stella della Major Soccer League accanto a Pelè e Beckenbauer, assicurando la tranquillità alla sua famiglia lontano da Roma. Chinaglia lascia l’Italia sul finire della stagione 1975-76, voltando le spalle a una Lazio ripiombata nella lotta per non retrocedere e mettendo nel bagaglio il dolore per il destino di Maestrelli, morto il successivo 2 dicembre consumato dal cancro.
Chinaglia presidente della Lazio, insieme a Pulici 
Inizia qui un’altra storia, quella della seconda vita di Giorgio Chinaglia e dei suoi ritorni da ex calciatore e commentatore televisivo, dell’imprenditore e dei suoi tentativi di legare ancora il suo nome alla Lazio. Una vicenda amara e decisamente poco interessante. Meglio allora ricordare il suo ultimo viaggio a Roma: settembre 2013, il desiderio esaudito di essere sepolto accanto a “papà” Maestrelli nel cimitero di Prima Porta. Dove ritrovare l’abbraccio di un mondo che lui credeva lo avesse dimenticato. Invece la figurina è ancora lì, incollata al frigo. Con gli occhi dolci e tristi del giovane condottiero che in un pomeriggio indimenticabile traboccarono della felicità di un popolo. Long John aveva puntato il dito verso la Sud.