Lazio, 120 anni di sogni

Paolo Di Canio, da ragazzo della Nord a simbolo controverso della Lazio

I gol nel derby, le battute su Totti, il ritorno in biancoceleste voluto da Lotito e quella folle corsa a sfidare la Curva Sud. Come vent'anni prima.Ma anche discutibili gesti politici.

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“TOTTI? Fa bene a non invitarmi a cena. Anche perché, se io gli parlo di Medio Oriente, lui pensa sia una zona del campo”. Con il derby in calendario il 6 gennaio, il clima natalizio fatica a prendere piede nella Capitale. Soprattutto perché, a scandire la lunga attesa di quell’Epifania, ci pensano i botta e risposta tra Paolo Di Canio e Francesco Totti. Il primo pungola il secondo, che a sua volta risponde per poi essere pizzicato di nuovo: nel passaggio di consegne tra il 2004 e il 2005, Lazio-Roma si sta giocando con settimane di anticipo rispetto al fischio d’inizio. La variante, rispetto alle precedenti stracittadine, è troppo dirompente per non provocare effetti: dopo un’Odissea di 14 anni, Di Canio è tornato a casa. Ha salutato Roma appena 22enne, il talento del Quarticciolo scoperto da un maestro di calcio come Volfango Patarca (che avrebbe poi scovato anche Nesta e Di Vaio). Come primo “decreto” da neo presidente, Claudio Lotito ha riportato alla Lazio il figliol prodigo, ultras biancoceleste ancora prima che calciatore.
Di Canio nella sua prima stagione nella Lazio 
A 36 anni, Di Canio è tornato con un obiettivo in una tasca e con un sogno nell’altra. Il primo, aiutare la sua Lazio ancora scombussolata dopo aver sfiorato il fallimento: i fasti cragnottiani di poche stagioni prima sembrano lontani anni luce, Lotito ha assemblato la sua squadra in fretta e furia (i famosi nove acquisti in un giorno) e una guida carismatica come il vecchio Paolo è imprescindibile. Per quanto riguarda il sogno, il derby è l’occasione giusta: segnare di nuovo alla Roma, magari proprio sotto la curva giallorossa, a distanza di sedici anni dalla prima volta. Il 15 gennaio 1989, il gioiellino del vivaio biancoceleste aveva deviato la sua corsa dopo aver battuto Tancredi. Una sterzata quasi impercettibile, per esultare sotto la Sud col dito alzato, come Chinaglia più di un decennio prima.
Di Canio segna il goal nel derby del 1989 
Di Canio sotto la Curva Sud, dopo il goal nel derby del 1989 
Adesso che Di Canio indossa di nuovo la maglia biancoceleste, tra i tifosi laziali è tutto un darsi di gomito: “Pensa se, dopo tutti ‘st’anni, je risegna ancora…”. Col passare delle atipiche giornate natalizie, durante le quali il vecchio pisano Giuseppe Papadopulo ha sostituito in panchina Mimmo Caso, le frecciate di Di Canio a Totti hanno tramutato la speranza biancoceleste in convinzione: dopo tutto il trambusto sollevato, Paolo non potrà sbagliare l’appuntamento con la storia. Con la sua storia personale, soprattutto. Quello che per molti, in città, rappresenta un totem intoccabile – il numero 10, il capitano, l’ottavo re di Roma –, per Di Canio è un semplice tifoso giallorosso. Magari bravo coi piedi, ma pur sempre romanista e quindi da sfottere, stuzzicare, mettere alla berlina prima di batterlo in campo.
E in campo, in quel 6 gennaio 2005, dopo 29 minuti di un derby nervoso, ruvido per gli interventi in campo e per le intemperanze sugli spalti, a servire la palla perfetta a Di Canio ci pensa Fabio Liverani. Un altro piedi-buoni nato a Roma, ma cresciuto con simpatie calcistiche opposte. Roba del passato, Liverani adesso veste biancoceleste e ha un solo compito: lanciare nel modo migliore il compagno di squadra. E lo fa con un passaggio telecomandato, che il numero 9 laziale spinge in porta al volo. La seconda parte del gol, quella dell’esultanza, è un copione già scritto che va solo portato in scena: Di Canio corre verso la Sud, si ferma davanti ai cartelloni pubblicitari e apre le braccia. Il significato è chiaro: “Eccomi, sono tornato e vi ho segnato di nuovo”.
Di Canio e Totti nel derby del 2005 
Di Canio e i giocatori della Roma nel derby del 2005 
Di Canio dopo il goal nel derby del 2005 
I giocatori della Roma non la prendono benissimo, Cufrè e Dellas su tutti, e le polemiche incendiano un dopo partita rovente. Anche per quel suo gesto a fine partita, il saluto romano sotto la Nord, di cui anni più tardi lo stesso autore si sarebbe pubblicamente pentito. Per vincere il derby, alla Lazio non basta quel gol: dopo il pareggio di Cassano, il brasiliano Cesar e Tommaso Rocchi regalano il 3-1 a una squadra in piena emergenza. Basta ricordare la coppia difensiva di quella partita, la meteora Talamonti e un centrocampista come Giannichedda. È la Lazio dei gemelli Filippini, Antonio ed Emanuele caricati a molla da Di Canio, e dello stesso Rocchi: alla vigilia della partita, il futuro capitano e oggi allenatore degli Under 15 biancocelesti ha trascorso la notte a Formello a vedere Braveheart insieme a Di Canio. Il William Wallace scozzese sullo schermo, quello laziale nel letto accanto.