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Silvio Piola, bomber irraggiungibile: 290 gol in serie A, il titolo mondiale e un cuore biancoceleste

Il più prolifico centravanti della storia del nostro Paese ha giocato e segnato per nove anni nella Lazio. I ricordi della figlia Paola: "La firma del contratto al Caffè Vernetti, la passione per la caccia, i trionfi con la nazionale e quell'incredibile doppietta, con la testa rotta, nel derby del 1941"

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NEL 1934 il calcio è un fenomeno che ormai va oltre lo sport. In Italia, in Europa, nel mondo. La Coppa Rimet, che il Brasile di Pelè farà sua definitivamente nel 1970 con la vittoria del suo terzo titolo mondiale, ha vissuto già due edizioni. Nel 1930 la finalissima di Montevideo tra Uruguay (che vincerà 4-2) e Argentina, ha trasformato i mulinelli del Rio della Plata in torce infuocate al punto che l'arbitro della partita, l'inappuntabile belga Langenus, per dirigerla ha preteso una assicurazione sulla vita e un battello pronto a salpare per l'Europa pochi minuti dopo il fischio finale. Nel 1934, nello Stadio del Partito Nazionale Fascista (l'attuale Flaminio), l'Italia ha battuto la Cecoslovacchia 2-1 conquistando un titolo esaltato da Mussolini come era successo solo con il superuomo Primo Carnera, tornato dagli Usa l'anno precedente con il titolo mondiale dei pesi massimi.

I pensieri degli azzurri sono pieni di fantasmi in quel pomeriggio del 10 giugno: li scacciano via Orsi, che a 8 minuti dal termine pareggia il gol danubiano di Puc, e Schiavio che regala il trionfo ai supplementari. Il divo della squadra però è un altro: bello, la chioma luccicante di brillantina e classe da vendere. Le donne dell'alta società di Milano se lo contendono e in tanti canticchiano una canzone che fa “La donzelletta vien dalla campagna, leggendo la Gazzetta dello Sport e come ogni ragazza, lei va pazza per Meazza, che fa reti a tempo di fox-trot.''. Giuseppe Meazza gioca nell'Ambrosiana, così chiamata dal regime che trova il nome Internazionale politicamente scorretto. Ormai, con la Juventus che inanella scudetti in serie, il Milan, il Torino, il Bologna che si appresta a far tremare il mondo e le squadre della Capitale che cercano di farsi spazio, il calcio appartiene alle grandi città. E, anche se è passato poco tempo, il calcio dominante del quadrilatero piemontese (la Pro Vercelli con il suo carico di sette scudetti, Novara, Casale e Alessandria) sembra ormai roba superata. 

La Pro Vercelli ad esempio vivacchia in serie A ma ormai non vince più titoli, anche se nelle sue fila si sta distinguendo un attaccante alto (178 cm per l'epoca non sono pochi), coraggioso, potente e con un grande fiuto del gol. Si chiama Silvio Piola. Si è fatto conoscere eccome: in una partita contro la Fiorentina finita 7-2 segna 6 reti, record mai battuto e solo eguagliato da Omar Sivori che però nel famosissimo 9-1 del 1961 brutalizza i giovani dell'Inter, mandati in campo per protesta dopo una decisione della corte federale favorevole alla Juventus. Rispetto a Meazza, anche per il carattere riservato, Piola è il classico antidivo ma quando la Pro Vercelli è costretta a cederlo per risanare il bilancio societario, non ha dubbi sulla scelta. “Lui voleva andare all'Ambrosiana, non solo per il blasone della squadra, ma anche per mettersi in mostra per la Nazionale. All'epoca, tranne alcune eccezioni, la squadra azzurra era composta quasi interamente da giocatori della squadre del nord”, racconta la figlia Paola.

Le cose non vanno così. Il potentissimo generale Giorgio Vaccaro, anche lui piemontese, non solo è presidente della Figc, ma è anche un accesissimo tifoso della Lazio. La prima mossa è di far trasferire Piola, che sta facendo il servizio militare, a Roma, quindi... ''Si incontrarono al Caffè Vernetti di Vercelli, lui e il presidente della Pro Vercelli Ressia. E' lì, in uno spazio ancora oggi indicato alla clientela, che mio padre venne ceduto alla Lazio”. Prende il via una avventura straordinaria, durerà nove anni: “All'inizio era un po' restio, anche la sua mamma era preoccupata per il salto dalla provincia alla grande città. Ma Roma lo accolse in maniera che è persino riduttivo definire amorevole”. La sua prima casa è al quartiere Flaminio, a Via del Vignola. Una posizione strategica: ha tutto ad un tiro di schioppo. E’ vicino allo stadio Flaminio ed al campo di allenamento della Rondinella. E’ vicino alla sede, che all’epoca ha due entrate: via Frattina e via Borgognona. Al centro di una stanza c’è il biliardo, il tecnico Molnar vi dispone sopra le sfere numerate e spiega la tattica ai giocatori. Vicino c’è il tram, che i romani chiamano linea rossa per il colore delle vetture: poche fermate ed arriva a Villa Borghese, per la precisione a Piazza di Siena, dove svolge ulteriori allenamenti, da solo, per migliorare la condizione atletica.
Inoltre, particolare non secondario, c’è la tenuta di caccia dei Parioli. La caccia è un’attrazione irresistibile per Piola, ma che gli crea qualche problema nei rapporti con gli altri. “Si portava sempre dietro i suoi cani. Questi però davano fastidio ai vicini che protestarono. Fu sfrattato e dovette trasferirsi alla Città Giardino, dove andò meglio. Per fortuna che il presidente della Lazio, Zenobi, era meno suscettibile. Tollerava mio padre quando arrivata in sede vestito da cacciatore e con i cani, gli voleva bene. Per i mondiali di Francia gli regalò dei parastinchi speciali, rinforzati con stecche di alluminio per rinforzarli”. 

Caccia a parte, è il campo di calcio l'habitat naturale di Piola. Non è solo un ariete da gol, ma ha tecnica ed una perfetta coordinazione che gli permette di entrare nella storia come uno dei più grandi artisti della rovesciata. La più celebre, il 13 maggio 1939, a Milano contro l'Inghilterra, tiene incollata alla radio mezza Italia. Il radiocronista è il leggendario Niccolò Carosio: “Italia e Inghilterra si stanno affrontando in un acceso e vertiginoso confronto. Attaccano gli inglesi con Matthews, Foni intercetta e spazza il pallone sul versante destro dell'attacco azzurro dove attacca Serantoni, cross al centro, rovesciata di Piola, rete!”. In realtà quella spettacolare rovesciata, come lo stesso Piola disse tanto tempo dopo, celò un colpo di mano dato al pallone che l'arbitro non vide. “Ma lui voleva dirlo, - spiega la figlia – solo che ordini superiori gli suggerirono di lasciare l'episodio sotto traccia. A quei tempi con l'Inghilterra non correva buon sangue''. Ironia della sorte, 47 anni dopo un giocatore dell'Argentina, altra nazione che con l'Inghilterra ha il sangue amaro, tale Diego Armando Maradona, replicò la furbata addirittura in un quarto di finale mondiale.
Silvio Piola entra in campo in un Lazio-Genoa 
Nella Lazio Piola non fatica ad imporsi. Vero, nelle prime due stagioni la squadra è lontana dal vertice della classifica, ma le reti arrivano copiose. In biancoceleste saranno 143 in 227 partite, complessivamente in carriera ne segnerà 290 in serie A (comprese 16 con il campionato diviso in due gironi per motivi bellici), record praticamente inattaccabile. La stagione 1936/37 è quella della consacrazione con la Lazio: vince il titolo di capocannoniere, sfiora lo scudetto (che va al Bologna) e conduce i biancocelesti alla finale della Coppa dell'Europa Centrale, una Champions League ante litteram. Contro gli ungheresi del Ferencvaros, capitanati da un mito del calcio danubiano come Gyula Sarosi, sono due battaglie: 4-2 per loro a Budapest, 4-5 sempre per loro a Roma. C'è però un momento in cui la Lazio è vicina anche all'impresa impossibile, ma proprio Piola sbaglia un calcio di rigore. Capita anche ai grandissimi.

Oltre alle doti tecniche c'è tanto altro. Da Piola arriva sempre e comunque l'elogio incondizionato ai compagni: “Lui era molto amico di Uber Gradella, che era più giovane ed era arrivato alla Lazio qualche anno dopo. Un giorno Uber fece un errore e il tecnico nell'intervallo lo rimproverò. Mio padre allora ne prese platealmente le difese: 'Vero, lui ha lasciato entrare quel pallone, ma anche io ancora non l'ho buttato dentro la porta'”. Proprio un episodio che riguarda Gradella fa capire la popolarità raggiunta dal calcio. Una volta il portiere è in giro per la città e viene affiancato da una macchina nera: scendono due uomini, sono in borghese, si qualificano, fanno parte della polizia fascista. Gradella, non capendo, trattiene il respiro prima di rilassarsi: nella macchina infatti ci sono i due figli di Mussolini, Bruno e Vittorio, che lo hanno riconosciuto e vogliono un autografo.
Silvio Piola durante un Lazio-Bologna 
Piola è l'attaccamento alla maglia, è il coraggio, è una sorta di eroe popolare. ''Nel '35 durante una gara di campionato, si fece parecchio male ad un piede, ma nell'intervallo non volle togliere la scarpa. 'Se l'avessi tolta non sarei riuscito a tornare in campo' mi raccontò. Continuò quindi a giocare e segnò anche''. E poi quel derby del marzo del 1941, con la Lazio che rischia la retrocessione mentre la Roma sta mettendo le basi per lo scudetto che arriverà la stagione successiva: “Nel primo tempo in un contrasto di gioco si spacca la fronte. Un bruttissimo taglio, tanto che il medico della squadra lo vuole portare in ospedale. Lui rifiuta, si fa mettere due grappe sulle ferita, una fasciatura approssimativa e torna in campo. Non solo, ma segna di testa colpendo il pallone proprio con la parte ferita. La partita finisce 2-0, nel secondo tempo segna ancora lui, stavolta di sinistro. L'episodio lo narrò lui stesso in un 33 giri in cui lo intervistava Sandro Ciotti, e la cosa che aveva piacere di ricordare è la fine della partita, quando vedendolo sanguinante e pieno di fango tutti i tifosi, anche quelli della Roma, si alzarono in piedi ad applaudirlo”.
Silvio Piola durante un derby con la Roma 
Quando gioca quel derby, Piola è già una affermatissima star internazionale. Nel 1938 in Francia ci sono i mondiali, e con l'Europa ormai sull'orlo del conflitto bellico, l'Italia non incontra propriamente i favori del pubblico di casa. La pressione sui giocatori non è solo cosa del calcio di oggi. In molti pensano che gli azzurri quattro anni prima abbiano vinto anche grazie a qualche aiutino. Pesa quello strano forfait di Ricardo Zamora nella ripetizione del quarto di finale (ufficialmente per infortunio, ma sembra che ci sia una protesta del portiere più forte del mondo per il clima brutale della prima partita, finita in parità). Pesa quel gol contestato all'Austria in semifinale, segnato da Guaita mentre Meazza furbescamente fa ostruzione al portiere austriaco Platzer. Insomma, c'è tanta attesa sull'Italia, e questa per poco non si rivela fatale.

Prima partita contro la Norvegia, si gioca ad eliminazione diretta, è l'ottavo di finale. Segna subito Pietro Ferraris, ma nel finale pareggia Brustad. Si va ai supplementari. “Ad un certo punto – racconta Paola Piola – Pasinati avanza e tira, il portiere norvegese respinge, arriva in corsa mio padre. Dietro di lui lo stesso Pietro Ferraris, che era vercellese ed era suo amico, gli aveva urlato di lasciare la palla...”. Piola quella palla non la lascia, tira, segna e ci porta ai quarti con la Francia. E quando Ferraris bonariamente lo rimprovera (''Se avessi fatto doppietta Pozzo forse non mi toglieva di squadra nelle altre partite”), Piola replica: “Ma se non facevi gol tornavamo tutti a casa...”. 

Nei quarti l'Italia, che si schiera in maglia e pantaloncini neri, batte la Francia 3-1: il primo tempo finisce in parità, nella ripresa Piola-Piola, c'è poco da aggiungere... Dopo la partita il centravanti riceve una quantità enorme di lettere e telegrammi. Uno in particolare lo colpisce e recita: “Tratta tutti i portieri avversari come tratteresti me. Firmato Tuo zio”, Glielo ha mandato Giuseppe Cavanna, il fratello della madre. Anche lui ha giocato al calcio, a ottimi livelli. Ruolo: portiere. Memoria: ottima. Lo zio Giuseppe ricorda benissimo quell'8 febbraio di 7 anni prima, quando in un Pro Vercelli-Napoli finito 6-3 il nipote, alla sua prima stagione con la Pro, gli aveva rifilato tre reti.
La nazionale italiana vincitrice del mondiale 1938 in Francia. Silvio Piola è alla sinistra del ct, Vittorio Pozzo, che alza la Coppa Rimet 
Nella semifinale a Marsiglia c'è il Brasile, che da quando esiste il calcio si prende sempre il ruolo da favorito. E’ la sfida dei due mondi, anche perché viste le distanze abissali, è impossibile o quasi che squadre di due continenti diversi si affrontino in amichevole. Insomma, in attesa di vederla all’opera, sulla Seleçao si favoleggia. Una partita che il ct Vittorio Pozzo prepara con straordinaria abilità psicologica. Ricordava lo stesso Piola: “Pozzo era riuscito a farci intendere che bisognava astrarsi dall'ambiente. Molte volte ci faceva preparare in tenuta da gioco già dall'albergo, per evitare l'ultima mezz'ora di attesa negli spogliatoi. Poi, in pullman, si andava a zonzo per la città, per giungere all'ora dell'inizio fuori dall'ambiente...”. Pozzo fa anche leva sull'orgoglio, fa sapere ai giocatori che i brasiliani hanno già prenotato l'aereo per la finale di Parigi. Ma la Seleçao a quella partita non arriverà mai. Piola non segna ma entra nelle azioni dei gol: uno, su rigore, lo segna Meazza, che inganna il portiere Walter tenendosi i pantaloncini. Si è rotto l'elastico e rischia di fare uno dei gol più importanti della carriera mentre gli calano le braghe.

Si va dunque in finale, dove Piola ritrova quel Sarosi avversario l'anno prima in Lazio-Ferencvaros. Stavolta però la storia è diversa: 4-2 per l'Italia che bissa il precedente titolo mondiale. Piola fa doppietta, è il momento più alto della carriera, reso ancora più straordinario dal fatto che tra Pro Vercelli, Lazio, Torino, Juventus e Novara il campionato non lo ha mai vinto.  Una carriera lunga, che arriva fino ai 40 anni, e che gli vale una ultima convocazione in nazionale nel 1952, a 38 anni e 7 mesi. Da allenatore poi è nella commissione tecnica per il mondiale del 1954, guida il Cagliari, quindi per un decennio è istruttore federale al centro di Coverciano: “Tra i suoi allievi c'è stato anche Sacchi”. In alcune registrazioni che talvolta ancora girano sui canali tematici della Rai, Piola spiega alcuni segreti tecnici del calcio. ''Mi capita spesso di rivederle - dice la figlia - ma quando parla è impostato, ha un tono di voce diverso rispetto a quello che usava in famiglia. Ci teneva molto a far capire il calcio come lo intendeva lui, tanto che a tavola spesso con le molliche di pane usate come giocatori ci spiegava la tattica. Come a dire se lo capite voi lo capiranno anche quelli che vedono la tv''. 

Piola se ne è andato in un venerdì di ottobre del 1996. Il giorno dopo, di pomeriggio, alcuni ragazzi giocano una partita a Piazza di Siena, proprio dove Piola si allenava da solo. Uno di loro, che ha vissuto sin da bambino tramite i racconti del padre le gesta di quel periodo in bianco e nero del calcio italiano, propone un minuto di silenzio. Tutti si raccolgono e lo osservano con rigore. Una delle più belle copertine di sempre gliela dedica la rivista Lazialità. Vi sono raffigurati i grandi della storia della Lazio, con lui al centro ed un titolo che dice tutto: ''In piedi, esce Piola”.