Europei: terapia Gosens, dall'Atalanta il futuro psicologo che ha fatto rinascere la Germania
dal nostro inviato Emanuele Gamba , dal nostro inviato Emanuele GambaMONACO - Ci sono ancora tedeschi che domandano chi sia, da dove venga, come sia sbucato quell'iradiddio di terzino sinistro che sabato sera a Monaco ha squassato il Portogallo sfoderando la più stupefacente delle prestazioni individuali di questo Europeo. "Capita che me lo chieda ancora anch'io" dice lui, l'incredibile signor Gosens, l'uomo che la Germania aspettava da una vita e che l'Atalanta e Gasperini le hanno consegnato su un piatto d'argento.
Il terzino che non c'era
La formidabile Germania dei quindici anni di Löw s'è sempre portata appresso due difetti, due strani immutabili limiti: la mancanza, dopo l'appassimento di Klose, di un centravanti all'altezza del resto della squadra e quella di un terzino sinistro di livello. Sulla fascia mancina, il ct ha sempre adattato dei destri o dei centrali (Lahm, Boateng, Höwedes, Kimmich) oppure ha usato il modesto Hector, uno dei pochi mai entrato nel giro del gr…
MONACO - Ci sono ancora tedeschi che domandano chi sia, da dove venga, come sia sbucato quell'iradiddio di terzino sinistro che sabato sera a Monaco ha squassato il Portogallo sfoderando la più stupefacente delle prestazioni individuali di questo Europeo. "Capita che me lo chieda ancora anch'io" dice lui, l'incredibile signor Gosens, l'uomo che la Germania aspettava da una vita e che l'Atalanta e Gasperini le hanno consegnato su un piatto d'argento.
Il terzino che non c'era
La formidabile Germania dei quindici anni di Löw s'è sempre portata appresso due difetti, due strani immutabili limiti: la mancanza, dopo l'appassimento di Klose, di un centravanti all'altezza del resto della squadra e quella di un terzino sinistro di livello. Sulla fascia mancina, il ct ha sempre adattato dei destri o dei centrali (Lahm, Boateng, Höwedes, Kimmich) oppure ha usato il modesto Hector, uno dei pochi mai entrato nel giro del grande calcio (è stato, ed è ancora, una bandiera del Colonia, club che si barcamena nelle zone basse della Bundesliga). Noi lo ricordiamo perché ci segnò il rigore decisivo nei quarti di finale di Euro 2016. Ma uno come Gosens erano anni che non capitava, e non sapevano neanche che esistesse.
Benzinaio part-time e poi l'Olanda minore
Il terzino dell'Atalanta, infatti, ha una storia, una formazione e un percorso tutti suoi. Non ha mai giocato in un club tedesco né ha mai frequentato nessun settore giovanile. Da ragazzo sostiene un provino con il Borussia Dortmund, che lo boccia senza appello. A diciott'anni decide così di varcare il confine (viene da Emmerich sul Reno: una sponda del fiume è Germania, l'altra è Olanda) per entrare nel settore giovanile del Vitesse e intanto lavora come garzone in una pompa di benzina e sogna di diventare poliziotto. Passa da un paio di club olandesi di secondo piano (il Dordrecht, con cui conquista la promozione dalla seconda alla prima divisione, e l'Heracles), lontano dai radar di qualunque osservatore tedesco ma non di quelli dell'Atalanta, che da diversi anni scova tra Belgio e Olanda delle pepite luccicanti, e soprattutto economiche: Gosens è costato 600 mila euro e adesso vale almeno 35 milioni, anche se i giornali tedeschi hanno scritto che dopo questo Europeo potrebbe costarne addirittura 50.
Gli inizi duri con Gasp
All'Atalanta ci mette un paio d'anni ad adattarsi. Gli inizi sono difficili e Gasperini è duro con lui: "L'allenatore non mi vedeva e io mi chiedevo se fossi all'altezza di un club di questo livello e di compagni che avevano, al contrario di me, un vera formazione calcistica alle spalle. Ero a Bergamo da solo, non parlavo la lingua, non conoscevo nessuno. Mi sono domandato spesso se avessi fatto la scelta giusta". Ma settimana dopo settimana i suoi miglioramenti sono straordinari: tutto quello che non impara nelle scuole che non ha fatto lo apprende a Zingonia, chiedendo di fare lezioni supplementari di tattica ("Fino a 18 anni la tattica non sapevo cosa fosse, il mio calcio era correre e tirare"), di tecnica, di posizionamento del corpo. Da due anni è un colonna nerazzurra, segna come fosse un centravanti e ha tempi di inserimento sensazionali, uniti a coordinazione e capacità acrobatiche notevoli: il gol che gli è stato annullato con il Portogallo (colpa di un fuorigioco di Gnabry), una sforbiciata volante perfetta al centimetro e al centesimo di secondo, dice tutto di lui.
Germania batte Olanda
Dall'inizio del 2020 lo staff di Löw comincia a seguire Gosens, che ha anche passaporto olandese: siccome c'è il rischio che se ne accorgano anche ad Amsterdam, stringono i tempi e Gosens viene convocato per la prima volta nella Mannschaft ad agosto, anche se in realtà avrebbe dovuto esordire già nel marzo del 2000 contro l'Italia, nell'amichevole poi cancellata per la pandemia. A settembre debutta, sfornando un assist per Timo Werner nell'1-1 con la Spagna, e da lì in avanti sarà sempre titolare tranne che nell'amichevole con la Turchia: 9 presenze e 2 gol, tanto per mantenere i ritmi realizzativi bergamaschi. Quando ha messo piede per la prima volta nel centro federale di Herzogenaurach, si è fatto le stesse domande che lo tormentavano quando arrivò a Bergamo: "Sono all'altezza di questi compagni, che hanno vinto tutto e che vedevo giocare solo in tv?". La risposta è stata sì, subito. E Löw ha fatto molto per integrarlo alla svelta del gruppo: "Robin è un ragazzo molto positivo, intelligente, che parla chiaro. Ha qualità che vanno oltre a quelle che si vedono sul campo".
Un futuro da psicologo
Gosens ha in effetti poco del calciatore medio. Parla un italiano grammaticalmente correttissimo e quasi ricercato, segno che lo ha studiato a fondo e non lo ha imparato orecchiando. Intanto insegue una laurea in psicologia, cui farà seguire un master in psicologia dello sport. "Quando smetterò di giocare non credo che resterò nel mondo del calcio: il mio sogno è diventare uno psicologo". Su di sé, sa fare osservazioni interessanti: "Ho avuto un percorso insolito, ma mi chiedo spesso cosa sarei diventato se fossi entrato fin da piccolo in un settore giovanile, irregimentato negli schemi di una squadra, con qualcuno che mi diceva da mattina a sera cosa fare. Invece sono cresciuto in libertà e probabilmente è questo che ha fatto di me quello che sono". Durante i mesi duri della pandemia, chiuso in casa a vedere Bergamo soffrire dal balcone, ha deciso di scrivere un'autobiografia: più del titolo (Vale la pena sognare) è interessante il sottotitolo, "Il mio percorso un po' diverso per diventare calciatore".
Vino e cioccolato per meditare sul terrazzo
Di quel libro è diventato famoso l'episodio in cui Gosens, alla fine di una partita con la Juve, chiede di scambiare la maglia con Ronaldo e quello gli risponde gelidamente: no. Sabato a Monaco si è vendicato. Ma ci sono tanti altri passi interessanti, come quando racconta del tempo che passa sul terrazzo, con un bicchiere di rosso e un pezzo di cioccolato fondente a riflettere sulla vita, o di quando d'inverno si siede in poltrona con una tazza di tè e un libro e dopo qualche pagina lo ripone "per sognare a occhi aperti".
Sognando la Bundesliga
Uno dei suoi sogni è di giocare, prima o poi, in Bundesliga. "L'Atalanta lo sa, non ci sono segreti". La sua squadra del cuore è lo Schalke, retrocesso dopo un'annata disgraziata: nel 2019 c'era stata una trattativa, ma il club tedesco non presentò offerte all'altezza delle richieste. Il Bayern nel ruolo è coperto con due giovani fortissimi (Davies e Richards): resterebbe il Borussia, ma è assai più probabile che Gosens giochi la terza Champions League consecutiva con l'Atalanta. Dopotutto c'è molto di meglio in giro?