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Sergio Busquets, il centro di gravità della Spagna

(reuters)
Anima e idee: il centrocampista del Barcellona è il baricentro della nazionale di Luis Enrique, avversaria dell'Italia nella semifinale di Euro2020
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Ho assistito al debutto in Liga di Sergio Busquets, il 13 settembre del 2008, e ovviamente non ricordo una sola giocata di quel ragazzo lungo e allampanato. Il Barcellona di Pep Guardiola era alla sua seconda partita in assoluto, e siccome nella prima aveva perso sul campo del neopromosso Numancia il giovane allenatore era corso ai ripari inserendo nella formazione titolare due ragazzini che l’anno prima aveva svezzato nel Barcellona B, in terza divisione: l’attaccante Pedro al posto di Titì Henry e, appunto, il centrocampista Busquets al posto di Yaya Touré. Per non andare subito in difficoltà - l’allenatore del Barça per definizione non ha mai molto tempo - Guardiola aveva bisogno di giocatori che conoscessero già bene il suo calcio e se ne facessero portatori: e se pensate che sia un’imprudenza affidare a due adolescenti la guida di una squadra che due anni prima aveva vinto la Champions, beh, non conoscete Pep.

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Ho assistito al debutto in Liga di Sergio Busquets, il 13 settembre del 2008, e ovviamente non ricordo una sola giocata di quel ragazzo lungo e allampanato. Il Barcellona di Pep Guardiola era alla sua seconda partita in assoluto, e siccome nella prima aveva perso sul campo del neopromosso Numancia il giovane allenatore era corso ai ripari inserendo nella formazione titolare due ragazzini che l’anno prima aveva svezzato nel Barcellona B, in terza divisione: l’attaccante Pedro al posto di Titì Henry e, appunto, il centrocampista Busquets al posto di Yaya Touré. Per non andare subito in difficoltà - l’allenatore del Barça per definizione non ha mai molto tempo - Guardiola aveva bisogno di giocatori che conoscessero già bene il suo calcio e se ne facessero portatori: e se pensate che sia un’imprudenza affidare a due adolescenti la guida di una squadra che due anni prima aveva vinto la Champions, beh, non conoscete Pep.

Busquets non sembra mai fare niente di che, e come si diceva non conservo in memoria alcuna immagine di quel debutto. A dispetto del pareggio imposto nel finale dal Racing Santander, però, la prestazione fu per forza positiva visto che Sergio - sulla maglietta ha sempre portato il nome di battesimo, per sfuggire alla patente di raccomandato visto che suo padre Carles era stato il secondo portiere ai tempi del Dream Team di Cruijff - in pratica non uscì più. Alla fine di quella stagione vinse il primo dei suoi 8 campionati e la prima delle sue 3 Champions League. Due anni dopo vinse il titolo mondiale come innovazione più succosa di Vicente Del Bosque, che inserì il catalano al posto di Marcos Senna per ricreare la mediana perfetta e ormai leggendaria del Barça: Xavi, Busquets, Iniesta. Di vittoria in vittoria, oggi Sergio è rimasto l’ultimo dei mohicani, col solo Jordi Alba ad aver vissuto buona parte del suo cammino: ha (quasi) 33 anni e della nuova Spagna di Luis Enrique, la nostra avversaria nella semifinale di martedì, è la guida tattica e pure spirituale. Prima dell’Europeo si è fatto il Covid, che l’ha costretto a saltare le prime due gare, ma l’allenatore non ha mai pensato al taglio, consapevole che questa giovane Spagna poteva sopravvivere, e poi magari sfondare, soltanto con Busquets in regia. È stato un azzardo rischioso ma ben giocato: dalla terza partita la Roja ha decollato, e pazienza se Sergio ha calciato sul palo il primo rigore della serie con gli svizzeri. C’è chi ha rimediato per lui.

In Italia abbiamo di Busquets un’immagine condizionata da un brutto episodio, la simulazione che portò all’espulsione di Thiago Motta nella semifinale di ritorno della Champions 2010, quando l’Inter resistette in dieci per oltre un’ora limitando i danni e guadagnandosi la finale di Madrid. Episodio poco edificante, ma in stile con quello che del grande Barcellona è sempre stato considerato il giocatore “da strada” dentro a una formazione “da salotto”. Assistente principale del regista Xavi e del fantasista Iniesta, Sergio si è sempre proposto come compagno di pressing, guardia del corpo tattica, rifugio in caso di marosi, “parete” sulla quale far rimbalzare il pallone nei triangoli di avanzamento del gioco. A differenza degli altri satanassi, Busquets non aveva soltanto la Masia - ovvero la cantera del Barcellona - nella sua infanzia. Le sue doti sono emerse lungo un percorso nelle squadrette di mezza Catalogna, perché il primo approccio con il club blaugrana, quello sì favorito dal padre, era andato male. Busquets è uno che ha riconquistato il suo paradiso dopo averlo perduto da ragazzino.

(afp)

Ora che nel Barça è alle prese con una non semplice convivenza con De Jong - la palla è una pure in Liga - Sergio ha recuperato una nazionale competitiva come non gli succedeva dal 2012, e il ragazzino che gli gira accanto, Pedri, ha molto dell’Iniesta del tempo che fu. Se Messi l’altra sera ha visto i due all’opera insieme, si sarà chiesto: A) dov’era Xavi? B) dove devo firmare il rinnovo?