Rivoluzione serie A tra web e tv

Giorgio Porrà 

Quando Il calcio diventa cultura: il racconto di Porrà

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MILANO - E poi c'è Giorgio. Basta uno come Porrà a fare perdonare qualche eccesso di urlo e di aggettivazione da parte dei telecronisti impazziti per un calcio d'angolo: Il suo garbo (che per qualcuno è un difetto), la sua educazione, in nel senso umano che culturale, la sua capacità di raccontare persone senza trasformarle in personaggi (e senza trasformare in personaggio neanche se stesso). Tanti rimpiangono ancora il suo Lo sciagurato Egidio. Ma ci si può consolare con il ritorno, per il terzo anno, del suo L'uomo della domenica, galleria di ritratti di protagonisti del calcio d'oggi e anche di ieri. Insomma, la narrazione, la famosa narrazione, che si porrà (P minuscola) in alternativa anche oraria con le partite del giorno di festa.

Una trasmissione cambiata negli anni.
«Questa sarà la terza stagione e nel corso degli anni si è progressivamente definita l'identità: nato come focus sul personaggio del momento, come narrazione attorno all'attualità più stretta, è diventato format con un respiro molto più ampio, spalmato nell'intero palinsesto settimanale. Anche se l'intenzione resta quella iniziale, nel solco di altre simili produzioni del passato: fondere memoria e contemporaneità, epica e tecnica, insistere nella contaminazione con cinema, letteratura, musica, restituire al gioco la dignità che merita, ribadire la consanguineità tra calcio e arte. Non a caso i set vengono allestiti in luoghi speciali, evocativi, musei, spazi espositivi, a Milano L'uomo della domenica ha sinora trovato ospitalità al Mudec, al Pac, alla Fabbrica del Vapore».

Calcio e cultura è un'accoppiata che tanti amano, ma tanti detestano, trovando il calcio troppo plebeo per essere unito all'arte e alla letteratura.
«Invece nella mia idea, e quella di questa trasmissione, un ricamo di Messi vale un tango di Gardel, la rivoluzione di Cruyff è quella di Mondrian, l'estetica di CR7 si specchia in quella di Wilde, il futurismo sarriano già friggeva nelle accelerazioni di Marinetti. Il divertimento in fondo è questo, procedere per suggestioni, stravaganze, prendersi dei rischi, surfare tra alto e basso, folgori pop e massimi sistemi, pungere con citazioni, allusioni, rimandi, accostando Dybala a Sivori, Totti a Pasolini, Meroni a Tenco, Mertens a Brel, Buffon a Tex, Pirlo a Buster Keaton, Sacchi a Pollock, Riva a De Andrè, Mazzone a Trilussa, provando a fissare lo spirito libertario di un "coast to coast" con un frammento di Easy Rider, un'intuizione di Kerouac, esplorando la maledetta "toscanità" di Allegri, Sarri, Spalletti, le loro anime contrapposte, attraverso il conflittuale rapporto tra Montanelli e Malaparte».

Le idee sui personaggi come vengono? Quanto sono legate all'attualità del momento e quanto alla storia?
«I percorsi a volte sono mossi da ricorrenze tragiche, come la morte assurda, mai del tutto chiarita, di Re Cecconi negli anni di piombo, o da eventi straordinari, come l'affermazione politica di Weah, primo calciatore Capo di Stato, o, più semplicemente, dal doveroso omaggio alle espressioni più geniali di questo gioco, come in occasione della puntata incentrata sul formidabile furore creativo di Guardiola, forse la più riuscita dell'ultima stagione con la leggendaria rivalità tra Borg e McEnroe a regalarci i giusti spunti per investigare attorno al dualismo, altrettanto rovente, Pep-Mourinho. È seguendo questo tracciato che l'Uomo proverà ad insistere nella sua piccola missione, garantire vivacità, linguaggi alternativi a quelli del resto di Sky Sport. Ci sostengono i numeri: voci, stili, storie molto differenti tra loro offrono ampia scelta all'abbonato».

Quali saranno i primi personaggi della terza stagione?
«Forse è ancora presto, ma nella nuova versione non potremo non ripartire da Ronaldo ed Ancelotti, in fondo è l'intero calcio italiano che ridecolla con loro, dalla periferia all'ombelico del mondo sulle spalle di figure ormai mitologiche, solo in apparenza antitetiche, il divo, l'antidivo, con il tifo ultrà di Pessoa e Guareschi. Una pacchia, un richiamo irresisistibile per qualunque storyteller su piazza».