Pace, amore e libertà: nell'anno di Italia-Germania il cinema fa la rivoluzione

Un'ottima annata, quella del 1970, per i titoli italiani e internazionali. La protesta della Nuova Hollywood, i western dalla parte degli indiani. Ma si continua a piangere con 'Love Story' mentre i più piccoli sognano con 'Gli aristogatti'

3 minuti di lettura
Il mondo è capovolto dalla contestazione giovanile, i grandi maestri i del cinema indagano le contraddizioni della società, si sgretolano il mito della Frontiera e quello dell’eroismo bellico, e intanto gli azzurri di Valcareggi fanno l’impresa. Il risultato allo stadio Azteca di Città del Messico è uno dei puntini da unire per ottenere il quadro di un'epoca, le cui suggestioni diventano narrazione cinematografica grazie a un esercito di autori e a tante produzioni targate 1970 che faranno da spartiacque tra il cinema che era stato e quello che verrà. E nel buio della sala gli italiani scoprono che della guerra si può ridere, che i cowboy non erano così buoni e gli indiani così cattivi, che una storia d’amore non ha sempre un lieto fine, che la rivoluzione non è un pranzo di gala. Sintesi di alcune pietre miliari, splendidi (film) cinquantenni da rivedere.
 
“Gli Oscar? Due ore di carne umana messa in vetrina”. L'attore George C. Scott non ci va leggero per spiegare il proprio rifiuto a ritirare l’Oscar vinto per la straordinaria performance in Patton, generale d’acciaio diretto da Franklin J. Schaffner. La sua è una delle sette statuette conquistate dal biopic sul leader dell’esercito americano scritto da Francis Ford Coppola e Edmund H. North. Le sue parole saranno anche dure ma sono perfettamente in linea con il cambiamento che stava trasformando la mecca del cinema nella Nuova Hollywood. A incrinare la solennità della narrazione bellica ci pensa Robert Altman che piazza le macchine da presa sulle barelle del Mobile Army Surgical Hospital: è un ospedale militare da campo in cui si consumano gli scherzi più atroci ai danni di ufficiali e sottufficiali a opera di un gruppo del personale medico con poco rispetto per la disciplina e molto amore per la libertà. Si parla di Guerra di Corea ma in M*A*S*H* l’unico attacco concreto è quello ai fondamenti della tradizione americana. E nella satira antimilitarista ogni riferimento al Vietnam è tutt’altro che casuale. Anche l’Italia fa la sua parte contro tutte le guerre: con la follia degli ordini impartiti dal generale Leone, con la macelleria dei giovani soldati mandati allo sbaraglio contro il nemico o negli inutili attacchi per la riconquista del Monte Fior, Francesco Rosi e i suoi Uomini contro affiggono nelle sale un manifesto pacifista contro ogni autoritarismo.
 
“Il mio film ha essenzialmente un valore etico e poetico”. In qualche modo Michelangelo Antonioni doveva rispondere alle critiche internazionali che stroncarono Zabriskie Point. In Italia non fu esattamente un successone al botteghino ma resta l’atto coraggioso di un grande autore che provò a raccontare il deserto: quello geografico in cui si sviluppa la storia d’amore dei due giovani protagonisti e quello provocato dalla sconfitta della società consumistica, la rivoluzione culturale e l’inquietudine di una generazione.

'Zabriskie Point'; in alto, una scena di 'M*A*S*H*' 

 
“Tutti vorrebbero sembrare diversi dagli altri e tu invece vuoi somigliare a tutti”. La psicanalisi e la politica, l’antifascismo, la borghesia che pianta le proprie fondamenta su stereotipi, l'esigenza di essere accettati dal gruppo dominante. Con Il conformista Bernardo Bertolucci mostra al pubblico l’aberrazione del potere, la vacuità del desiderio di dominio, l’ipocrisia delle masse. Elementi di cui scontano tragicamente le conseguenze i protagonisti di Il giardini dei Finzi Contini con cui Vittorio De Sica porta un Oscar in Italia, quello per il miglior film straniero.
 
'Love Story' 

“Amare significa non dover mai dire mi dispiace”. Non si contano i fazzoletti consumati tra le poltrone delle sale cinematografiche davanti alla storia di Oliver e Jenny. Il rampollo di un magnate della finanza e la figlia di un pasticcere si innamorano, si sposano contro la volontà del padre di lui, poi la tragica scoperta: lei ha la leucemia, quindi niente lieto fine. Non tutto il cinema del 1970 contesta o protesta: in Love Story la ribellione sta nel matrimonio contrastato e in chiave un po’ hippie e in una certa professione di ateismo ("Non sono mai stata credente. Non credo che esista un mondo migliore di questo. Voglio dire, cosa c’è di meglio di Bach e Mozart e te?"). Quanto al resto, siamo immersi fino al collo nel melò.



“Er mejo der Colosseo”. Che il lieto fine sia il marchio di fabbrica Disney è cosa nota. Perciò non può che finire bene tutt'altra love story, quella tra il coatto Romeo e la nobilgatta Duchessa, ragazza madre di Minou, Matisse e Bizet. Gli artistogatti è uno dei caposaldi del vecchio Walt, morto quattro anni prima ma dopo aver dato la propria approvazione al progetto. Che è pure un grande omaggio all’arte e alla musica.

Gli aristogatti 

 
Piccoli grandi uomini. Nell’anno della consacrazione del western revisionista c'è il trionfo del Piccolo grande uomo Dustin Hoffmann. Nel ruolo di un uomo che, allevato da un capo Cheyenne, da adulto decide di tornare a vivere tra i bianchi. Salvo fuggire dall’esercito del generale Custer dopo un massacro di donne e bambini indiani. Per la prima volta i nativi sono le vittime, non più quei barbari selvaggi che abbiamo imparato a conoscere dai tempi di Ombre rosse. Il sentimento contrastante vissuto da Hoffmann, diviso tra le proprie origini e l’appartenenza alla comunità dei nativi si evolve in Un uomo chiamato cavallo, in cui il personaggio interpretato da Richard Harris eleva alla massima potenza il concetto di integrazione con la cultura nemica. Che si traduce in una posizione nettamente filo-nativi in Soldato blu, ancor più incisivo perché c'è una donna come protagonista: rapita da una tribù Cheyenne, la bianchissima Candice Bergen impara e comprende la cultura degli indiani fino a condividerne le ragioni e a diventarne una paladina. Film violento che inizia e finisce con un massacro e in cui il regista Ralph Nelson a stento nasconde l’intento apologetico contro la guerra in Vietnam.

Dustin Hoffmann in 'Piccolo grande uomo' 

 
"Resta con noi compañero e vedrai che con gli ideali si può vincere". Al Messico torniamo. Ma in Vamos a matar compañeros scendono in campo, capitanati da Sergio Corbucci, Jack Palance, Franco Nero, Tomas Milian, Fernando Rey, Iris Berben. Messico in fiamme, un professore idealista viene liberato da un generale ribelle che però tiene più a una cassaforte che alla rivoluzione. Una delle battute più note, pronunciata da Franco Nero "lo svedese", suggella l’ineluttabilità del destino: "M'ero ripromesso che arrivando a San Bernardino avrei dato un dollaro al primo stronzo che incontravo. Compañero, ho incontrato te.”