La mia partita della vita è la Partita, la partita del sorriso perso e poi ritrovato. Contro il fortissimo Brasile - che schierava fuoriclasse assoluti come Falcao, Zico, Cerezo e capitanata da un moderno Che Guevara, il dottore della democrazia, Socrates - Paolo Rossi, il calciatore dalla simpatia innata, l’opportunista per eccellenza, il centravanti di rapina che faceva gol ridendo e che quel sorriso aveva smarrito, ritrovò sé stesso.
Quell’estate del 1982 rimarrà nel mio cuore per sempre, per la prima volta avrei preso un aereo con i miei genitori per andare in Spagna a trovare mia zia e a conoscere il suo compagno. Ero eccitatissimo e, rispetto al viaggio che avrei fatto, il mondiale di calcio passava in secondo piano. Quando curioso chiedevo lumi a mia madre su che aspetto avesse il fidanzato della zia che aveva conosciuto l’anno prima, mi rispondeva elencando le sue molte doti e chiudendo il discorso sempre alla stessa maniera: somiglia molto a Paolo Rossi, hanno lo stesso sorriso. Quindi per immaginare quello spagnolo che stimolava la mia fantasia non facevo che guardare su giornali e riviste le foto di Paolo Rossi. Mano a mano che quel mondiale proseguiva la squadra italiana, però, divenne sempre più cupa, i risultati stentavano ad arrivare e la stampa, mai tenera con la nazionale di calcio, chiedeva continuamente la testa di qualche calciatore o, addirittura, del Commissario Tecnico Bearzot. Intanto, sempre più curioso, continuavo a chiedere del fidanzato della zia e mia madre citava sempre il sorriso di Paolo Rossi, ma un giorno gli risposi che Paolo Rossi non sorrideva più.
L’Italia, che aveva passato male la prima fase, capitò nel mini girone a tre con Argentina e Brasile, sicuramente due tra le più forti pretendenti al titolo di quel mondiale, per cui non partiva certo coi favori del pronostico. Nella prima partita giocata il 29 giugno incontrò l’Argentina che schierava campioni del calibro di Ardiles, Diaz, Bertoni, il capitano Passarella e, uno dei più forti calciatori di tutti i tempi da poco passato al Barcellona, un certo Diego Armando Maradona. Con la rabbia e la forza dei nervi l’Italia vinse contro Passarella e compagni e nella generale felicità solo un volto era offuscato da un velo di tristezza, quello di Paolo Rossi che non era riuscito a segnare, sempre più sommerso dalle critiche ed inviso anche in merito alla squalifica appena scontata. Qualsiasi centravanti si nutre e sopravvive di gol, Paolo Rossi non solo sopravviveva di gol, ma gli erano necessari per continuare a sorridere.
Arrivammo a Barcellona il primo luglio e finalmente, all’aeroporto, rividi mia zia e conobbi il famoso fidanzato dal sorriso alla Paolo Rossi. Mi trattò da ometto anche se avevo solo quindici anni, mi diede la mano e una pacca sulla spalla e sfoderò il suo sorriso, mia madre aveva ragione davvero, somigliava molto a Paolo Rossi, sembravano quasi gemelli soprattutto quando sorrideva, e lo faceva spesso. In quei giorni a Barcellona Mattias, così si chiamava, mi portò a visitare tutta la città: dal museo Picasso alla Sagrada Familia, da quello di Gaudí al museo e ai campi della squadra del Barcellona. Ero felicissimo ed orgoglioso, non ero mai stato in un museo e fu un’emozione fortissima che porto nella memoria, ancora più eccitante fu entrare nella casa di quello che “è più che un club”, ossia nella casa del Barcellona Futbol Club. Quello zio acquisito divenne un eroe, e divenne un supereroe quando, tre giorni prima della Partita, venne a casa sventolando orgoglioso una busta chiusa, nel suo spagnolo misto ad italiano si inginocchiò per arrivare alla mia altezza e mi disse: "Enrico, andovina cosa hay en este busta?".
Lo guardavo perplesso e non avevo proprio idea di cosa fosse, al che lui l’aprì e mi porse il contenuto, misi del tempo a realizzare e solo quando fui sicuro di non sbagliarmi: "Ma sono i biglietti del mondiale, Italia-Brasile" urlai incredulo saltandogli al collo per la felicità. Correvo come un matto per tutta la casa, ero talmente felice che piansi di gioia, e rividi sul viso di Mattias il sorriso perduto di Paolo Rossi.
Venne il grande giorno e fu un’emozione immensa, fino ad allora non avevo mai visto tutte quelle persone insieme nello stesso luogo. Lo stadio Sarriá era un catino, ricordo il gran caldo, i colori, e la tifoseria del Brasile ballare e cantare in attesa del sacrificio della vittima di turno, aspettando di schiacciare quell’unica piccola pietra, rappresentata da quella squadretta, che impediva alla roccia di iniziare a franare e travolgere tutto quello che avrebbe trovato lungo il proprio cammino. E ricordo le ragazze brasiliane, le avevo viste in televisione ma dal vivo erano uno spettacolo nello spettacolo, toglievano il fiato e bloccavano lo stomaco per quanto fossero esotiche e belle. Quelle grazie e quei sorrisi non li avrei più dimenticati. Iniziò la partita e fu una girandola di emozioni, al Brasile bastava il pareggio ma accontentarsi del pareggio a quei tempi non era certo nelle corde della nazionale brasiliana.
Segnarono subito gli azzurri, e a realizzare fu proprio lui, Paolo Rossi, il calciatore che aveva perso il sorriso. Nemmeno il tempo di festeggiare e godersi il vantaggio che Socrates, il calciatore che non abbassava ma lo sguardo per guardare il pallone, segnò con un incredibile tiro smorzato sul primo palo difeso da Zoff, ingannato dalla maestria del Dottore. Poi accadde l’incredibile: dopo pochi minuti Junior effettuò un passaggio in orizzontale intercettato da Paolo Rossi, che si involò verso la porta anticipando l’uscita del portiere e riportando gli azzurri in vantaggio. Rivivo nella memoria quel momento e ancora mi vengono i brividi, con lo sguardo osservai l’intero stadio, l’entusiasmo era alle stelle e di colpo sembrava che il verde-oro dei brasiliani fosse coperto dal tripudio dei tricolori che sventolavano sugli spalti. Quando mancavano oramai circa venti minuti alla fine della partita purtroppo il Brasile pareggiò con una rete del re di Roma, Paulo Roberto Falcao, uno dei calciatori più eleganti e più belli da vedere in campo.
Era la fine, mancava pochissimo, e anche io, appena ragazzino, capivo che quella partita diventava stregata e impossibile. Seduto tra quella sorta di futuro zio, a cui ero già affezionato, e mio padre, mi voltai prima verso uno e poi verso l’altro, mio padre era bianco e sudato che sembrava uno straccio, mi diede una pacca sulla spalla e accennò un sorriso forzato e di circostanza: -Sono troppo forti, Enrico. - Annuii triste, poi mi girai verso Mattias: "Dai Enrico, vamos, vamos, hay tiempo…". Sorrise scarmigliando i miei ricci che già erano scarmigliati di loro, ricambiai e tornai a sperare, il suo ottimismo in qualche modo mi incoraggiò e mi diede fiducia. E aveva ragione: ad un quarto d’ora dalla fine Paolo Rossi divenne una leggenda realizzando il terzo gol e portando l’Italia in semifinale. Per la gioia abbraccia tutti: mio padre, Mattias, persino due ragazzi poco più grandi di me che non conoscevo e che erano nella gradinata più in basso. Guardai verso il campo e vidi Paolo Rossi, festeggiato da tutta la squadra, sorridere, il sorriso ritrovato di quel calciatore che sembrava così gracilino, senza menischi, o quasi, quel piccolo gigante che ci porterà, insieme agli altri leoni, alla conquista di quel mondiale, ma questo ancora non lo sapevo.
Partimmo dopo pochi giorni, a mondiale in corso, stravolto dai ricordi e dalle emozioni che ancora adesso, dopo quasi quarant’anni, non mi lasciano indifferente. In un viaggio solo avevo trovato un futuro zio, una persona speciale che mi trattava da uomo, un amico e un complice di cui ero orgoglioso e felice. Si fece promettere che l’estate dopo sarei andato a passare le vacanze estive a Barcellona, ovviamente acconsentii entusiasta. Mentre ero in aereo già fantasticavo su quel viaggio che avrei compiuto l’anno dopo e che, purtroppo, non ho mai fatto: dopo circa sei mesi da quell’estate della Partita, Mattias, che non diventò mai davvero mio zio, morì per un aneurisma, lasciando un vuoto nel mio cuore e un’avventura indelebile nella mia memoria.
Lo ricordo scarmigliarmi i capelli e incoraggiarmi nel momento dello sconforto e lo rivedo ancora oggi nel sorriso di Paolo Rossi, l’eroe azzurro di quel pomeriggio, che per me sarà sempre identico a quello di Mattias, i due che resero indimenticabile quella che sarebbe diventata la mia partita della vita.
Quell’estate del 1982 rimarrà nel mio cuore per sempre, per la prima volta avrei preso un aereo con i miei genitori per andare in Spagna a trovare mia zia e a conoscere il suo compagno. Ero eccitatissimo e, rispetto al viaggio che avrei fatto, il mondiale di calcio passava in secondo piano. Quando curioso chiedevo lumi a mia madre su che aspetto avesse il fidanzato della zia che aveva conosciuto l’anno prima, mi rispondeva elencando le sue molte doti e chiudendo il discorso sempre alla stessa maniera: somiglia molto a Paolo Rossi, hanno lo stesso sorriso. Quindi per immaginare quello spagnolo che stimolava la mia fantasia non facevo che guardare su giornali e riviste le foto di Paolo Rossi. Mano a mano che quel mondiale proseguiva la squadra italiana, però, divenne sempre più cupa, i risultati stentavano ad arrivare e la stampa, mai tenera con la nazionale di calcio, chiedeva continuamente la testa di qualche calciatore o, addirittura, del Commissario Tecnico Bearzot. Intanto, sempre più curioso, continuavo a chiedere del fidanzato della zia e mia madre citava sempre il sorriso di Paolo Rossi, ma un giorno gli risposi che Paolo Rossi non sorrideva più.
L’Italia, che aveva passato male la prima fase, capitò nel mini girone a tre con Argentina e Brasile, sicuramente due tra le più forti pretendenti al titolo di quel mondiale, per cui non partiva certo coi favori del pronostico. Nella prima partita giocata il 29 giugno incontrò l’Argentina che schierava campioni del calibro di Ardiles, Diaz, Bertoni, il capitano Passarella e, uno dei più forti calciatori di tutti i tempi da poco passato al Barcellona, un certo Diego Armando Maradona. Con la rabbia e la forza dei nervi l’Italia vinse contro Passarella e compagni e nella generale felicità solo un volto era offuscato da un velo di tristezza, quello di Paolo Rossi che non era riuscito a segnare, sempre più sommerso dalle critiche ed inviso anche in merito alla squalifica appena scontata. Qualsiasi centravanti si nutre e sopravvive di gol, Paolo Rossi non solo sopravviveva di gol, ma gli erano necessari per continuare a sorridere.
Arrivammo a Barcellona il primo luglio e finalmente, all’aeroporto, rividi mia zia e conobbi il famoso fidanzato dal sorriso alla Paolo Rossi. Mi trattò da ometto anche se avevo solo quindici anni, mi diede la mano e una pacca sulla spalla e sfoderò il suo sorriso, mia madre aveva ragione davvero, somigliava molto a Paolo Rossi, sembravano quasi gemelli soprattutto quando sorrideva, e lo faceva spesso. In quei giorni a Barcellona Mattias, così si chiamava, mi portò a visitare tutta la città: dal museo Picasso alla Sagrada Familia, da quello di Gaudí al museo e ai campi della squadra del Barcellona. Ero felicissimo ed orgoglioso, non ero mai stato in un museo e fu un’emozione fortissima che porto nella memoria, ancora più eccitante fu entrare nella casa di quello che “è più che un club”, ossia nella casa del Barcellona Futbol Club. Quello zio acquisito divenne un eroe, e divenne un supereroe quando, tre giorni prima della Partita, venne a casa sventolando orgoglioso una busta chiusa, nel suo spagnolo misto ad italiano si inginocchiò per arrivare alla mia altezza e mi disse: "Enrico, andovina cosa hay en este busta?".
Lo guardavo perplesso e non avevo proprio idea di cosa fosse, al che lui l’aprì e mi porse il contenuto, misi del tempo a realizzare e solo quando fui sicuro di non sbagliarmi: "Ma sono i biglietti del mondiale, Italia-Brasile" urlai incredulo saltandogli al collo per la felicità. Correvo come un matto per tutta la casa, ero talmente felice che piansi di gioia, e rividi sul viso di Mattias il sorriso perduto di Paolo Rossi.
Venne il grande giorno e fu un’emozione immensa, fino ad allora non avevo mai visto tutte quelle persone insieme nello stesso luogo. Lo stadio Sarriá era un catino, ricordo il gran caldo, i colori, e la tifoseria del Brasile ballare e cantare in attesa del sacrificio della vittima di turno, aspettando di schiacciare quell’unica piccola pietra, rappresentata da quella squadretta, che impediva alla roccia di iniziare a franare e travolgere tutto quello che avrebbe trovato lungo il proprio cammino. E ricordo le ragazze brasiliane, le avevo viste in televisione ma dal vivo erano uno spettacolo nello spettacolo, toglievano il fiato e bloccavano lo stomaco per quanto fossero esotiche e belle. Quelle grazie e quei sorrisi non li avrei più dimenticati. Iniziò la partita e fu una girandola di emozioni, al Brasile bastava il pareggio ma accontentarsi del pareggio a quei tempi non era certo nelle corde della nazionale brasiliana.
Segnarono subito gli azzurri, e a realizzare fu proprio lui, Paolo Rossi, il calciatore che aveva perso il sorriso. Nemmeno il tempo di festeggiare e godersi il vantaggio che Socrates, il calciatore che non abbassava ma lo sguardo per guardare il pallone, segnò con un incredibile tiro smorzato sul primo palo difeso da Zoff, ingannato dalla maestria del Dottore. Poi accadde l’incredibile: dopo pochi minuti Junior effettuò un passaggio in orizzontale intercettato da Paolo Rossi, che si involò verso la porta anticipando l’uscita del portiere e riportando gli azzurri in vantaggio. Rivivo nella memoria quel momento e ancora mi vengono i brividi, con lo sguardo osservai l’intero stadio, l’entusiasmo era alle stelle e di colpo sembrava che il verde-oro dei brasiliani fosse coperto dal tripudio dei tricolori che sventolavano sugli spalti. Quando mancavano oramai circa venti minuti alla fine della partita purtroppo il Brasile pareggiò con una rete del re di Roma, Paulo Roberto Falcao, uno dei calciatori più eleganti e più belli da vedere in campo.
Era la fine, mancava pochissimo, e anche io, appena ragazzino, capivo che quella partita diventava stregata e impossibile. Seduto tra quella sorta di futuro zio, a cui ero già affezionato, e mio padre, mi voltai prima verso uno e poi verso l’altro, mio padre era bianco e sudato che sembrava uno straccio, mi diede una pacca sulla spalla e accennò un sorriso forzato e di circostanza: -Sono troppo forti, Enrico. - Annuii triste, poi mi girai verso Mattias: "Dai Enrico, vamos, vamos, hay tiempo…". Sorrise scarmigliando i miei ricci che già erano scarmigliati di loro, ricambiai e tornai a sperare, il suo ottimismo in qualche modo mi incoraggiò e mi diede fiducia. E aveva ragione: ad un quarto d’ora dalla fine Paolo Rossi divenne una leggenda realizzando il terzo gol e portando l’Italia in semifinale. Per la gioia abbraccia tutti: mio padre, Mattias, persino due ragazzi poco più grandi di me che non conoscevo e che erano nella gradinata più in basso. Guardai verso il campo e vidi Paolo Rossi, festeggiato da tutta la squadra, sorridere, il sorriso ritrovato di quel calciatore che sembrava così gracilino, senza menischi, o quasi, quel piccolo gigante che ci porterà, insieme agli altri leoni, alla conquista di quel mondiale, ma questo ancora non lo sapevo.
Partimmo dopo pochi giorni, a mondiale in corso, stravolto dai ricordi e dalle emozioni che ancora adesso, dopo quasi quarant’anni, non mi lasciano indifferente. In un viaggio solo avevo trovato un futuro zio, una persona speciale che mi trattava da uomo, un amico e un complice di cui ero orgoglioso e felice. Si fece promettere che l’estate dopo sarei andato a passare le vacanze estive a Barcellona, ovviamente acconsentii entusiasta. Mentre ero in aereo già fantasticavo su quel viaggio che avrei compiuto l’anno dopo e che, purtroppo, non ho mai fatto: dopo circa sei mesi da quell’estate della Partita, Mattias, che non diventò mai davvero mio zio, morì per un aneurisma, lasciando un vuoto nel mio cuore e un’avventura indelebile nella mia memoria.
Lo ricordo scarmigliarmi i capelli e incoraggiarmi nel momento dello sconforto e lo rivedo ancora oggi nel sorriso di Paolo Rossi, l’eroe azzurro di quel pomeriggio, che per me sarà sempre identico a quello di Mattias, i due che resero indimenticabile quella che sarebbe diventata la mia partita della vita.