La partita della vita

Quell'incredibile domenica firmata da Veron

Derby di Roma 2000, preludio della rimonta scudetto della squadra di Eriksson. "...Mi giro verso sinistra e abbraccio nuovamente mio padre: scoppia a piangere come un bambino come non aveva mai fatto per una partita della Lazio. Sappiamo bene entrambi che quel giorno sarà l'ultima volta allo stadio insieme..."

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Fa caldo sabato 25 marzo 2000, la primavera inizia a fare capolino nell'aria di Roma. La nostra Lazio è seconda in classifica, a nove punti dalla Juventus che la sera prima ha perso contro il Milan. Vincendo, si può riaprire il discorso scudetto, anche considerando che ci sarà lo scontro diretto ancora da giocare. E' abitudine, in occasione delle partite importanti di partire con calma per evitare il traffico. Facciamo così anche oggi: siamo quasi in formazione completa: con me, c'è papà, mamma, mia zia Daniela e mio zio Vincenzo. Mia sorella è impiegata presso un mobilificio e non può essere dei nostri. Peccato.

Partiamo da casa, zona Cinecittà Est e raggiungiamo l'Alberone per fare in modo che un'altra mia zia si unisca a noi. Con il gruppo al completo abbiamo raggiungiamo lo stadio. Da diversi anni abbiamo l'abbonamento in Curva Maestrelli. In occasione del derby però, essendo occupata dai tifosi della Roma, ci spostiamo in Tribuna Tevere. Siamo ai tornelli, e dopo i soliti controlli della polizia ci mettiamo a cercare i posti che ci sono stati assegnati. Dopo un'occhiata capiamo che ci sono troppe scale da fare per salire fino a su e riusciamo ad avere dei biglietti per la tribuna parterre lato Curva Nord. Abbiamo già vissuto quell'attesa interminabile tante volte: striscioni e cori di scherno che partono da una curva e dall'altra, poi il silenzio prende il sopravvento: ognuno di noi cerca il modo migliore per vivere l'attesa che iniziasse la partita.

Ed eccolo finalmente l'inizio: la Curva Nord e i distinti sventolano palloncini verdi, bianchi e rossi a ricordare che siamo (ancora per poco) l'unica squadra italiana ancora in Champions League. In fondo quel tricolore sventolato è anche una speranza di vincere lo scudetto. Pronti via e l'inizio è da incubo: al secondo minuto, Montella scodella in area, Totti la mette in mezzo per Delvecchio che però è anticipato da Marchegiani. Pancaro spazza in angolo. Nel corner successivo, cross corto lato Monte Mario, con il piede sinistro Montella anticipa Marchegiani: al terzo minuto è ancora 0-1 per loro. Anche all'andata eravamo sotto già al terzo minuto sempre per gol di Montella. Mi tornano in mente le immagini di quattro mesi prima: Montella e Delvecchio fanno quello che vogliono: quattro gol nella prima mezzora e partita finita. Stavolta mi sforzo di pensare e credere che sarà diverso. Dovrà esserlo per forza.

Siamo senza la difesa titolare: Nesta è infortunato e Mihajlovic squalificato. Ma so che la Lazio è forte e deve vincere. La nostra Lazio è nervosa, non riesce a reagire, Nedved e Conceicao si fanno ammonire per falli a centrocampo. L'unico sussulto è un colpo di testa di Veron dal limite dell'area che finisce sopra la traversa. Piano piano prendiamo coraggio, Nedved chiede il calcio di rigore per un intervento dentro l'area di Lupatelli. E' il preludio del gol. Al 25', dentro l'area romanista Inzaghi scambia con Nedved che con un tiro sporco e deviato da Zago inganna Lupatelli. E' 1-1. Nedved non perde tempo a esultare: raccoglie il pallone finito in rete sotto curva Sud, e con un gesto rivolto verso la Monte Mario fa il verso di crederci. Abbraccio mio padre e sappiamo che ora inizia un'altra partita.

Siamo solo a metà: abbiamo raddrizzato la partita ma per vincere dobbiamo fare un altro gol. Infatti, è proprio così. Sono passati appena tre minuti dal pareggio quando ci guadagniamo un calcio di punizione dalla lunetta dell'area di rigore. Il miglior calciatore da fermo della Serie A ce lo abbiamo noi (Sinisa) che però è squalificato. L'estate precedente è arrivato Veron ma non si è mai fatto notare per i calci piazzati. L'argentino si prende lo stesso la responsabilità di calciare: il suo tiro disegna una parabola perfetta: supera la barriera romanista e finisce in rete, alla destra di Lupatelli. E' gol! Mi giro verso sinistra e abbraccio nuovamente mio padre: scoppia a piangere come un bambino come non aveva mai fatto per una partita della Lazio. Sono passati sei anni dal nostro primo derby quando Beppe Signori sbucò nella nebbia dei fumogeni e infilò Cervone per il gol vittoria. Sappiamo bene entrambi che quel giorno sarà l'ultima volta allo stadio insieme.

La nostra Lazio oggi deve vincere. Deve farlo per lui. Veron viene a festeggiare sotto la Tribuna Tevere mimando il gesto dell'aeroplanino di Montella seguito da Pancaro. In tre minuti ribaltiamo la Roma. Ho visto troppe partite per dire che è finita. Mi ripeto che è vero che siamo più forti ma il derby sfugge ad ogni pronostico.
Marchegiani cade male sul collo e deve fare spazio a "nonno" Ballotta. Di contro, la Roma deve fare a meno dei suoi terzini perchè Cafù e Candela sono costretti a uscire per infortunio. Si continua a soffrire, ma la Roma non dà mai l'impressione di poterci impensierire. Nonostante tutto, il tempo non passa mai.

Alla fine è festa: recuperiamo tre punti sulla Juventus in attesa dello scontro diretto di Torino di sabato primo aprile. Tornando a casa mio padre mette la sua sciarpa fuori dal finestrino come aveva insegnato a fare a me diversi anni prima. Ciò che mi porto dentro non solo di quel sabato ma di tanti anni allo stadio è la gioia inaspettata di mio padre che una brutta malattia me lo porterà via un mese dopo negandoci la possibilità di gioire insieme quel pomeriggio interminabile del diluvio di Perugia.