La partita della vita

Lombardo, il Cosenza e quel palo che ancora trema

Cosenza-Udinese 4 giugno 1989; 0-0. "...Il palo di Lombardo rimase lì, fermo come tutti i pali e stampato nella nostra memoria storica, a ricordarci che le vittorie sono belle, ma le vittorie mancate si scolpiscono da sole nella corteccia cerebrale..."

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Era un caldo pomeriggio del 4 giugno 1989 e gli orologi battevano le 4 e mezza. Così potrebbe cominciare il racconto di quella giornata.

E invece no, perchè non siamo in un romanzo di Orwell (Era una luminosa e fredda giornata di aprile, e gli orologi battevano l’una, 1984) ma nel resoconto di una giornata maledetta che ha avvelenato i sogni di una generazione. E allora riproviamo.

Faceva un caldo che si squagliava e le bestemmie parlavano con gli angeli. Lo stadio San Vito, con le tribune ancora a forma di ferro di cavallo (mancava la Curva Nord),  era pieno come un uovo. Quanti spettatori fossero presenti è impossibile dirlo, chi dice 15, chi dice 20mila. Posso solo dire che ero presente anche io, 11 anni, in tribuna B, dalle 2 e mezza. Dua ore prima dell’inizio della partita, con la pasta al forno mangiata da meno di un’ora che con quel caldo era ormai fermentata e dava effetti allucinatori. Si giocava Cosenza – Udinese, valevole per la 36° giornata di serie B. Mancavano due partite alla fine della stagione, e, in buona sostanza, quello era una specie di spareggio. Se il Cosenza avesse vinto, sarebbe quasi sicuramente salito in serie A. L’Udinese, che ci precedeva in classifica, aveva invece due risultati a disposizione, pareggio o vittoria.

L’Udinese era una di quelle squadre che all’epoca faceva su e giù dalla serie A, era programmata per vincere il campionato di B ed infatti era piena di calciatori comprati apposta per farlo. Per dire, il portiere era Claudio Garella, che nel suo curriculum poteva vantare due scudetti vinti con il Verona ed il Napoli.

Il Cosenza invece era stato appena promosso in B, dopo venticinque anni d’inferno nelle serie minori. Dopo un inizio a dir poco stentato, i Lupi avevano comniciato a vincere ed a non fermarsi più, tant’è che erano arrivati a giocarsi la promozione in A.Già dall’inizio della partita era stato chiaro quale sarebbe stato il tema tattico: Cosenza in avanti in cerca del gol, Udinese a difendere lo 0 a 0. Del resto, l’allenatore i l’Udinese era uno pratico, Nedo Sonetti, già allenatore del Cosenza nell’era buia delle serie minori (a lui il merito della promozione dalla C2 alla C1). E Sonetti era uno che badava al sodo, in grado di comprendere quali erano le partite da vincere ed in quali circostanze conveniva invece giocare per strappare un punto.

In quell’occasione, con quel caldo e ventimila persone a fare un tifo d’inferno, Sonetti aveva capito che sarebbe stato meglio accontentarsi del pareggio. Del resto, poteva fare affidamento su una difesa solida e un portiere in stato di grazia. Il già citato Garella decise che la sua porta sarebbe rimasta inviolata; com’era suo costume, parò ccu tutte le parti del corpo a sua disposizione: mani, petto, stinco, coscia, piede, gomiti, spalla.

Fino a quel momento fatidico, il 55° minuto, 10° del secondo tempo, quando la difesa dei friulani sembrò cedere in maniera definitiva: il destino parve compiersi grazie a Claudio Lombardo, terzino sinistro dei lupi.  Lombardo decise di accentrarsi e dal limite dell’area di rigore lasciò partire un sinistro potente: Garella si lanciò alla sua destra, con l’espressione di chi era un po’ seccato da tutto quel lavoro in quel pomeriggio i giugno in cui anche le inferriate dello stadio parevano fondersi dal caldo.

Garella era sicuro di arrivarci; invece, il tiro di Lombardo era troppo violento, troppo veloce. Ma anche troppo angolato. Colpì il palo e tutti sentirono “stamp!”, così nitido che alcuni pensarono che la porta sarebbe crollata sul portierone dei friulani.  Ma forse era un’allucinazione collettiva, del resto non credo di essere stato l’unico ad aver mangiato la pasta al forno un’ora prima di recarmi allo stadio.

C’erano ancora 35 minuti da giocare, ma era ormai chiaro a tutti che la partita si sarebbe conclusa 0 a 0. E così fu.  
E il palo di Lombardo rimase lì, fermo come tutti i pali e stampato nella nostra memoria storica, a ricordarci che le vittorie sono belle, ma le vittorie mancate si scolpiscono da sole nella corteccia cerebrale senza dover compiere lo sforzo di richiamarle. Cume una madeleine di Proust uscita male, ti ricordi il rumore del pallone sul palo, la puzza di sudore (tua e di tutta la tribuna B), la lista delle maledizioni inviate al povero Garella.

E cominci a pensare a tutti i metaforici pali che hai colpito nella vita, tutti i sentieri che invece di biforcarsi borgesianamente talvolta ti conducono davanti ad una porta chiusa e tu resti con la chiave sbagliata in mano.  Alla fine ti chiedi se in fondo non sia stato meglio così, perchè se certe cose fossero andate diversamente non saresti arrivato dove sei ora. Perchè la vita ha poche certezze; e una di queste è quel maledetto palo che ancora trema.