Si diventa tifosi di una squadra per mille motivi io sono diventato romanista dopo Roma-Lanerossi Vicenza del campionato 1969-1970, ma ancora non lo sapevo. Mio nonno, tifoso della Roma testaccina, mi portò a vedere anche una partita della Lazio, contro il Bari, comprandomi addirittura una bandiera dei cugini. A fine partita mi chiese serio, e a rischio infarto se avessi risposto “male”, di quale squadra volevo essere tifoso, lui mi avrebbe fatto l’abbonamento a quella che avrei scelto. Io non ci pensai su molto, gettai la bandiera “sbagliata” a terra e dissi: "Roma!". Mi aveva conquistato la SUD, non ancora organizzata, ma piena di gente, di allegria e di colori, che avevo visto un paio di domeniche prima, quella dove stavi in piedi, quella del fossato e dove potevi portarti una teglia di parmigiana senza problemi, pensate adesso!
Sono stato abbonato alla A.S.Roma per 16 anni e ho visto, fra campionato a coppe, quasi 300 partite, sempre seduto allo stesso posto accanto alle stesse persone, fratelli di una fede che abbatteva ogni steccato sociale e che ti portava a celebrare la messa pagana che ci fosse il sole o che piovesse: mio nonno commerciante, i vicini a sinistra, macellaio con figlia bellissima, i vicini dietro avvocato con figlio mio coetaneo. Sempre insieme una domenica sì e una no e se una domenica non andavi quella dopo erano mille domande e qualche piccolo rimprovero.
Ho visto la “Rometta” pareggiare 2-2 con l’Atalanta e salvarsi all’ultima giornata in uno stadio strapieno, ho visto la Roma del “divino” vincere lo scudetto, ho visto tutte le finali di Coppa Italia disputate dalla Roma, ho fatto centinaia, sì sì centinaia di chilometri, per andare e tornare dallo stadio, ho visto Roma-Lecce e la finale di Coppa dei Campioni, ma ho visto anche Roma-Torino in uno stadio con centomila bandiere giallorosse, pieno all’inverosimile, godere di un piacere che scrivere sarebbe arduo e poco significativo.
Ed è appunto una partita che avrebbe potuto darci il campionato con due giornate di anticipo, Roma-Avellino, la partita della vita, non lo è stata da subito ma si è caricata di questo significato con passare del tempo ed alla luce di fatti accaduti, purtroppo, anni dopo. Inizi di Maggio, pioveva, e a quel tempo si poteva, avevamo tutti gli ombrelli aperti, l’acqua che evitavi con tuo ombrello la riprendevi con la scolatura dell’ombrello del vicino. Avevamo tutti le gambe avvolte nei sacconi neri della spazzatura, stretti l’uno all’altro, speranzosi e distratti dal quello che accadeva nella partita della Juve con l’Inter. Eravamo poco presi dalla partita, e poi stavamo già 1-0 con la punizione di Falcao. La SUD aveva tirato fuori un enorme scudetto di cartone, come sempre jettatorio e malaugurante, ma su questo si potrebbe scrivere un trattato di sociologia, insomma la partita scorreva con poco pathos. Ad una mezz’ora dalla fine Brunetto (Bruno Conti per i non adepti), svirgola un tiro ad inizio area, la palla arriva a Falcao, che traccheggia per un po’, poi dà una palla dritta ai 18 metri ad Agostino (Di Bartolomei p.i.n.a.). Agostino si inarca in quella posizione solo sua prima di tirare e sferra un tiro secco, di destro, con la gamba che finisce la sua corsa dritta, tesa come fosse una mazza da baseball: GOOOOL.
Agostino corre, inarcato in avanti con le braccia aperte verso il basso, urla, va verso la tribuna Monte Mario, dove io ero seduto, e ancora correndo si inginocchia, sul campo fradicio, ed alza le braccia al cielo, continua ad urlare, sono sicuro che stia piangendo, ma le lacrime si confondono con la pioggia. Arriva di corsa Carletto (Ancel(l)otti p.i.n.a.) si inginocchia davanti a lui e lo abbraccia. Per 5 secondi sono solo loro due, il capitano e la grande speranza. Agostino continua a tenere le braccia alte, Carletto lo stringe e gli dice qualcosa? Urla anche lui? Ride? Che differenza fa? Stanno lì e si abbracciano come noi tifosi, più fradici di noi, mi vengono anzi mi tornano le lacrime se ci ripenso. Sono 5 secondi eterni, io che di solito ai gol abbracciavo mio nonno(…), sto fermo e li guardo, sono in piedi e li guardo, la gioia e il dolore, che solo una gioia immensa ti regala, la liberazione di un uomo, Agostino, che considerava i suoi tifosi, i tifosi della Roma altro e diverso dai normali tifosi di calcio: un popolo che aveva attraversato il deserto e che finalmente guidato dal suo Mosè, lui, era giunto alla terra promessa; un popolo che amava e che lo amava in maniera gratuita e vera, come si ama un figlio, un vecchio genitore, la zia che ci portava al mare, un vecchio nonno che era morto due domeniche prima e che non avrebbe visto la Roma vincere il suo secondo scudetto, ma che era lì con me, con Ago abbracciati, felici e fradici.
Sono stato abbonato alla A.S.Roma per 16 anni e ho visto, fra campionato a coppe, quasi 300 partite, sempre seduto allo stesso posto accanto alle stesse persone, fratelli di una fede che abbatteva ogni steccato sociale e che ti portava a celebrare la messa pagana che ci fosse il sole o che piovesse: mio nonno commerciante, i vicini a sinistra, macellaio con figlia bellissima, i vicini dietro avvocato con figlio mio coetaneo. Sempre insieme una domenica sì e una no e se una domenica non andavi quella dopo erano mille domande e qualche piccolo rimprovero.
Ho visto la “Rometta” pareggiare 2-2 con l’Atalanta e salvarsi all’ultima giornata in uno stadio strapieno, ho visto la Roma del “divino” vincere lo scudetto, ho visto tutte le finali di Coppa Italia disputate dalla Roma, ho fatto centinaia, sì sì centinaia di chilometri, per andare e tornare dallo stadio, ho visto Roma-Lecce e la finale di Coppa dei Campioni, ma ho visto anche Roma-Torino in uno stadio con centomila bandiere giallorosse, pieno all’inverosimile, godere di un piacere che scrivere sarebbe arduo e poco significativo.
Ed è appunto una partita che avrebbe potuto darci il campionato con due giornate di anticipo, Roma-Avellino, la partita della vita, non lo è stata da subito ma si è caricata di questo significato con passare del tempo ed alla luce di fatti accaduti, purtroppo, anni dopo. Inizi di Maggio, pioveva, e a quel tempo si poteva, avevamo tutti gli ombrelli aperti, l’acqua che evitavi con tuo ombrello la riprendevi con la scolatura dell’ombrello del vicino. Avevamo tutti le gambe avvolte nei sacconi neri della spazzatura, stretti l’uno all’altro, speranzosi e distratti dal quello che accadeva nella partita della Juve con l’Inter. Eravamo poco presi dalla partita, e poi stavamo già 1-0 con la punizione di Falcao. La SUD aveva tirato fuori un enorme scudetto di cartone, come sempre jettatorio e malaugurante, ma su questo si potrebbe scrivere un trattato di sociologia, insomma la partita scorreva con poco pathos. Ad una mezz’ora dalla fine Brunetto (Bruno Conti per i non adepti), svirgola un tiro ad inizio area, la palla arriva a Falcao, che traccheggia per un po’, poi dà una palla dritta ai 18 metri ad Agostino (Di Bartolomei p.i.n.a.). Agostino si inarca in quella posizione solo sua prima di tirare e sferra un tiro secco, di destro, con la gamba che finisce la sua corsa dritta, tesa come fosse una mazza da baseball: GOOOOL.
Agostino corre, inarcato in avanti con le braccia aperte verso il basso, urla, va verso la tribuna Monte Mario, dove io ero seduto, e ancora correndo si inginocchia, sul campo fradicio, ed alza le braccia al cielo, continua ad urlare, sono sicuro che stia piangendo, ma le lacrime si confondono con la pioggia. Arriva di corsa Carletto (Ancel(l)otti p.i.n.a.) si inginocchia davanti a lui e lo abbraccia. Per 5 secondi sono solo loro due, il capitano e la grande speranza. Agostino continua a tenere le braccia alte, Carletto lo stringe e gli dice qualcosa? Urla anche lui? Ride? Che differenza fa? Stanno lì e si abbracciano come noi tifosi, più fradici di noi, mi vengono anzi mi tornano le lacrime se ci ripenso. Sono 5 secondi eterni, io che di solito ai gol abbracciavo mio nonno(…), sto fermo e li guardo, sono in piedi e li guardo, la gioia e il dolore, che solo una gioia immensa ti regala, la liberazione di un uomo, Agostino, che considerava i suoi tifosi, i tifosi della Roma altro e diverso dai normali tifosi di calcio: un popolo che aveva attraversato il deserto e che finalmente guidato dal suo Mosè, lui, era giunto alla terra promessa; un popolo che amava e che lo amava in maniera gratuita e vera, come si ama un figlio, un vecchio genitore, la zia che ci portava al mare, un vecchio nonno che era morto due domeniche prima e che non avrebbe visto la Roma vincere il suo secondo scudetto, ma che era lì con me, con Ago abbracciati, felici e fradici.