La partita della vita

Totti, pomeriggio di un lungo addio

Roma-Genoa 3-2, ultima partita del capitano giallorosso. "...E poi c’è uno stadio, 59.716 persone secondo i dati ufficiali, che da un lato ha l’incubo del solito gol preso a un centimetro dal traguardo, dall’altro il terrore di non vederlo giocare mai più. E allora succede che tutti, i 59.716 sugli spalti e gli altri dieci in campo, si aggrappano a lui ancora per quegli ultimi quattrocentotre secondi..."

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La partita della vita dura niente, cioè proprio zero. Perché nessuno è interessato a quello che avviene in campo. E sì che in palio ci sarebbe anche un secondo posto, che significa l’ingresso diretto in Champions League. Ma persino quando Pietro Pellegri (un ragazzino che nel frattempo è volato a Montecarlo e viene ricordato negli almanacchi per essere stato il più giovane esordiente in Serie A) dopo appena 3’ ci fa gol, nello stadio non si sente un fiato. Viene il dubbio che nessuno stia davvero guardando la gara, tanto lui è in panchina.
 
La partita della vita dura meno di quarantatre minuti, per l’esattezza duemilacinquecentosessantacinque secondi: dal momento in cui lui entra finalmente in campo all’istante in cui l’arbitro fischia la fine della gara, del campionato e della sua carriera. A cedergli il posto è Mohamed Salah, che quel 28 maggio è già pronto a salire su un aereo per Liverpool. Esattamente un anno dopo Salah solleverà la Champions League. E’ quello che lui non ha mai voluto fare: salire su un aereo alla conquista dei trofei che qua non si vincono. Qui al massimo, nei duemilacinquecentosessantacinque secondi che ti restano puoi ribaltare il risultato e farti rimontare di nuovo, perché da queste parti arrivare primi è praticamente impossibile, ma pure secondi è difficile parecchio.
 
La partita della vita dura sei minuti e quarantatre secondi, che è quanto manca alla fine della gara quando Perotti (il gol dell’ex, guarda un po’) la butta dentro riportandoci in vantaggio. Ora la situazione è questa: c’è una squadra che vorrebbe che quei sette minuti scarsi passassero in un istante: secondo posto, qualificazione in Champions, e tutti in ferie felici. Tutti tranne uno: lui in ferie (che per lui vogliono dire anche pensione) non ci vuole andare, non ci è mai voluto andare. E poi c’è uno stadio, 59.716 persone secondo i dati ufficiali, che da un lato ha l’incubo del solito gol preso a un centimetro dal traguardo, dall’altro il terrore di non vederlo giocare mai più. E allora succede che tutti, i 59.716 sugli spalti e gli altri dieci in campo, si aggrappano a lui ancora per quegli ultimi quattrocentotre secondi. Perché faccia una di quelle cose che gli riescono molto bene, e che in quel momento gli viene particolarmente naturale: incollarsi la palla ai piedi e non farsela togliere mai, proprio come se non volesse lasciarla più. La partita finisce così: con lui stretto tra la linea della rimessa laterale e quella di fondo che difende il pallone dall’ultimo assalto degli avversari, e del tempo che è passato troppo in fretta.
 
La partita della vita dura 6 anni, o 38, o 78. Perché, che tu sia lì con tuo padre o con tuo figlio, che sia la prima, la terza o la centesima partita che vedi: lui c’era sempre. Nelle prime di campionato, quando ancora si va allo stadio a maniche corte, o nelle sere gelide di coppa, quando la sciarpa riesci a toglierla solo per l’inno. Nelle rare feste e nelle molte delusioni. Le campagne acquisti e i cambi di allenatore: tutto sembrava ruotare intorno a lui. Ed è incredibile pensare che da adesso non sarà più così.
 
La partita della vita dura una vita. Perché l’hai imparato da quando eri piccolo, nel campetto sotto casa, quando l’ultimo spicchio di sole arrossava il cielo e dalla finestra già illuminata tua madre ti richiamava a casa. Quando restavi in cameretta in punizione e sentivi gli altri giocare in strada. Lo sai da allora che prima o poi tutto finisce, ma che niente finisce solo perché non ci sei te. E i ragazzini, e le ragazze, e i duri da curva, che tutti insieme si bagnano in questo lavacro collettivo di lacrime, tra dieci minuti si asciugheranno gli occhi e lo sapranno senza dirselo. Come lo sai tu. 
 
Che la partita della vita è trovare un altro metro di campo e una palla da lanciare. E non finisce. Finché c’è vita.