I giocatori del Belgio festeggiano la vittoria con il Giappone (ap)

Il Belgio cerca la leggerezza: ''Ora la pressione è tutta sul Brasile''

Ai Diavoli Rossi manca solo quella, se giocano a mente libera e lasciano fare a De Bruyne, Hazard e Lukaku, tutto può succedere. Meunier: "O adesso o mai più"

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ROSTOV - Il Belgio affronterà il Brasile con tutte le sue contraddizioni ancora aperte e questo può paradossalmente essere un vantaggio, perché sono almeno quattro anni che i Diavoli Rossi cascano sul più bello, cadono vittime dei loro limiti soprattutto caratteriali, vincono facilmente le partite che non decidono (la serie di imbattibilità è arrivata a 23 gare di fila), rimangono pur sempre la squadra numero 3 al mondo nel ranking Fifa ma poi inciampano nel momento clou come è successo quattro anni fa in Brasile (con l'Argentina) o due anni fa in Francia (col Galles). C'è un'analogia che resta: anche nel 2014 il Belgio passò a fatica gli ottavi (2-1 con gli Usa ai supplementari), sopravvivendo alla paura (andò meglio a Euro 2016, con un 4-0 all'Ungheria) ma non riuscendo a superarla. Ai quarti si ritrovò l'Argentina, giocò malissimo, si fece eliminare da un gol di Higuain.

Ma adesso? "Adesso abbiamo dimostrato di cosa siamo capaci. E di essere una squadra" dice il ct Martinez, che delle contraddizioni belghe prende la parte buona, e d'altronde non potrebbe fare diversamente. "Abbiamo saputo reagire alla difficoltà, senza perdere i nostri riferimenti, e questo la dice lunga sul carattere di questo gruppo e anche sulla qualità della rosa, visto che i cambi sono stati decisivi". Questo aspetto è in effetti importante: di rado il Belgio ha saputo avere delle reazioni forti, in genere le difficoltà gli erano fatali. Contro il Giappone, invece, ha superato (anche con un po' di fortuna, vedi il gol di Vertonghen) il momento dello sconforto e dello sbandamento. "È la dimostrazione che abbiamo carattere", dice il terzino Meunier, "anche se sul 2-0 io non ci credevo più".

Aver vinto in questo modo, insomma, ha dato slancio ai Diavoli Rossi, anche se tende a fare dimenticare tutto quello che invece non ha funzionato: la superficiale supponenza del primo tempo, con troppi tocchi eleganti e poca concretezza (Mertens è stato un disastro), la difficoltà ad agire sulle fasce, dove il livello di qualità è più basso che in centro, e la generale vulnerabilità della difesa, dovuta alla condizione molto approssimativa del sempiterno infortunato Kompany, fortissimo e fragilissimo, e dei precari equilibri generali, con troppa distanza tra difesa e centrocampo se non quando la difesa sale, esponendosi però al contropiede. E se il Belgio ha sofferto Inui (tipo comunque molto in gamba, nel Betis ha fatto una stagione eccellente), cosa può capitare con Neymar, che dovrebbe finire nelle grinfie non troppo acuminate del suo compagno Meunier? Il terzino del Psg difatti tende a defilarsi: "Ma no, il nostro duello sarà solo uno dei tanti. Ci conosciamo bene a vicenda e in allenamento lo marco spesso, ma questa conoscenza non credo sia un vantaggio né per me né per lui. Non bisogna fossilizzarsi su un nome, anche Inui ci ha messo i difficoltà, e comunque nel Brasile ci sono pure Coutinho, Gabriel Jesus, Firmino...".

Poi c'è chi, come Witsel, si lascia confortare dal fatto che venerdì il Belgio non avrà più la pressione del favorito: "Questa è sul Brasile, che è anche il favorito per la vittoria finale". È un modo per ritrovare leggerezza, perché è solo questa che al Belgio manca. Se gioca a mente libera e lascia fare a De Bruyne, Hazard e Lukaku, tutto può succedere. È la Golden Generation, come la chiamano in Belgio, dove da quattro anni aspettano che succeda qualcosa. Come dice Meunier, "o adesso o mai più".