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Perché Facebook ha un problema con l'odio

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Il 13 febbraio 2017 il fondatore e amministratore delegato di Facebook Mark Zuckerberg ha ricevuto una lettera dall’Italia. “Nel discorso pubblico dilaga l’odio” era il senso del messaggio. La firma, quella della presidente della Camera Laura Boldrini. Non è cambiato nulla e il 30 gennaio scorso la ministra per l’Innovazione Paola Pisano ha istituito una task force di esperti per capire come contrastare l’odio sui social. Eppure era facile: bastava colpire Facebook sui ricavi, tagliargli la pubblicità. Il 17 giugno, sei fra le principali organizzazioni per i diritti civili degli Stati Uniti hanno lanciato la campagna “Stop Hate for Profit”, basta far soldi sull’odio. Facebook incassa 70 miliardi di dollari l’anno con la pubblicità, c’era scritto sulla pagina manifesto pubblicata dal Los Angeles Times, e li usa “per amplificare le voci dei razzisti, dei violenti e dei negazionisti”. Un'accusa pesante che chiedeva alle aziende una forte azione simbolica: sospendere le inserzioni pubblicitarie a luglio. 

Da quell’appello si è generato un movimento: il boicottaggio pubblicitario delle multinazionali americane ogni giorno ha aggiunto nomi importanti, su tutti la Coca Cola, e adesso si sono aggiunte anche le prime aziende europee (le tedesche Adidas e Puma mentre non si registrano ancora aziende italiane). A Facebook è scattato l’allarme rosso: le cronache sono piene di dettagli di concitate riunioni con gli inserzionisti per convincerli che la piattaforma sta facendo il possibile per contrastare i post violenti ed evitare che compaiano al fianco di spot patinati. Non sembra che basti: qualcuno ha già annunciato che il boicottaggio non durerà un solo mese ma fino a quando Facebook non avrà messo un argine all’odio. 

Subito una rete di profili legati ad una organizzazione di estrema destra che incita alla guerra civile è stata disattivata, ma non basterà neanche questo, la partita infatti è molto più complicata. Sperare che Facebook possa magicamente contenere l’odio che si respira in certi settori della nostra vita reale, è esagerato e quindi sbagliato perché vuol dire ignorarne le vere cause; ma pretendere che Facebook non lo amplifichi è invece doveroso perché farlo ci avvelena. Il problema nasce dal fatto che il modello di business dei social network, il motivo per cui sono formidabili macchine che producono montagne di soldi, è l’engagement, ovvero il fatto che gli algoritmi ci mostrano automaticamente i contenuti che faranno più traffico, quelli che ci terranno incollati al sito. Una volta si diceva che “fa più rumore un albero che cade di una foresta che cresce”: siamo fatti così, è un tema che riguarda la psicologia cognitiva degli esseri umani, questa cosa non l’ha inventata Facebook. Ma è grazie a Facebook che abbiamo la sensazione che cadano moltissimi alberi col risultato che molte più persone tentano  di abbatterli invece di piantarne altri. 

Una rissa, una minaccia, una violenza o anche solo una bufala sono il modo più facile per catturare la nostra attenzione; ma questo inesorabilmente modifica i nostri sentimenti ovvero la nostra visione del mondo; e, rapidamente, distrugge la coesione sociale. Questo sì, deve cambiare. E un mese di boicottaggio non basterà.