Economia

La parabola di Ligresti: da via Tortona
allo stretto legame con Mediobanca

L'epopea dell'imprenditore immobiliare che da Paternò ha costruito a Milano il suo impero di cemento e finanza, grazie ai buoni rapporti con Piazzetta Cuccia e la politica

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MILANO - Dal mattone alla finanza, fino agli arresti. L'impero Ligresti si sgretola a colpi di inchieste giudiziarie: nel mirino finiscono prima i trust riconducibili a Salvatore Ligresti, poi i conti di Fonsai, fino ai rapporti con Mediobanca e la fusione con Unipol. E negli anni il patrimonio cresce insieme al peso specifico nei salotti che contano, ma l'ascesa della famiglia inizia a vacillare fino al 'salvataggio' guidato dalla compagnia assicurativa bolognese, voluto da Piazzetta Cuccia.

Per i Ligresti c'è un filo conduttore che corre dall'inizio alla fine della parabola: i rapporti con Mediobanca. Rapporti che risalgono all'amicizia dell'ingegnere di Paternò con Enrico Cuccia e con i manager che si sono succeduti alla guida della banca d'affari. Amicizie che hanno accompagnato Ligresti fin dalla conquista della Sai: fino alle privatizzazioni degli anni '90, Mediobanca è l'unica banca autorizzata a concedere finanziamenti a lungo termine e così il benestare di Piazzetta Cuccia è un passaggio obbligato per chi vuole fare il salto e diventare una grande impresa. Tanto che sempre alla protezione di Cuccia si deve lo sbarco a Piazza Affari della capogruppo della galassia Ligresti, Premafin. Nel caso di Ligresti sono quindi la rete dei rapporti personali e le partecipazioni di Sai a rappresentare le chiavi giuste per entrare nelle grazie di Cuccia. Tanto da indurlo a fare da tramite anche con Gianni Agnelli, portando l'immobiliarista a Villar Perosa a colazione.

Sono numerosi gli snodi della carriera impetuosa dell'ingegnere, classe 1932, della provincia di Catania. La leggenda - da lui stesso alimentata nelle rare dichiarazioni pubbliche - vuole che a trent'anni sia riuscito a farsi concedere un prestito bancario da poco più di 10 milioni di lire per costruire un sopralzo tra via Tortona e Porta Genova, oggi cuore del design milanese. Per poi rivenderlo a 50 milioni. Quella prima plusvalenza sarebbe stato il mattoncino sul quale la famiglia ha poi costruito un impero. Lo snodo finanziario arriva però nel decennio successivo, e anche in questo caso non mancano i passaggi controversi. Il riferimento è in particolare al pacchetto di azioni Sai ereditato da Raffaele Ursini, suo mentore insieme al compaesano Michelangelo Virgillito, che hanno proiettato Ligresti al controllo della compagnia. Un passaggio di quote per il quale lo stesso Ursini, passato il ciclone Liquigas, lo ha portato davanti ai giudici mettendo in dubbio la legittimità del cambio di controllo.

Superato l'ostacolo delle quote Sai, e anche il sequestro-lampo della moglie Bambi Susini, negli anni '80 Ligresti stringe ancora di più il rapporto con Cuccia, con l'ingegnere di Paternò in prima fila nel favorire la privatizzazione di Mediobanca, nel 1988. Un favore che Cuccia ricambia con l'aiuto allo sbarco in Piazza Affari della capogruppo della galassia Ligresti, Premafin. La svolta, però, arriva con gli affari milanesi e Tangentopoli. Il caso milanese investe l'ingegnere di Paternò prima che entri in campo il celebre Pool, quando il nuovo assessore all'urbanistica di Milano, Carlo Radice Fossati, fa scoppiare lo scandalo delle aree d'oro. Un tremendo incrocio tra imprenditoria e politica locale con annessi reati urbanistici di vario genere. Se l'immagine dell'imprenditore rampante ne esce a pezzi, non va meglio alla finanza delle sue società. Ma la regia di Mediobanca porta Premafin in Borsa e con i soldi del mercato le finanze della famiglia si aggiustano. Dopo pochi anni arriva la condanna a seguito di Tangentopoli, Ligresti rischia di perdere buona parte del proprio patrimonio, ma riesce a rilanciarsi ancora grazie a Mediobanca, questa volta con la regia di Vincenzo Maranghi: nel 2002 arriva la fusione tra la Sai e la fiorentina Fondiaria, ai tempi controllata dalla Montedison.

Piazzetta Cuccia indica Enrico Bondi come amministratore delegato, ma la stagione del rigore dura poco e nella galssia Ligresti prende il largo la gestione familiare, con i figli di Salvatore che vengono sistemati nei consigli di amministrazione di tutte le società e delle loro controllate. Le operazioni immobiliari, però, depredano la compagnia assicurativa e la società versa in una situazione  finanziariamente insostenibile. Tra il 2009 e il 2011 i bilanci FonSai si tingono pericolosamente di rosso, da 342 a 853 milioni. Mediobanca è quindi costretta a chiedere, con la dovuta decisione, un passo indietro a Ligresti e alla sua famiglia, per lasciar spazio a Unipol non senza sollevare più di qualche obiezione.  L'obiettivo è di assicurare un futuro industriale a Fonsai e anche quello di limitare i danni per tutti i creditori, a partire proprio da Piazzetta Cuccia, e per la stessa famiglia Ligresti.

Nel mezzo, ci sono anche il fallimento delle holding personali dei Ligresti, Sinergia e Imco (400 milioni di indebitamento e 290 di attivi) nel giugno 2012. Le ricostruzioni della gestione familiare, avviate per primo dal fondo Amber, fanno emergere le operazioni in conflitto di interesse, dall'immobiliare, al settore alberghiero, passando per le borsette Gilli di Giulia Ligresti e i cavalli di Jonella, costate "centinaia di milioni" al gruppo, come dirà il commissario ad acta Matteo Caratozzolo. Arrivano anche i via libere delle assemblee all'azione di responsabilità contro la famiglia. Intanto la magistratura continua le indagini a Milano e a Torino. Fino all'epilogo odierno.