ROMA - Finalmente un segno più e, salutata da molti applausi, in Europa è arrivata la ripresa. Un aumento dello 0,3 per cento, sul trimestre precedente, è, in realtà, un segnale piuttosto pallido, ma è stato sufficiente a riaprire il dibattito sull'austerità. Ideologia dominante due anni fa, quando una stretta concertata ai bilanci strangolò, per risanarle, le economie dei Paesi euro, poi vilipesa, quasi con coro unanime, come responsabile della crisi, oggi l'austerità potrebbe essere riabilitata dai primi barlumi di ripresa: possiamo dire che, alla fine, tirare la cinghia ha funzionato?
Anche un economista autorevole come Daniel Gros, critico fin dall'inizio dell'austerità, ha oggi qualche dubbio. L'obiettivo principale – ridurre il rapporto debito pubblico/Pil – è stato mancato alla grande, osserva Gros: è avvenuto il contrario, con un aumento del peso del debito sull'economia. Inevitabile, visto che si amputava la crescita, ovvero il Pil. Dove, però, l'austerità ha funzionato è nel chiudere i deficit dei conti con l'estero (specificamente delle partite correnti) di molti Paesi. Oggi, tranne la Grecia, tutti i Paesi dell'euro registrano un surplus. E' un punto cruciale, sottolinea Gros, perchè il surplus consente a Paesi indebitati, come Spagna e Portogallo, di cominciare a ripagare i creditori esteri.
Se questo è il risultato dell'austerità, però, si tratta di un modesto successo. Per Paesi più importanti di Spagna e Portogallo per l'euro, come l'Italia, la questione è quasi irrilevante, dato che il debito estero italiano è basso. Inoltre, quei saldi positivi sono stati raggiunti con una compressione selvaggia delle importazioni, via recessione, piuttosto che con un boom delle esportazioni. La piaga che affligge l'Europa ed è all'origine della crisi – la differenza di competitività fra Germania e altri Paesi – è, dunque, ancora aperta e continua a marcire. In questo senso, il dibattito sull'austerità rischia di essere fuorviante se guarda al passato, anziché al futuro. Austerità non ha voluto dire solo tagli ai deficit di bilancio pubblico, ma, soprattutto, il veto del governo Merkel ad una politica espansiva in Europa e, in particolare, in Germania.
Un rapporto del centro studi Bruegel avverte che questa – l'atteggiamento di Berlino e i margini di manovra che lascerà alla Bce – è la battaglia cruciale dei prossimi mesi. E il terreno decisivo è l'inflazione. Per recuperare competitività, ragionano gli economisti di Bruegel, Italia e Spagna hanno bisogno di un tasso d'inflazione più basso di quello tedesco. Contemporaneamente, un minimo d'inflazione ha il vantaggio di erodere il peso, in termini reali, del debito pubblico. Per questo diventa decisivo che la Bce si adoperi perchè il tasso medio d'inflazione, nell'area euro, sia, come previsto, del 2 per cento l'anno, ipotizzando, secondo il rapporto, che questo voglia dire un'inflazione al 3 per cento in Germania e all'1 per cento in Italia e Spagna.
Ma non sta andando così. Anzi, al contrario: a luglio ed agosto, l'inflazione europea – al netto di voci volatili come cibo ed energia – è stata dell'1,1 per cento, in discesa ulteriore rispetto a questa primavera. Nel modello degli economisti di Bruegel, questo vuol dire un'inflazione al 2 per cento in Germania e a zero nell'Europa mediterranea. Troppo bassa. In queste condizioni, dice lo studio di Bruegel, il debito pubblico italiano continuerebbe a crescere, fino ad arrivare al 140 per cento del Pil nel 2020. Per tenerlo a freno e avviarne la discesa, l'Italia dovrebbe assicurarsi un avanzo primario nel bilancio pubblico più ampio di quanto previsto oggi. Di quanto più ampio? L'1,3 per cento del Pil in più, risponde Bruegel. Sono 20 miliardi di euro da trovare in più ogni anno, con nuove manovre di tagli e rincari sul bilancio pubblico. Ecco perchè l'inflazione europea, e quella tedesca in particolare, sono decisive. La Bce, dicono gli economisti di Bruegel, deve allentare la politica monetaria per rianimare l'inflazione e portarla al 2 per cento. E Berlino deve lasciarglielo fare. Andrà così? Molto dipende dalle elezioni tedesche, fra due settimane. La posta, per l'Italia, vale 20 miliardi di euro l'anno.
Anche un economista autorevole come Daniel Gros, critico fin dall'inizio dell'austerità, ha oggi qualche dubbio. L'obiettivo principale – ridurre il rapporto debito pubblico/Pil – è stato mancato alla grande, osserva Gros: è avvenuto il contrario, con un aumento del peso del debito sull'economia. Inevitabile, visto che si amputava la crescita, ovvero il Pil. Dove, però, l'austerità ha funzionato è nel chiudere i deficit dei conti con l'estero (specificamente delle partite correnti) di molti Paesi. Oggi, tranne la Grecia, tutti i Paesi dell'euro registrano un surplus. E' un punto cruciale, sottolinea Gros, perchè il surplus consente a Paesi indebitati, come Spagna e Portogallo, di cominciare a ripagare i creditori esteri.
Se questo è il risultato dell'austerità, però, si tratta di un modesto successo. Per Paesi più importanti di Spagna e Portogallo per l'euro, come l'Italia, la questione è quasi irrilevante, dato che il debito estero italiano è basso. Inoltre, quei saldi positivi sono stati raggiunti con una compressione selvaggia delle importazioni, via recessione, piuttosto che con un boom delle esportazioni. La piaga che affligge l'Europa ed è all'origine della crisi – la differenza di competitività fra Germania e altri Paesi – è, dunque, ancora aperta e continua a marcire. In questo senso, il dibattito sull'austerità rischia di essere fuorviante se guarda al passato, anziché al futuro. Austerità non ha voluto dire solo tagli ai deficit di bilancio pubblico, ma, soprattutto, il veto del governo Merkel ad una politica espansiva in Europa e, in particolare, in Germania.
Un rapporto del centro studi Bruegel avverte che questa – l'atteggiamento di Berlino e i margini di manovra che lascerà alla Bce – è la battaglia cruciale dei prossimi mesi. E il terreno decisivo è l'inflazione. Per recuperare competitività, ragionano gli economisti di Bruegel, Italia e Spagna hanno bisogno di un tasso d'inflazione più basso di quello tedesco. Contemporaneamente, un minimo d'inflazione ha il vantaggio di erodere il peso, in termini reali, del debito pubblico. Per questo diventa decisivo che la Bce si adoperi perchè il tasso medio d'inflazione, nell'area euro, sia, come previsto, del 2 per cento l'anno, ipotizzando, secondo il rapporto, che questo voglia dire un'inflazione al 3 per cento in Germania e all'1 per cento in Italia e Spagna.
Ma non sta andando così. Anzi, al contrario: a luglio ed agosto, l'inflazione europea – al netto di voci volatili come cibo ed energia – è stata dell'1,1 per cento, in discesa ulteriore rispetto a questa primavera. Nel modello degli economisti di Bruegel, questo vuol dire un'inflazione al 2 per cento in Germania e a zero nell'Europa mediterranea. Troppo bassa. In queste condizioni, dice lo studio di Bruegel, il debito pubblico italiano continuerebbe a crescere, fino ad arrivare al 140 per cento del Pil nel 2020. Per tenerlo a freno e avviarne la discesa, l'Italia dovrebbe assicurarsi un avanzo primario nel bilancio pubblico più ampio di quanto previsto oggi. Di quanto più ampio? L'1,3 per cento del Pil in più, risponde Bruegel. Sono 20 miliardi di euro da trovare in più ogni anno, con nuove manovre di tagli e rincari sul bilancio pubblico. Ecco perchè l'inflazione europea, e quella tedesca in particolare, sono decisive. La Bce, dicono gli economisti di Bruegel, deve allentare la politica monetaria per rianimare l'inflazione e portarla al 2 per cento. E Berlino deve lasciarglielo fare. Andrà così? Molto dipende dalle elezioni tedesche, fra due settimane. La posta, per l'Italia, vale 20 miliardi di euro l'anno.