MILANO - Tre Paesi europei in grado di far meglio degli Stati Uniti, per quanto riguarda la dinamica del Pil, negli anni della crisi: Polonia, Slovacchia e Svezia. E un'Italia al palo, tanto che ha fatto meglio solo della Grecia e del Portogallo, ma tra i Piigs ha fatto peggio di Irlanda e Spagna. Con una situazione occupazionale d[[ge:rep-locali:repubblica:66078329]]a media classifica, che la vede all'undicesimo posto tra 20 Paesi considerati (gli "Ocse" tra i 28 europei) per la dinamica del tasso di occupazione, mentre Germania, Polonia, Ungheria e Austria sono stati in grado di migliorare il loro mercato del lavoro. Sono alcuni dei rilievi che emergono dal documento preparato da The European House - Ambrosetti per il Forum Lo Scenario di oggi e di domani per le strategie competitive, l'edizione 2013 dell'appuntamento di Cernobbio. Ecco i principali contenuti (lo studio integrale):
Pil. Nel decennio 2002-2012 l'Italia è stata tra i pochi Paesi, insieme a Grecia e Portogallo, a non crescere. Per di più, la performance di queste economie è stata quella maggiormente colpita dalla crisi internazionale. Lo studio annota anche un raffronto tra il campione di Paesi analizzato e gli Stati Uniti: nel decennio in sette sono stati in grado di tenere il passo della prima potenza mondiale, tre (Polonia, Slovacchia e Svezia) l'hanno addirittura superata. Gli analisti hanno anche redatto un indice che misura la performance, aggregando le dinamiche medie registrate nel periodo 2002-2012 (peso del 25% sul risultato finale) e quelle del periodo di crisi 2008-2012 (vale per il 75% del punteggio complessivo). Ebbene, quest'indice assegna il voto migliore a Polonia e Slovacchia. L'Italia è mestamente in coda alla graduatoria, solo la Grecia fa peggio.

Lavoro. Durante il decennio solamente otto Paesi hanno mostrato una riduzione del tasso di occupazione; tra questi non figura l'Italia, che ha invece registrato un miglioramento di 1,4 punti. Le cose sono andate diversamente nel quinquennio di crisi: solo Germania, Polonia, Ungheria e Austria sono riuscite a non soffrire l'emorragia dal mercato occupazionale. Nel Belpaese, tra il 2008 e il 2012, la variazione del tasso di occupazione è stata negativa di 1,9 punti: 11esimo risultato tra i Paesi Ue analizzati. Tutto sommato, quindi, nel novero dei Piigs l'Italia è quella che ha sofferto una minor correlazione tra andamento del Pil e del mercato del lavoro. Un altro rilievo va fatto sul costo del lavoro stesso: nel decennio 2001-2011, è aumentato in tutti i Paesi (con tassi minori per Germania e Svezia).
Altri indicatori. Senza troppe sorprese, i Paesi che hanno mostrato una dinamica del Pil più sofferta registrano anche il maggior incremento del rapporto tra l'indebitamento pubblico e il Pil stesso (d'altra parte, si è contratto il denominatore). Italia e Grecia sono in questo senso i casi limite. Può far riflettere, invece, il peso che le esportazioni di beni e servizi hanno in percentuale del Pil. Da questo punto di vista, nonostante la vocazione di molti imprenditori, l'Italia è terzultima in graduatoria con un incidenza del 28,8% (Grecia e Francia le sole più indietro). In Germania, per rendersi un'idea, la fetta di export di beni e servizi è pari a più della metà del Prodotto interno lordo. Altri settori nei quali l'Italia non brilla certo sono le spese per la ricerca e lo sviluppo (quint'ultimo posto con un'incidenza all'1,25% del Pil), o degli investimenti di venture capital (quart'ultimo posto con lo 0,04% del Pil, peggio della Grecia a 0,05%). Il Belpaese sale invece al secondo posto per i costi di start-up per un nuovo business. La palma, in queste classifiche che però dovrebbero far esultare quanto più ci si allontana dalla vetta, è nel total tax rate:

Pil. Nel decennio 2002-2012 l'Italia è stata tra i pochi Paesi, insieme a Grecia e Portogallo, a non crescere. Per di più, la performance di queste economie è stata quella maggiormente colpita dalla crisi internazionale. Lo studio annota anche un raffronto tra il campione di Paesi analizzato e gli Stati Uniti: nel decennio in sette sono stati in grado di tenere il passo della prima potenza mondiale, tre (Polonia, Slovacchia e Svezia) l'hanno addirittura superata. Gli analisti hanno anche redatto un indice che misura la performance, aggregando le dinamiche medie registrate nel periodo 2002-2012 (peso del 25% sul risultato finale) e quelle del periodo di crisi 2008-2012 (vale per il 75% del punteggio complessivo). Ebbene, quest'indice assegna il voto migliore a Polonia e Slovacchia. L'Italia è mestamente in coda alla graduatoria, solo la Grecia fa peggio.
Lavoro. Durante il decennio solamente otto Paesi hanno mostrato una riduzione del tasso di occupazione; tra questi non figura l'Italia, che ha invece registrato un miglioramento di 1,4 punti. Le cose sono andate diversamente nel quinquennio di crisi: solo Germania, Polonia, Ungheria e Austria sono riuscite a non soffrire l'emorragia dal mercato occupazionale. Nel Belpaese, tra il 2008 e il 2012, la variazione del tasso di occupazione è stata negativa di 1,9 punti: 11esimo risultato tra i Paesi Ue analizzati. Tutto sommato, quindi, nel novero dei Piigs l'Italia è quella che ha sofferto una minor correlazione tra andamento del Pil e del mercato del lavoro. Un altro rilievo va fatto sul costo del lavoro stesso: nel decennio 2001-2011, è aumentato in tutti i Paesi (con tassi minori per Germania e Svezia).
Altri indicatori. Senza troppe sorprese, i Paesi che hanno mostrato una dinamica del Pil più sofferta registrano anche il maggior incremento del rapporto tra l'indebitamento pubblico e il Pil stesso (d'altra parte, si è contratto il denominatore). Italia e Grecia sono in questo senso i casi limite. Può far riflettere, invece, il peso che le esportazioni di beni e servizi hanno in percentuale del Pil. Da questo punto di vista, nonostante la vocazione di molti imprenditori, l'Italia è terzultima in graduatoria con un incidenza del 28,8% (Grecia e Francia le sole più indietro). In Germania, per rendersi un'idea, la fetta di export di beni e servizi è pari a più della metà del Prodotto interno lordo. Altri settori nei quali l'Italia non brilla certo sono le spese per la ricerca e lo sviluppo (quint'ultimo posto con un'incidenza all'1,25% del Pil), o degli investimenti di venture capital (quart'ultimo posto con lo 0,04% del Pil, peggio della Grecia a 0,05%). Il Belpaese sale invece al secondo posto per i costi di start-up per un nuovo business. La palma, in queste classifiche che però dovrebbero far esultare quanto più ci si allontana dalla vetta, è nel total tax rate: