MILANO - Lo sciopero dei bancari è evento raro e catalizza l'attenzione verso un comparto associato nella vulgata a trattamenti ben migliori rispetto agli standard nazionali. In effetti, erano 13 anni che i dipendenti del credito non incrociavano le braccia. Difficoltà del mercato di riferimento, evoluzione verso le nuove tecnologie che mettono in crisi i modelli organizzativi, esigenze di tagliare i costi e ottimizzare il capitale hanno portato negli ultimi anni a una vera e propria rivoluzione in banca.
I numeri di questo cambiamento sono forti. Secondo i conteggi della Fabi, il sindacato autonomo dei bancari, tra il 2007 e il 2011 l'emorragia di posti di lavoro in banca ha portato all'uscita dal sistema di quasi 15mila e 700 occupati. La popolazione del credito è così passata da oltre 344mila a 329mila dipendenti. Con l'ammortizzatore sociale di categoria, cofinanziato da imprese e lavoratori in maniera autonoma e sul quale si consuma parte della battaglia tra le parti sociali, dal 2000 ad oggi sono state pre-pensionate in maniera volontaria 48mila persone e fino al 2020 ne usciranno altre 19.800. In 20 anni, così, i bancari in pre-pensionamento saranno quasi 68mila, mentre attualmente il Fondo di solidarietà eroga assegni a 15mila persone.
Il nodo cruciale della vicenda è dato dal costo del lavoro. Secondo l'ultimo rapporto Abi disponibile (dicembre 2012), le regional banks italiane (quelle con basso grado di internazionalizzazione e portafoglio di attività prevalentemente commerciali), "si distinguono per l'elevato costo del lavoro per dipendente": 77.500 euro, precedute solo dalle banche tedesche e contro una media europea di 55.000 euro (si veda l'articolo sui colossi di Wall Street per un raffronto). Scontando una contrazione occupazionale dell'1% per il biennio 2010-2011, l'Abi spiega che i dirigenti sono il 2,4% dei dipendenti, i quadri direttivi il 39,5% seguiti via via dalle altre aree. "I rapporti tradizionali a tempo indeterminato riguardano oltre il 97% dei bancari in servizio", annota l'Associazione delle banche.
Scheda. I principali tavoli aperti nelle maggiori banche
Nello stesso anno il costo del lavoro ha assorbito il 42% circa dei ricavi, mentre il cost-income (il totale dei costi operativi sui ricavi) si è attestato al 68,1%. Ma già una cura dimagrante in questo senso è iniziata, tanto che per il 2012 l'analisi della Fiba/Cisl parla di costi del personale al 32,8% del margine d'intermediazione (contro una media europea del 37,9%), mentre le spese amministrative si attestano al 30,1% e le rettifiche sui crediti al 32,4%. Per le banche è comunque un livello troppo elevato, che genera per altro uno sbilancio dei costi operativi sul totale dell'attivo, in un rapporto di 1,56 contro l'1,28 europeo.
Proprio questa situazione, per le banche è diventata insostenibile. Di qui la decisione dell'Abi di disdettare il contratto a metà settembre, siglato solo nel gennaio 2012, sulla scorta del fatto che l'industria bancaria "non riesce più a conseguire margini di guadagno in Italia ed il rendimento sul capitale investito si manterrà nella migliore delle ipotesi su livelli di poco inferiori al 2% nel prossimo triennio". Una decisione unilaterale che ha trovato la ferma opposizione dei sindacati, che hanno chiesto in prima battuta il buon esempio dei top banker, invitati a "ridursi lo stipendio di 600/700 mila euro annui prima di procedere a queste scelte clamorose e mettere in discussione i diritti dei lavoratori".
I numeri di questo cambiamento sono forti. Secondo i conteggi della Fabi, il sindacato autonomo dei bancari, tra il 2007 e il 2011 l'emorragia di posti di lavoro in banca ha portato all'uscita dal sistema di quasi 15mila e 700 occupati. La popolazione del credito è così passata da oltre 344mila a 329mila dipendenti. Con l'ammortizzatore sociale di categoria, cofinanziato da imprese e lavoratori in maniera autonoma e sul quale si consuma parte della battaglia tra le parti sociali, dal 2000 ad oggi sono state pre-pensionate in maniera volontaria 48mila persone e fino al 2020 ne usciranno altre 19.800. In 20 anni, così, i bancari in pre-pensionamento saranno quasi 68mila, mentre attualmente il Fondo di solidarietà eroga assegni a 15mila persone.
Il nodo cruciale della vicenda è dato dal costo del lavoro. Secondo l'ultimo rapporto Abi disponibile (dicembre 2012), le regional banks italiane (quelle con basso grado di internazionalizzazione e portafoglio di attività prevalentemente commerciali), "si distinguono per l'elevato costo del lavoro per dipendente": 77.500 euro, precedute solo dalle banche tedesche e contro una media europea di 55.000 euro (si veda l'articolo sui colossi di Wall Street per un raffronto). Scontando una contrazione occupazionale dell'1% per il biennio 2010-2011, l'Abi spiega che i dirigenti sono il 2,4% dei dipendenti, i quadri direttivi il 39,5% seguiti via via dalle altre aree. "I rapporti tradizionali a tempo indeterminato riguardano oltre il 97% dei bancari in servizio", annota l'Associazione delle banche.
Scheda. I principali tavoli aperti nelle maggiori banche
Nello stesso anno il costo del lavoro ha assorbito il 42% circa dei ricavi, mentre il cost-income (il totale dei costi operativi sui ricavi) si è attestato al 68,1%. Ma già una cura dimagrante in questo senso è iniziata, tanto che per il 2012 l'analisi della Fiba/Cisl parla di costi del personale al 32,8% del margine d'intermediazione (contro una media europea del 37,9%), mentre le spese amministrative si attestano al 30,1% e le rettifiche sui crediti al 32,4%. Per le banche è comunque un livello troppo elevato, che genera per altro uno sbilancio dei costi operativi sul totale dell'attivo, in un rapporto di 1,56 contro l'1,28 europeo.
Proprio questa situazione, per le banche è diventata insostenibile. Di qui la decisione dell'Abi di disdettare il contratto a metà settembre, siglato solo nel gennaio 2012, sulla scorta del fatto che l'industria bancaria "non riesce più a conseguire margini di guadagno in Italia ed il rendimento sul capitale investito si manterrà nella migliore delle ipotesi su livelli di poco inferiori al 2% nel prossimo triennio". Una decisione unilaterale che ha trovato la ferma opposizione dei sindacati, che hanno chiesto in prima battuta il buon esempio dei top banker, invitati a "ridursi lo stipendio di 600/700 mila euro annui prima di procedere a queste scelte clamorose e mettere in discussione i diritti dei lavoratori".