Economia

"La vendita da 9mila miliardi".
L'Economist chiede privatizzazioni

A tanto equivale "l'argenteria di famiglia" che per la rivista finanziaria gli Stati dovrebbero mettere sul mercato. Con quella cifra l'Occidente potrebbe ripagare più di un quinto del suo debito pubblico. Il piano dell'Italia è giudicato "timido", nonstante il Belpaese possa mettere in vetrina  "beni societari per un valore di forse 225 miliardi di dollari e beni non finanziari di qualcosa come 1.600 milioni di dollari"

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LONDRA - In copertina viene presentata come una tipica "svendita" di fine stagione, quelle che fanno i grandi magazzini e i negozi per l'appunto in questi giorni: "The 9 trillion sale". Ma il venditore in questione è, o meglio dovrebbe essere, lo Stato, anzi "gli" stati - quelli dell'Ocse, l'Organizzazione per la cooperazione e lo sviluppo economico, in pratica la maggior parte dei paesi occidentali e industrializzati. E ad esortarli a vendere i propri beni è l'Economist, il settimanale britannico come redazione centrale e origini, ormai globale nella sostanza (vende la maggior parte del suo milione e mezzo di copie di tiratura fuori dal Regno Unito), con un editoriale, un servizio e un titolo che parlano chiaro: i paesi sviluppati dovrebbero offrire a investitori privati la cosiddetta "argenteria di famiglia" per risanare l'ingente debito pubblico che continuano a portarsi addosso.

Ma l'argenteria di famiglia, come spiega la rivista, è molto di più di qualche gioiello rimasto nei cassetti: equivale complessivamente a 9 trilioni di dollari, una cifra con cui l'Occidente potrebbe ripagare un quinto o più del proprio debito pubblico. Consiste di una lunga lista di beni di stato: aziende, edifici (molti dei quali del tutto inutilizzati o sotto utilizzati), terreni. Non è un invito a vendere, tantomeno svendere, le aziende statali sane, che producono ricchezza, come ad esempio l'industria petrolifera norvegese. L'Economist, tuttavia, ritiene che ce ne siano altre, molte altre, che sarebbero meglio gestite dai privati e libererebbero lo stato da un onere che si porta dietro da troppo tempo.

Le privatizzazioni del passato, osserva il settimanale campione del liberismo, avevano altri obiettivi: nel caso di quelle della Thatcher nella Gran Bretagna dei primi anni '80 miravano a indebolire i sindacati e modernizzare il paese, una formula poi seguita, chi più chi meno, da larga parte dell'Europa, e imitata in America da Ronald Reagan nei suoi anni di presidenza. La grande privatizzazione suggerita ora dall'Economist avrebbe uno scopo diverso: da un lato ridurre fortemente il debito pubblico, pur tenendo presente che un'entrata di fondi "una tantum" non serve a niente se un paese ha l'abitudine a spendere più del necessario o comunque più di quello che può permettersi; dall'altro puntare sull'impresa privata per accelerare la ripresa, rendere più agile il mercato del lavoro, aumentare la competizione e rendere in ultima analisi (perlomeno negli auspici del giornale londinese) un migliore servizio ai consumatori.

L'Economist cita in proposito anche il caso specifico dell'Italia: una nazione con un debito pubblico pari al 132 per cento del Pil, afferma il settimanale, ma che risponde ai suoi problemi di bilancio con un programma di privatizzazione per il momento piuttosto "timido", sebbene lo stato italiano "abbia in proporzione più cose da vendere della maggioranza dei paesi ricchi, con beni societari per un valore di forse 225 miliardi di dollari e beni non finanziari di qualcosa come un trilione e 600 milioni di dollari". Naturalmente, riconosce l'Economist, il suo non è un incitamento alle privatizzazioni selvagge: a nessuno si chiede di vendere il Louvre o il Colosseo, il Partenone o il parco di Yellowstone. Ma forse una nuova ondata di privatizzazioni di massa è necessaria, conclude la rivista, centrata questa volta sulle vaste proprietà di cui dispongono gli stati occidentali - un patrimonio di cui è possibile disfarsi, specie in tempi difficili.