Economia

Spread giù a quota 190, Btp al 3,58%.
Sul mercato continua l'effetto Renzi

Le Borse chiudono poco variate con Londra e Francoforte sulla parità, Parigi in leggero rialzo e Milano in calo dello 0,2%. Intanto prosegue la distensione sul debito sovrano italiano: cala il rendimento dei titoli e si riduce la differenza con la Germania

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MILANO - Continua l'effetto Renzi sui titoli di Stato italiani. I mercati vedono allontanarsi la prospettiva di nuove elezioni e tornano a comprare debito italiano allentando la pressione sui Btp e riducendo la differenza di rendimento con i Bund tedeschi: per i grandi investitori comprare "Italia" non è più un rischio azzardato. E così lo spread è stabile intorno a quota 190 punti base, dopo essere sceso a 187 punti, mentre i titoli di Stato rendono il 3,58%, ai minimi dal gennaio 2006. Segnali positivi in questa direzione sono arrivati anche da Moody's che dopo aver alzato a "stabile" l'outlook sull'Italia ha migliorato da negativo a stabile anche quello di alcune banche italiane e 19 tra città, province e regioni italiane. Per quanto riguardo le allentate tensioni sul debito c'è anche una ragione tecnica: i grandi player hanno iniziato a disinvestire dagli ex mercati emergenti che mostrano segnali di instabilità per puntare sui più sicuri lidi occidentali. E, in questo caso, Italia e Spagna, offrono ancora buoni rendimenti con rischi decisamente mitigati rispetto a due anni fa.

Il buon umore sul mercato del debito non basta, però, a rilanciare le Borse europee appese alla pioggia di dati contabili in arrivo in questo giorni. Gli addetti ai lavori preferiscono monetizzare i guadagni delle ultime seduta prima di prendere posizione anche per capire in che direzione si stanno muovendo le grandi società del Vecchio continente. E così a Milano Piazza Affari chiude in calo dello 0,2%, Londra e Francoforte invariate e Parigi in rialzo dello 0,2%.

Sul fronte macroeconomico, negli Stati Uniti le costruzioni di case nuove a gennaio sono scese del 16% a un tasso annualizzato di 880.000 unità. I permessi sono scesi del 5,4% a 937.000 unità, mentre i prezzi alla produzione in gennaio sono aumentati dello 0,2%. Chiusura in negativo per Wall Street. Il Dow Jones perde lo 0,55% a 16.041,14 punti, il Nasdaq cede lo 0,82% a 4.237,95 punti, lo S&P 500 lascia sul terreno lo 0,6% a 1.828,9 punti.

In Gran Bretagna, il tasso di disoccupazione è risalito al 7,2% dal 7,1% di fine novembre, peggio delle attese che stimavano un tasso fermo al 7,1 per cento. La Banca d'Inghilterra (Boe), invece, stima una crescita del Paese nel primo trimestre dell'anno allo 0,9% e un progresso analogo del Pil (+1%) anche nel secondo trimestre. L'Ocse ha invece precisato che tra le 7 maggiori economie, la crescita del Pil resta molto forte negli Stati Uniti e nel Regno Unito (rispettivamente +0,8% e +0,7%) nonostante la decelerazione rispetto al terzo trimestre; in Giappone il Pil è stabile allo 0,3 per cento. Il Pil dell'Ue, secondo le stime, è salito allo 0,4% comparato con lo 0,3% nel terzo trimestre e allo 0,3% dallo 0,1% nell'area euro.

Chiusura in terreno negativo, questa mattina, per la Borsa di Tokyo sulle prese di beneficio dopo la volata di ieri, in un mercato che continua a guardare con cautela alla ripresa Usa. L'indice Nikkei dei titoli guida ha chiuso in calo dello 0,52% e il più ampio indice Topix ha perso lo 0,45%. L'attività è stata piuttosto debole con 2,28 miliardi di azioni scambiate sul mercato primario.

Sul fronte delle materie prime, le quotazioni del petrolio sono in crescita con i contratti sul greggio Wti con scadenza a  marzo che vengono scambiati a 102,82 dollari al barile (102,72 ieri sera in chiusura di giornata). Il Brent viene scambiato a 110,32 dollari. In calo, invece, l'oro: il lingotto con consegna immediata che perde lo 0,6% e viene scambiato a 1.315,81 dollari l'oncia. L'euro si mantiene forte e chiude a 1,3753 dollari, sui livelli dell'apertura, dopo aver toccato un massimo da sette settimane a 1,3773 dollari. Il biglietto verde è penalizzato dai recenti dati macroeconomici, che hanno fatto sorgere dubbi sulla solidità della ripresa degli Usa.