ROMA - Deflazione? No. Ma bassa inflazione sì e questo, dice un numero crescente di economisti, può creare una spirale perversa quanto la deflazione, nonostante la flemma mostrata giovedì scorso da Mario Draghi. Almeno in apparenza: "Non sembra convinto di quel che dice" ha twittato un ex dirigente della Bce, Francesco Papadia, durante la conferenza stampa.
Da giovedì scorso, comunque, è ufficiale: i prezzi congelati saranno la norma in Europa ancora per tre anni. Jens Weidmann, dalla Bundesbank, l'aveva detto: l'obiettivo è un'inflazione appena sotto al 2 per cento. Ma finché sta sotto non c'è da preoccuparsi troppo. Se gli uffici tecnici della Bce non si sbagliano, Weidmann può stare tranquillo a lungo: i prezzi, nella media dell'Eurozona, non risaliranno vicino all'obiettivo del 2 per cento neanche fra tre anni. Francoforte prevede un'inflazione europea dell'1 per cento quest'anno, dell'1,3 per cento nel 2015 e ancora solo dell'1,5 per cento nel 2016. Soltanto a fine 2016 saliranno all'1,7 per cento, comunque ancora lontani dal 2 per cento. E' un gelo che preoccupa molti, ma preoccupa ancora di più quelli che ritengono le previsioni della Bce ancora ottimistiche, perché basate su modelli econometrici mal tarati.
E' vero, in effetti, che il modello non aveva assolutamente previsto l'improvvisa paralisi dei prezzi che si è registrata da ottobre ad oggi e continua, forse, a sottovalutarla. O perché, come dicono alcuni, il modello econometrico della Bce è tecnicamente squilibrato sulla media di previsioni a lunga scadenza (e sottovaluta, quindi, crisi più vicine). O perché in questi modelli l'elemento finanziario è poco presente e, dunque, non sono in grado di cogliere gli effetti di uno shock finanziario. "Sono meglio preparati ad affrontare - è stato scritto - un attacco extraterrestre piuttosto che una stretta al credito".
Anche gli scettici, tuttavia, non pensano che si possa parlare in Europa di deflazione, almeno come l'ha definita Draghi: un calo dei prezzi in parecchi paesi, su un ampio spettro di beni e che si autoalimenta, perché l'attesa di prezzi in calo frena la domanda e fa calare effettivamente i prezzi. In Europa questa deflazione c'è solo in alcuni paesi, come la Grecia. Ma anche un orizzonte di prezzi che aumentano meno dell'1 per cento (come è implicito nel modello Bce, che considera la media europea) può avere effetti devastanti. L'allarme arriva da Washington. Ancora una volta, come è spesso capitato in questi mesi, sono gli economisti del Fmi a mettere sotto accusa la politica europea. La "lowflation", come la chiamano, cioè un'inflazione persistentemente inferiore all'1 per cento, può avere effetti analoghi alla deflazione, non tanto, avvertono, perché crea aspettative di riduzione dei prezzi, ma perché rende più pesante l'onere del debito e dei tassi di interesse reali e strangola così l'economia. Si determina, infatti, il peggiore dei mondi possibili.
L'inflazione, per quanto contenuta, ha comunque l'effetto di limitare il peso reale del debito e dei tassi di interesse. Ma Italia, Spagna, Portogallo, Grecia, i paesi che più avrebbero bisogno di stimoli alla ripresa, sono quelli più vicini alla deflazione, cioè con meno inflazione e, quindi, quelli in cui debito e interessi pesano di più. Al contrario, Germania e Austria che hanno tassi d'inflazione, comparativamente, più alti vedono alleggerirsi debito e interessi. Così, gli squilibri si aggravano.
La beffa, continua il Fmi, è che il fatto che l'inflazione sia, comunque, bassa anche nei paesi più fortunati congela questi squilibri, nel senso che rende più penoso il riaggiustamento di prezzi e salari nei confronti dei paesi più competitivi e aggrava il problema della disoccupazione. La conclusione può essere definita - se si tiene conto dell'etichetta diplomatica fra grandi organizzazioni internazionali - bruciante: la deflazione alla giapponese non è tanto lontana. La Bce, dicono gli esperti del Fmi (fra cui il direttore del dipartimento Europa del Fondo), riprendendo le critiche ai modelli econometrici di Francoforte, non può cullarsi nella convinzione che, comunque, a lungo termine, l'inflazione risalirà al 2 per cento: "Bisogna tener conto anche delle aspettative di inflazione non così lontane". Ovvero dei prossimi tre anni.
Da giovedì scorso, comunque, è ufficiale: i prezzi congelati saranno la norma in Europa ancora per tre anni. Jens Weidmann, dalla Bundesbank, l'aveva detto: l'obiettivo è un'inflazione appena sotto al 2 per cento. Ma finché sta sotto non c'è da preoccuparsi troppo. Se gli uffici tecnici della Bce non si sbagliano, Weidmann può stare tranquillo a lungo: i prezzi, nella media dell'Eurozona, non risaliranno vicino all'obiettivo del 2 per cento neanche fra tre anni. Francoforte prevede un'inflazione europea dell'1 per cento quest'anno, dell'1,3 per cento nel 2015 e ancora solo dell'1,5 per cento nel 2016. Soltanto a fine 2016 saliranno all'1,7 per cento, comunque ancora lontani dal 2 per cento. E' un gelo che preoccupa molti, ma preoccupa ancora di più quelli che ritengono le previsioni della Bce ancora ottimistiche, perché basate su modelli econometrici mal tarati.
E' vero, in effetti, che il modello non aveva assolutamente previsto l'improvvisa paralisi dei prezzi che si è registrata da ottobre ad oggi e continua, forse, a sottovalutarla. O perché, come dicono alcuni, il modello econometrico della Bce è tecnicamente squilibrato sulla media di previsioni a lunga scadenza (e sottovaluta, quindi, crisi più vicine). O perché in questi modelli l'elemento finanziario è poco presente e, dunque, non sono in grado di cogliere gli effetti di uno shock finanziario. "Sono meglio preparati ad affrontare - è stato scritto - un attacco extraterrestre piuttosto che una stretta al credito".
Anche gli scettici, tuttavia, non pensano che si possa parlare in Europa di deflazione, almeno come l'ha definita Draghi: un calo dei prezzi in parecchi paesi, su un ampio spettro di beni e che si autoalimenta, perché l'attesa di prezzi in calo frena la domanda e fa calare effettivamente i prezzi. In Europa questa deflazione c'è solo in alcuni paesi, come la Grecia. Ma anche un orizzonte di prezzi che aumentano meno dell'1 per cento (come è implicito nel modello Bce, che considera la media europea) può avere effetti devastanti. L'allarme arriva da Washington. Ancora una volta, come è spesso capitato in questi mesi, sono gli economisti del Fmi a mettere sotto accusa la politica europea. La "lowflation", come la chiamano, cioè un'inflazione persistentemente inferiore all'1 per cento, può avere effetti analoghi alla deflazione, non tanto, avvertono, perché crea aspettative di riduzione dei prezzi, ma perché rende più pesante l'onere del debito e dei tassi di interesse reali e strangola così l'economia. Si determina, infatti, il peggiore dei mondi possibili.
L'inflazione, per quanto contenuta, ha comunque l'effetto di limitare il peso reale del debito e dei tassi di interesse. Ma Italia, Spagna, Portogallo, Grecia, i paesi che più avrebbero bisogno di stimoli alla ripresa, sono quelli più vicini alla deflazione, cioè con meno inflazione e, quindi, quelli in cui debito e interessi pesano di più. Al contrario, Germania e Austria che hanno tassi d'inflazione, comparativamente, più alti vedono alleggerirsi debito e interessi. Così, gli squilibri si aggravano.
La beffa, continua il Fmi, è che il fatto che l'inflazione sia, comunque, bassa anche nei paesi più fortunati congela questi squilibri, nel senso che rende più penoso il riaggiustamento di prezzi e salari nei confronti dei paesi più competitivi e aggrava il problema della disoccupazione. La conclusione può essere definita - se si tiene conto dell'etichetta diplomatica fra grandi organizzazioni internazionali - bruciante: la deflazione alla giapponese non è tanto lontana. La Bce, dicono gli esperti del Fmi (fra cui il direttore del dipartimento Europa del Fondo), riprendendo le critiche ai modelli econometrici di Francoforte, non può cullarsi nella convinzione che, comunque, a lungo termine, l'inflazione risalirà al 2 per cento: "Bisogna tener conto anche delle aspettative di inflazione non così lontane". Ovvero dei prossimi tre anni.