Economia

I calcoli Ue sul pareggio di bilancio strutturale frenano l'Italia

Si tratta di valutare quale sarebbe il deficit se l'economia andasse a pieno ritmo: il problema è come viene stabilito questo livello. La Commissione europea cambia spesso le carte in tavola, ma uno spostamento di pochi decimi può costare anche 1,5 miliardi di euro

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ROMA - Forse l'Italia, più che di diplomatici o di politici capaci di battere il pugno sul tavolo, a Bruxelles avrebbe bisogno di econometristi, ovvero di tecnici capaci di navigare con sicurezza i modelli matematici dell'economia futura. Probabilmente, si sarebbe evitato che una tempesta in un bicchier d'acqua si trasformasse in una prova decisiva di intemerata virtù. Secondo le indiscrezioni, infatti, negli ambienti della Commissione sarebbe stata accolto con più di un sopracciglio alzato e parecchi brontolii l'annuncio che l'Italia non rispetterà, l'anno prossimo, l'obiettivo del pareggio nel bilancio strutturale, rinviandolo al 2016.

Formalmente, questo potrebbe comportare conseguenze pesanti, come la riapertura di una procedura d'infrazione, che renderebbe ancora più stringenti gli attuali vincoli di bilancio. Politicamente, con una Commissione in scadenza e le elezioni europee alle porte, appare difficile che qualcosa accada prima del prossimo autunno, quando gli organismi della Ue - nel pieno del semestre di presidenza italiano - ritroveranno la piena funzionalità. Ma è sul piano economico che l'ipotesi di un braccio di ferro sul deficit strutturale italiano del 2015 non tiene.

Il deficit di cui stiamo parlando, infatti, non è quello che proclamano i risultati ufficiali di bilancio (il famoso 3 per cento), certificati e verificabili. E' una costruzione teorica, basata su modelli matematici, a loro volta fondati su ipotesi, procedure, parametri concordati a tavolino, dunque discutibili e, infatti, perennamente discussi e revisionati. Il deficit strutturale risponde, infatti, alla domanda: quale sarebbe il disavanzo di bilancio italiano se l'economia andasse a pieno ritmo? Il punto è stabilire qual è questo "pieno ritmo", cioè il prodotto potenziale.

Se questo prodotto potenziale è molto più alto di quello effettivamente registrato, il deficit strutturale è basso, perché la colpa del disavanzo è soprattutto della cattiva congiuntura che, ad esempio, ha depresso le entrate fiscali. Viceversa, se il prodotto potenziale è poco più alto di quello reale. Nel caso italiano, secondo i parametri usati dai tecnici della Commissione per misurare questo "output gap", vale il viceversa. A Bruxelles sono convinti che, anche con un'economia che va a mille, il tasso di disoccupazione italiano - attualmente al 13 per cento - non potrebbe scendere sotto l'11 per cento. In altre parole, anche con una ripresa che ruggisce, il nostro paese dovrebbe acconciarsi ad avere 3 milioni di disoccupati.

Qui, il problema non è stabilire se il pessimismo di Bruxelles sui mali profondi dell'economia italiana sia giustificato o meno. Il problema è metterci dei numeri sopra. Il calcolo del prodotto potenziale è più un'arte che una scienza. La Ue lo calcola in un modo. L'Ocse e il Fmi in altri due modi diversi. La stessa Commissione cambia spesso le carte in tavola. Nell'ultimo Def, i tecnici del Tesoro dedicano alcune pagine a ricordare che, se si usassero i parametri ancora in vigore quest'autunno, il bilancio strutturale italiano sarebbe in attivo nel 2015, non in passivo. Solo in base ai nuovi parametri si apre un buco.

Ma quanto è grande e preoccupante questo buco?  La misura, in questo caso, conta. Il bilancio strutturale è un utile strumento strategico fino a che lo si utilizza per accertare una tendenza. Un deficit strutturale dell'1-2 per cento è un segnale di allarme. Ma qui, l'Italia annuncia un disavanzo dello 0,1 per cento (con i vecchi parametri sarebbe stato un avanzo dello 0,1 per cento). In soldoni, stiamo parlando di un buco di un miliardo e mezzo di euro. Troppo facile pensare che a monte, nel modello, ci possa essere stato un arrotondamento sfortunato di qualche remoto decimale.