MILANO - Da una parte, la tenuta italiana nei confronti dell'ondata euro-scettica, soprattutto se paragonata alla mareggiata straripante di Marine Le Pen in Francia, si spiega con il fatto che i cittadini del Belpaese, posti di fronte all'ipotesi di uscire dall'euro, preferiscono andarci con i piedi di piombo e si schierano sulla linea della "prudenza". Una prudenza che si è trasformata nel successo personale di Renzi. Dall'altra, resta uno zoccolo duro anti-divisa unica, che spiega l'affermazione oltre le aspettative della Lega Nord.
Sono questi alcuni esiti del sondaggio realizzato dal Ceis dell'Università di Tor Vergata attraverso un'indagine proposta ai lettori di Repubblica.it (chiusa una settimana prima delle elezioni e che ha raccolto oltre 30mila contatti e quasi 11mila questionari completati), riletto alla luce dei risultati della consultazione elettorale. E' bene precisare fin da subito, come spiegano i ricercatori del Ceis nel rapporto stilato dopo aver acquisito i dati, che non si tratta di un campione rappresentativo della popolazione italiana, in quanto raccoglie le risposte dei lettori del nostro sito in maniera indistinta. Offre però una serie di conclusioni interessanti, ancorché valide solo per coloro che hanno partecipato al sondaggio.
L'analisi completa del Ceis
In generale, il panorama delle risposte alla madre di tutte le domande (l'Italia deve rimanere nell'euro?) è spaccato a metà tra chi ritiene si debba restare nel sistema comunitario in ogni caso (50%) e un'altra fazione che raggruppa chi ritiene si debba perseguire una adesione "condizionata" ad alcune riforme (37%) e chi vuole uscire in ogni caso (13%).
Le risposte fornite all'indagine di Repubblica.it spiegano per quale ragione - tutto sommato - in Italia l'ondata di avversione a Bruxelles si sia rivelata più tenue di quanto visto in altri Paesi, a cominciare dalla Francia che ha incoronato Marine Le Pen; tanto che ora il Belpaese è visto nelle cancellerie estere come un elemento di stabilità per il sistema Ue.
L'indagine permette infatti di delineare l'approccio che i lettori hanno nei confronti della moneta unica, sia guardandosi alle spalle, giudicando quindi i vantaggi e gli svantaggi ricevuti a partire dal 2002; sia in prospettiva, misurando i possibili rischi e le opportunità di una uscita dal sistema economico comunitario. E soprattutto nello sguardo verso il futuro si rintraccia il motivo percui il fronte no-euro non ha sfondato.
Ebbene, la storia dell'Italia nella moneta unica pare aver generato una divisione tra "tifosi", come li definiscono gli stessi ricercatori, ed "equilibrati". I primi sono una fetta consistente: sono il 42% degli intervistati e non hanno vie di mezzo, visto che "credono che l'euro abbia portato solo vantaggi (il 27%) o svantaggi (il 15%)". In particolare, i più soddisfatti della moneta unica le attribuiscono la riduzione dei tassi di mutui e prestiti, dell'inflazione, del costo degli interessi sul debito pubblico e di quelli legati al turismo e al commercio nell'Unione.
E' invece più contenuta (il 25%) la percentuale di rispondenti "che riconosce, come sembra ragionevole dal punto di vista economico, che l'euro abbia portato sia vantaggi che svantaggi". In base a queste evidenze, dal Ceis di Tor Vergata confermano che c'è una grande "polarizzazione" in Italia, con un nutrito gruppo di "rispondenti che tendono ad avere una visione molto schierata in una direzione o in un'altra. Sembra, invece, mancare una visione condivisa del problema".
Guardando al futuro, i "tifosi" si fanno più "prudenti". E così si spiega anche l'atteggiamento nelle urne di domenica, che ha premiato una linea di continuità - rappresentata dal Pd - verso l'adesione alla divisa unica.
Da una parte, infatti, coloro che vedono solo vantaggi nell'euro ritengono in più dell'80% dei casi che alla moneta unica si debba dare una fiducia incondizionata. Sulla sponda opposta, anche riconoscendo solo svantaggi nella condivisione del conio, coloro che tifano contro l'euro si dichiarano "solo" nel 57% dei casi pronti a uscirvi in ogni caso. "Avere una opinione 'radicale' anti-euro (ovvero non si percepiscono i vantaggi e si sottolineano gi svantaggi ) appare una condizione quasi necessaria per scegliere una uscita dall'Euro senza se e senza ma. Ossia l'opzione dell'uscita presuppone una visione manichea: circa due terzi di chi vuole l'uscita è convinto che l'euro non abbia portato vantaggi, nemmeno quelli più oggettivi, come ad esempio la riduzione dei tassi sul debito pubblico", spiegano dal Ceis.
In questo senso si può poi considerare come viene giudicata l'opzione futura di una uscita, con il saldo tra rischi e opportunità percepiti in caso di uscita dall'euro. "A fronte di una forte polarizzazione dell'opinione di quali siano stati gli effetti dell'euro sul sistema economico italiano, sembra invece emergere una percezione più condivisa riaguardo alle potenziali conseguenze" della rottura dall'Eurozona.
Dalla figura si vede che l'80% dei rispondenti percepisce la presenza di rischi seri connessi a un'eventuale uscita dall'euro; tra di essi, il 15% vede anche qualche opportunità insieme ai problemi. Di contro, "poco meno del 20% dei rispondenti non percepisce la presenza dei rischi prospettati". Tra i "prudenti", cioè quelli che vedono rischi nell'uscita: vuole rompere con l'Eurozona solo l'1,2% di chi percepisce rischi e non riconosce le opportunità e il 9% di chi vede anche opportunità. Sul lato opposto, tra i "temerari" che vedono solo opportunità oltre il 65% ritiene preferibile un'uscita incondizionata dall'euro. "Essere 'temerari' appare quindi una condizione necessaria per scegliere di uscire: oltre l'84% di chi ritiene di uscire senza se e senza ma infatti asserisce di non percepire come plausibile nessuno dei rischi prospettati nel questionario", commentano i ricercatori. "Una percezione 'bilanciata' di rischi e opportunità favorisce invece l'affermarsi dell'orientamento che presuppone l'esigenza di riforma della moneta unica (60%)".
In questo contesto è possibile verificare anche la corrispondenza tra dichiarazioni di voto e posizione verso la moneta unica. Scrivono i ricercatori del Ceis che "i più anti-Euro sono i simpatizzanti della Lega Nord, per i quali la posizione 'no-euro' è netta (84%). Seguono Fratelli d'Italia e Forza Italia, che pur avendo un'ampia fascia di sostenitori 'no-euro' si mostrano possibilisti sul rimanere nella moneta unica qualora una serie di condizioni vengano realizzate (circa il 40%)". Il partito di Silvio Berlusconi, però, ha in seno il 42,6% di assolutamente contrari, contro il 38% nelle fila del Movimento 5 Stelle. Forse anche non aver sposato apertamente questa linea ha portato disaffezione verso Fi, con i voti traslati alla Lega. "All'estremo opposto figurano i simpatizzanti del Partito Democratico e di Scelta Europea che non considerano in alcun modo la possibilità di uscire dall'euro, anche se circa il 25% dei simpatizzanti accetterebbe la divisa comune con alcune condizioni", scrive ancora il Ceis. La fedeltà del Pd a Bruxelles ha premiato.

Una ulteriore sfumatura dell'atteggiamento verso l'euro si coglie se questo si mette in relazione alla preferenza politica degli intervistati. "Abbiamo notato che il partito fa una grossa differenza nel dichiarare se i cittadini sono o meno a favore dell'euro", spiega il direttore del Ceis, Vincenzo Atella, docente di economia politica presso l'Università di Tor Vergata. In effetti, prendendo ad esempio il 71% di assolutamente favorevoli all'euro all'interno del Pd, quel dato scende al 23% considerando gli elettori democratici "equilibrati", cioè che riconoscono sia vantaggi che svantaggi all'adozione dell'euro, e che vedono opportunità e non rischi nella prospettiva di uscita dalla moneta unica. Dove c'è una opinione personale più forte, dunque, il peso dell'indirizzo del partito scema.
Alla luce dei risultati delle urne, aggiunge Atella "il grande successo del Pd, che diventa il partito più importante nell'ambito della compagine europea tra i S&D, insieme al semestre di presidenza europea possono dare l'opportunità all'Italia di farsi mediatore tra le opposte visioni verso la moneta unica, con una forza propositiva unica in Europa".
Sono questi alcuni esiti del sondaggio realizzato dal Ceis dell'Università di Tor Vergata attraverso un'indagine proposta ai lettori di Repubblica.it (chiusa una settimana prima delle elezioni e che ha raccolto oltre 30mila contatti e quasi 11mila questionari completati), riletto alla luce dei risultati della consultazione elettorale. E' bene precisare fin da subito, come spiegano i ricercatori del Ceis nel rapporto stilato dopo aver acquisito i dati, che non si tratta di un campione rappresentativo della popolazione italiana, in quanto raccoglie le risposte dei lettori del nostro sito in maniera indistinta. Offre però una serie di conclusioni interessanti, ancorché valide solo per coloro che hanno partecipato al sondaggio.
L'analisi completa del Ceis
In generale, il panorama delle risposte alla madre di tutte le domande (l'Italia deve rimanere nell'euro?) è spaccato a metà tra chi ritiene si debba restare nel sistema comunitario in ogni caso (50%) e un'altra fazione che raggruppa chi ritiene si debba perseguire una adesione "condizionata" ad alcune riforme (37%) e chi vuole uscire in ogni caso (13%).
Le risposte fornite all'indagine di Repubblica.it spiegano per quale ragione - tutto sommato - in Italia l'ondata di avversione a Bruxelles si sia rivelata più tenue di quanto visto in altri Paesi, a cominciare dalla Francia che ha incoronato Marine Le Pen; tanto che ora il Belpaese è visto nelle cancellerie estere come un elemento di stabilità per il sistema Ue.
L'indagine permette infatti di delineare l'approccio che i lettori hanno nei confronti della moneta unica, sia guardandosi alle spalle, giudicando quindi i vantaggi e gli svantaggi ricevuti a partire dal 2002; sia in prospettiva, misurando i possibili rischi e le opportunità di una uscita dal sistema economico comunitario. E soprattutto nello sguardo verso il futuro si rintraccia il motivo percui il fronte no-euro non ha sfondato.
Ebbene, la storia dell'Italia nella moneta unica pare aver generato una divisione tra "tifosi", come li definiscono gli stessi ricercatori, ed "equilibrati". I primi sono una fetta consistente: sono il 42% degli intervistati e non hanno vie di mezzo, visto che "credono che l'euro abbia portato solo vantaggi (il 27%) o svantaggi (il 15%)". In particolare, i più soddisfatti della moneta unica le attribuiscono la riduzione dei tassi di mutui e prestiti, dell'inflazione, del costo degli interessi sul debito pubblico e di quelli legati al turismo e al commercio nell'Unione.
E' invece più contenuta (il 25%) la percentuale di rispondenti "che riconosce, come sembra ragionevole dal punto di vista economico, che l'euro abbia portato sia vantaggi che svantaggi". In base a queste evidenze, dal Ceis di Tor Vergata confermano che c'è una grande "polarizzazione" in Italia, con un nutrito gruppo di "rispondenti che tendono ad avere una visione molto schierata in una direzione o in un'altra. Sembra, invece, mancare una visione condivisa del problema".
Guardando al futuro, i "tifosi" si fanno più "prudenti". E così si spiega anche l'atteggiamento nelle urne di domenica, che ha premiato una linea di continuità - rappresentata dal Pd - verso l'adesione alla divisa unica. Da una parte, infatti, coloro che vedono solo vantaggi nell'euro ritengono in più dell'80% dei casi che alla moneta unica si debba dare una fiducia incondizionata. Sulla sponda opposta, anche riconoscendo solo svantaggi nella condivisione del conio, coloro che tifano contro l'euro si dichiarano "solo" nel 57% dei casi pronti a uscirvi in ogni caso. "Avere una opinione 'radicale' anti-euro (ovvero non si percepiscono i vantaggi e si sottolineano gi svantaggi ) appare una condizione quasi necessaria per scegliere una uscita dall'Euro senza se e senza ma. Ossia l'opzione dell'uscita presuppone una visione manichea: circa due terzi di chi vuole l'uscita è convinto che l'euro non abbia portato vantaggi, nemmeno quelli più oggettivi, come ad esempio la riduzione dei tassi sul debito pubblico", spiegano dal Ceis.
In questo senso si può poi considerare come viene giudicata l'opzione futura di una uscita, con il saldo tra rischi e opportunità percepiti in caso di uscita dall'euro. "A fronte di una forte polarizzazione dell'opinione di quali siano stati gli effetti dell'euro sul sistema economico italiano, sembra invece emergere una percezione più condivisa riaguardo alle potenziali conseguenze" della rottura dall'Eurozona.
Dalla figura si vede che l'80% dei rispondenti percepisce la presenza di rischi seri connessi a un'eventuale uscita dall'euro; tra di essi, il 15% vede anche qualche opportunità insieme ai problemi. Di contro, "poco meno del 20% dei rispondenti non percepisce la presenza dei rischi prospettati". Tra i "prudenti", cioè quelli che vedono rischi nell'uscita: vuole rompere con l'Eurozona solo l'1,2% di chi percepisce rischi e non riconosce le opportunità e il 9% di chi vede anche opportunità. Sul lato opposto, tra i "temerari" che vedono solo opportunità oltre il 65% ritiene preferibile un'uscita incondizionata dall'euro. "Essere 'temerari' appare quindi una condizione necessaria per scegliere di uscire: oltre l'84% di chi ritiene di uscire senza se e senza ma infatti asserisce di non percepire come plausibile nessuno dei rischi prospettati nel questionario", commentano i ricercatori. "Una percezione 'bilanciata' di rischi e opportunità favorisce invece l'affermarsi dell'orientamento che presuppone l'esigenza di riforma della moneta unica (60%)".In questo contesto è possibile verificare anche la corrispondenza tra dichiarazioni di voto e posizione verso la moneta unica. Scrivono i ricercatori del Ceis che "i più anti-Euro sono i simpatizzanti della Lega Nord, per i quali la posizione 'no-euro' è netta (84%). Seguono Fratelli d'Italia e Forza Italia, che pur avendo un'ampia fascia di sostenitori 'no-euro' si mostrano possibilisti sul rimanere nella moneta unica qualora una serie di condizioni vengano realizzate (circa il 40%)". Il partito di Silvio Berlusconi, però, ha in seno il 42,6% di assolutamente contrari, contro il 38% nelle fila del Movimento 5 Stelle. Forse anche non aver sposato apertamente questa linea ha portato disaffezione verso Fi, con i voti traslati alla Lega. "All'estremo opposto figurano i simpatizzanti del Partito Democratico e di Scelta Europea che non considerano in alcun modo la possibilità di uscire dall'euro, anche se circa il 25% dei simpatizzanti accetterebbe la divisa comune con alcune condizioni", scrive ancora il Ceis. La fedeltà del Pd a Bruxelles ha premiato.

Una ulteriore sfumatura dell'atteggiamento verso l'euro si coglie se questo si mette in relazione alla preferenza politica degli intervistati. "Abbiamo notato che il partito fa una grossa differenza nel dichiarare se i cittadini sono o meno a favore dell'euro", spiega il direttore del Ceis, Vincenzo Atella, docente di economia politica presso l'Università di Tor Vergata. In effetti, prendendo ad esempio il 71% di assolutamente favorevoli all'euro all'interno del Pd, quel dato scende al 23% considerando gli elettori democratici "equilibrati", cioè che riconoscono sia vantaggi che svantaggi all'adozione dell'euro, e che vedono opportunità e non rischi nella prospettiva di uscita dalla moneta unica. Dove c'è una opinione personale più forte, dunque, il peso dell'indirizzo del partito scema.
Alla luce dei risultati delle urne, aggiunge Atella "il grande successo del Pd, che diventa il partito più importante nell'ambito della compagine europea tra i S&D, insieme al semestre di presidenza europea possono dare l'opportunità all'Italia di farsi mediatore tra le opposte visioni verso la moneta unica, con una forza propositiva unica in Europa".