BERLINO - Visto da Berlino, l'inizio del semestre di presidenza di turno italiana dell'Unione europeo inizia in un momento particolare: proprio nello stesso giorno della seduta inaugurale del nuovo Parlamento europeo, uscito dalle elezioni del 25 maggio scorso. L'Europa continua intanto ad affrontare la sinergia maligna di grandi sfide: dalla crisi dei bilanci sovrani di molti membri dell'Eurozona, alla ripresa economica troppo debole o assente in moltissimi paesi (esclusi Germania, Polonia, Austria, pochissimi altri). Come non bastasse, l'ultima tornata di elezioni comunitarie ha mostrato l'avanzata minacciosa del populismo di destra, divenuto prima forza politica in Francia, Regno Unito e altrove al pericolo oggettivo. A ciò si aggiunge ancora la pressione, alle frontiere orientali dell'Unione, del nuovo espansionismo imperialista russo di un Putin deciso a cancellare l'89, l'anno delle rivoluzioni democratiche in paesi come la Polonia, oggi membri-chiave di Ue e Nato.
Sfide enormi, fanno paura a molti. Ma Matteo Renzi le affronta con capacità politiche riconosciutegli, dalla leadership tedesca e non solo, con toni cui, per giudizi stranieri su leader italiani, non eravamo più abituati. E con una buona dose di fortuna, se è vero che la fortuna aiuta gli audaci. Primo, il nuovo presidente della Commissione europea, Jean-Claude Juncker, è sì un popolare (non un socialista come il presidente del Consiglio), ma è in parziale sintonia con lui su molti punti decisivi. Dall'esigenza di riforme che puntino al rilancio economico all'emergenza assoluta della disoccupazione giovanile, fino al no assoluto alle neodestre e a obiezioni calme ma decise al peso (spesso apparentemente eccessivo) della Germania, o in passato del tandem francotedesco, nelle grandi scelte dell'Unione intera.
Per Angela Merkel, battezzata "zarina d'Europa" da un recente, efficace e lucido saggio politico uscito in Polonia, l'Italia di Renzi non è un partner facile con le sue richieste di flessibilità. Però, finché la maggioranza resta solida, è un partner attendibile, e che si mostra capace di creatività politica e iniziative. E anche un partner i cui leader si mostrano nei fatti decisi a riforme di fondo. Insomma, in un certo modo l'Italia di Renzi - pur non essendo né potenza vincitrice e occupante del passato né potenza atomica del presente - comincia ad assumere in piccolo e a modo suo i connotati e il ruolo che la Francia oggi in pauroso declino economico, industriale, sociale ed esposta alla sfida del volo di un partito che Wolfgang Schaeuble, ministro delle Finanze, chiama apertamente e giustamente "fascista", aveva fino a ieri.
Diciamolo in chiaro: l'Italia di Renzi assume la presidenza semestrale di turno Ue nel momento in cui l'Unione di fatto celebra in silenzio la fine del matrimonio francotedesco. Della Quinta repubblica, i tedeschi d'ogni partito (democristiani di Merkel e Spd, alleati nella grosse Koalition, ma anche gli altri) non si fidano più. A differenza che in Renzi, in Hollande e nel suo governo non vedono alcuna volontà di riforma e modernizzazione, nessuna apertura a idee di adattarsi creativamente al mondo globale. La Francia dall'export in crisi - si è arricchita per decenni armando dittatori come Pinochet, i generali argentini, Saddam Hussein, ora non vende più armi nemmeno pagando tangenti - vuole surgelare se stessa nel sogno impossibile che tutto resti com'era.
Ma la douce France non è più dolce: il caso Alstom, con la scelta dell'intervento pubblico (in barba a un debito sovrano in crescita spaventosa) e della porta aperta a General Electric preferita all'ipotesi d'un matrimonio con Siemens, si è mostrata egoista e antieuropea nelle strategie. "Lo Stato francese si è liberato dai complessi e agisce così difendendo gli interessi patriottici": queste parole nel vocabolario di Marine Le Pen, pronunciate dal ministro dell'Economia Arnaud Montebourg annunciando il no a Siemens, qui hanno provocato reazioni tra repulsione e pelle d'oca. Pensando anche allo sfondo politico e sociale, appunto: col FN che (come ha scritto il vicecancelliere e leader Spd, Sigmar Gabriel, su Repubblica lunedì) diventa primo partito, vola tra operai e ceti medi, potrebbe espugnare il Centro e vincere le prossime presidenziali. In altre parole: una donna erede di fatto di Vichy con in mano la valigetta nera dei codici di lancio delle pur obsolete testate atomiche francesi. E la prospettiva che nelle prossime elezioni europee gli europeisti (democristiani, socialisti, liberali, verdi, quant'altro) non siano più maggioranza. Su questo sfondo, i tedeschi non si fidano più di Parigi nemmeno sul piano della cooperazione militare.
L'emergenza è tale da non consentire troppi margini di scelta ad Angela Merkel. "Abbiamo poco tempo", incalza Gabriel. Nel cui gruppo politico europeo, i socialisti appunto, il Pd di Renzi ha all'Europarlamento la pattuglia più numerosa. Carisma, appeal, immagine di riformatore duro e deciso, da un lato. Popolarità negli abissi, e talento creativo solo nelle scappatelle amorose in Vespa, dall'altro. Suonerà cinico, ma l'Italia può approfittare delle pericolose debolezze francesi per rafforzarsi in Europa. Senza infierire sulla Francia nuovo "Grande malato" della Ue, anzi tentando di aiutarla a guarire. Ma anche senza dimenticare decenni di arroganza anche verso l'Italia, da parte di uno Stato francese che con buona pace di monsieur Montebourg non è mai apparso vittima di complessi d'inferiorità. Semmai del suo opposto.
Sfide enormi, fanno paura a molti. Ma Matteo Renzi le affronta con capacità politiche riconosciutegli, dalla leadership tedesca e non solo, con toni cui, per giudizi stranieri su leader italiani, non eravamo più abituati. E con una buona dose di fortuna, se è vero che la fortuna aiuta gli audaci. Primo, il nuovo presidente della Commissione europea, Jean-Claude Juncker, è sì un popolare (non un socialista come il presidente del Consiglio), ma è in parziale sintonia con lui su molti punti decisivi. Dall'esigenza di riforme che puntino al rilancio economico all'emergenza assoluta della disoccupazione giovanile, fino al no assoluto alle neodestre e a obiezioni calme ma decise al peso (spesso apparentemente eccessivo) della Germania, o in passato del tandem francotedesco, nelle grandi scelte dell'Unione intera.
Per Angela Merkel, battezzata "zarina d'Europa" da un recente, efficace e lucido saggio politico uscito in Polonia, l'Italia di Renzi non è un partner facile con le sue richieste di flessibilità. Però, finché la maggioranza resta solida, è un partner attendibile, e che si mostra capace di creatività politica e iniziative. E anche un partner i cui leader si mostrano nei fatti decisi a riforme di fondo. Insomma, in un certo modo l'Italia di Renzi - pur non essendo né potenza vincitrice e occupante del passato né potenza atomica del presente - comincia ad assumere in piccolo e a modo suo i connotati e il ruolo che la Francia oggi in pauroso declino economico, industriale, sociale ed esposta alla sfida del volo di un partito che Wolfgang Schaeuble, ministro delle Finanze, chiama apertamente e giustamente "fascista", aveva fino a ieri.
Diciamolo in chiaro: l'Italia di Renzi assume la presidenza semestrale di turno Ue nel momento in cui l'Unione di fatto celebra in silenzio la fine del matrimonio francotedesco. Della Quinta repubblica, i tedeschi d'ogni partito (democristiani di Merkel e Spd, alleati nella grosse Koalition, ma anche gli altri) non si fidano più. A differenza che in Renzi, in Hollande e nel suo governo non vedono alcuna volontà di riforma e modernizzazione, nessuna apertura a idee di adattarsi creativamente al mondo globale. La Francia dall'export in crisi - si è arricchita per decenni armando dittatori come Pinochet, i generali argentini, Saddam Hussein, ora non vende più armi nemmeno pagando tangenti - vuole surgelare se stessa nel sogno impossibile che tutto resti com'era.
Ma la douce France non è più dolce: il caso Alstom, con la scelta dell'intervento pubblico (in barba a un debito sovrano in crescita spaventosa) e della porta aperta a General Electric preferita all'ipotesi d'un matrimonio con Siemens, si è mostrata egoista e antieuropea nelle strategie. "Lo Stato francese si è liberato dai complessi e agisce così difendendo gli interessi patriottici": queste parole nel vocabolario di Marine Le Pen, pronunciate dal ministro dell'Economia Arnaud Montebourg annunciando il no a Siemens, qui hanno provocato reazioni tra repulsione e pelle d'oca. Pensando anche allo sfondo politico e sociale, appunto: col FN che (come ha scritto il vicecancelliere e leader Spd, Sigmar Gabriel, su Repubblica lunedì) diventa primo partito, vola tra operai e ceti medi, potrebbe espugnare il Centro e vincere le prossime presidenziali. In altre parole: una donna erede di fatto di Vichy con in mano la valigetta nera dei codici di lancio delle pur obsolete testate atomiche francesi. E la prospettiva che nelle prossime elezioni europee gli europeisti (democristiani, socialisti, liberali, verdi, quant'altro) non siano più maggioranza. Su questo sfondo, i tedeschi non si fidano più di Parigi nemmeno sul piano della cooperazione militare.
L'emergenza è tale da non consentire troppi margini di scelta ad Angela Merkel. "Abbiamo poco tempo", incalza Gabriel. Nel cui gruppo politico europeo, i socialisti appunto, il Pd di Renzi ha all'Europarlamento la pattuglia più numerosa. Carisma, appeal, immagine di riformatore duro e deciso, da un lato. Popolarità negli abissi, e talento creativo solo nelle scappatelle amorose in Vespa, dall'altro. Suonerà cinico, ma l'Italia può approfittare delle pericolose debolezze francesi per rafforzarsi in Europa. Senza infierire sulla Francia nuovo "Grande malato" della Ue, anzi tentando di aiutarla a guarire. Ma anche senza dimenticare decenni di arroganza anche verso l'Italia, da parte di uno Stato francese che con buona pace di monsieur Montebourg non è mai apparso vittima di complessi d'inferiorità. Semmai del suo opposto.