ROMA - La ripresa non è solo necessaria. E' urgente. Nel dibattito europeo sulla "flessibilità del rigore" e il riavvio della crescita, il volume sonoro del confronto - grazie, in particolare, al governo italiano - si è alzato. Ma non si sente, in primo piano, il ticchettio del timer che, pure, scorre: più il tempo passa, più le economie che usciranno dalla crisi saranno deboli e lo saranno più a lungo. La Grande Recessione - come nei paesi anglosassoni chiamano la crisi scoppiata nel 2008 - non si limita a lasciare profonde cicatrici. Compromette la salute futura, svuota le energie, corrode le giunture, azzoppa il passo, come avviene con le malattie lunghe e penose.
Detto in termini economici, non si limita a ridurre il prodotto nazionale (appunto la recessione), ma comprime anche il prodotto potenziale, cioè quello che si avrebbe se la recessione non ci fosse. L'economia che uscirà dalla crisi sarà la copia scadente dell'economia che ci è entrata.
Per l'Italia è uno scenario da incubo. Dal 2008, la produzione industriale si è ridotta di un quarto. A fine 2013, i consumi erano scesi dell'8 per cento e gli investimenti del 26 per cento. Abbiamo perso un milione di posti di lavoro e il tasso di disoccupazione è raddoppiato. Tutto questo non si limita a pesare adesso. Arrugginisce e inceppa anche i meccanismi della ripresa. Crisi significa che si accumula meno capitale e che più lavoratori vengono estromessi dal mercato del lavoro.
Quando l'economia riparte, la produttività è inferiore. Il processo non riguarda solo noi: in generale, i paesi più colpiti dalla crisi saranno quelli in grado di correre di meno anche in futuro. Un economista americano, Laurence Ball, ha fatto i conti. In media, il prodotto potenziale (quello cioè che si realizzerebbe se non ci fosse la recessione) si è ridotto, nei paesi industrializzati, di oltre l'8 per cento. Non è poco: è come se, dall'Occidente, fosse scomparsa la Germania.
La media nasconde realtà molto diverse. Anche la Germania, ad esempio, ha visto ridursi il proprio potenziale, sia pure in misura limitata: meno del 3 per cento. Francia, Olanda e Belgio hanno visto contrarsi le loro prospettive del 7-7,5 per cento, ma, per paesi che fanno parte del Nord forte, come la Finlandia, si arriva oltre il 15 per cento. Questa, tuttavia, è ancora la situazione al 2013. Più il tempo passa, più la situazione si aggrava. Tenendo conto delle previsioni, nel 2015 le potenzialità dell'economia francese si saranno ridotte di un altro punto, quelle tedesche di un ulteriore mezzo punto. E l'Italia? La situazione era peggiore e lo slittamento sarà più marcato. La perdita di prodotto potenziale era stata del 9,88 per cento al 2013, ma salirà oltre il 12 per cento nel 2015.
Non è questo, però, il dato più preoccupante. I conti di Ball certificano, infatti, che l'economia italiana è asfittica comunque, anche a prescindere dalla crisi. La recessione è un po' come sottrarre ossigeno ad un asmatico. Fra il 2001 e il 2009, non solo la crescita effettiva italiana è stata un record mondiale al ribasso, ma anche quella potenziale (cioè quella che si sarebbe potuto raggiungere con un uso ottimale dei fattori) era la più bassa in assoluto fra i paesi industrializzati raccolti nell'Ocse. Solo l'1,34 per cento l'anno. Sempre, tuttavia, da leccarsi i baffi, rispetto a quanto, secondo Ball, avverrà nel prossimo biennio. Fra il 2014 e il 2015, la crescita potenziale (ovvero quella massima teoricamente possibile) sarà dello 0,11 per cento. Di fatto, non solo l'economia italiana è destinata effettivamente a ristagnare, ma anche le sue prospettive rimarranno ferme.
E, come avviene quando uno si infortuna, l'immobilità non è senza conseguenze. Un tasso di sviluppo potenziale così basso significa che la distanza con il (già non esaltante) tasso di sviluppo pre-crisi è destinata ad allargarsi, anno dopo anno. Le sciagure, peraltro, non si fermano qui. Poiché il calcolo del prodotto potenziale è un elemento essenziale nel calcolare il disavanzo strutturale (ovvero al netto del ciclo) della finanza pubblica, più il prodotto potenziale è basso, quasi uguale a quello reale, più il ciclo incide poco e più si restringono, quindi, i margini di flessibilità che l'Europa sarà disposta a concedere per gli interventi di politica economica.
Detto in termini economici, non si limita a ridurre il prodotto nazionale (appunto la recessione), ma comprime anche il prodotto potenziale, cioè quello che si avrebbe se la recessione non ci fosse. L'economia che uscirà dalla crisi sarà la copia scadente dell'economia che ci è entrata.
Per l'Italia è uno scenario da incubo. Dal 2008, la produzione industriale si è ridotta di un quarto. A fine 2013, i consumi erano scesi dell'8 per cento e gli investimenti del 26 per cento. Abbiamo perso un milione di posti di lavoro e il tasso di disoccupazione è raddoppiato. Tutto questo non si limita a pesare adesso. Arrugginisce e inceppa anche i meccanismi della ripresa. Crisi significa che si accumula meno capitale e che più lavoratori vengono estromessi dal mercato del lavoro.
Quando l'economia riparte, la produttività è inferiore. Il processo non riguarda solo noi: in generale, i paesi più colpiti dalla crisi saranno quelli in grado di correre di meno anche in futuro. Un economista americano, Laurence Ball, ha fatto i conti. In media, il prodotto potenziale (quello cioè che si realizzerebbe se non ci fosse la recessione) si è ridotto, nei paesi industrializzati, di oltre l'8 per cento. Non è poco: è come se, dall'Occidente, fosse scomparsa la Germania.
La media nasconde realtà molto diverse. Anche la Germania, ad esempio, ha visto ridursi il proprio potenziale, sia pure in misura limitata: meno del 3 per cento. Francia, Olanda e Belgio hanno visto contrarsi le loro prospettive del 7-7,5 per cento, ma, per paesi che fanno parte del Nord forte, come la Finlandia, si arriva oltre il 15 per cento. Questa, tuttavia, è ancora la situazione al 2013. Più il tempo passa, più la situazione si aggrava. Tenendo conto delle previsioni, nel 2015 le potenzialità dell'economia francese si saranno ridotte di un altro punto, quelle tedesche di un ulteriore mezzo punto. E l'Italia? La situazione era peggiore e lo slittamento sarà più marcato. La perdita di prodotto potenziale era stata del 9,88 per cento al 2013, ma salirà oltre il 12 per cento nel 2015.
Non è questo, però, il dato più preoccupante. I conti di Ball certificano, infatti, che l'economia italiana è asfittica comunque, anche a prescindere dalla crisi. La recessione è un po' come sottrarre ossigeno ad un asmatico. Fra il 2001 e il 2009, non solo la crescita effettiva italiana è stata un record mondiale al ribasso, ma anche quella potenziale (cioè quella che si sarebbe potuto raggiungere con un uso ottimale dei fattori) era la più bassa in assoluto fra i paesi industrializzati raccolti nell'Ocse. Solo l'1,34 per cento l'anno. Sempre, tuttavia, da leccarsi i baffi, rispetto a quanto, secondo Ball, avverrà nel prossimo biennio. Fra il 2014 e il 2015, la crescita potenziale (ovvero quella massima teoricamente possibile) sarà dello 0,11 per cento. Di fatto, non solo l'economia italiana è destinata effettivamente a ristagnare, ma anche le sue prospettive rimarranno ferme.
E, come avviene quando uno si infortuna, l'immobilità non è senza conseguenze. Un tasso di sviluppo potenziale così basso significa che la distanza con il (già non esaltante) tasso di sviluppo pre-crisi è destinata ad allargarsi, anno dopo anno. Le sciagure, peraltro, non si fermano qui. Poiché il calcolo del prodotto potenziale è un elemento essenziale nel calcolare il disavanzo strutturale (ovvero al netto del ciclo) della finanza pubblica, più il prodotto potenziale è basso, quasi uguale a quello reale, più il ciclo incide poco e più si restringono, quindi, i margini di flessibilità che l'Europa sarà disposta a concedere per gli interventi di politica economica.