MILANO - Sono i giovani gli agnelli sacrificali dell'evoluzione del mercato del lavoro durante la crisi: solo il 26% di loro (nel 2008 erano il doppio) riesce a transitare in un anno dai banchi di scuola a una professione. Per di più, quando ciò accade, il carattere di precariato è sempre più stringente e il salto ulteriore verso la stabilità diventa merce rara.
Il dualismo del mercato del lavoro italiano, cioè il differente trattamento per chi ha accesso a contratti a tempo indeterminato e chi resta nel precariato, è una delle zavorre che secondo alcuni economisti caratterizza il panorama del Belpaese. Gli studi di accademici come Tito Boeri e Pietro Garibaldi vanno proprio in questa direzione, anche se non mancano opinioni contrarie. Lo stesso Jobs Act del governo Renzi ha la manifesta volontà di porre un rimedio semplificando le forme di contratto.
A fotografare l'evoluzione e il deterioramento del quadro occupazionale italiano ci ha pensato l'Isfol, che ha spiegato cosa sia successo durante il periodo della lunga recessione. In un corposo rapporto sul "mercato del lavoro italiano durante la crisi", l'Ente di ricerca analizza un indicatore che fa da cartina di tornasole del funzionamento duale del mercato del lavoro, che penalizza soprattutto i giovani. Si tratta di vedere come si sono modificati i tassi di transizione per tipologia contrattuale negli anni tra il 2007 e il 2013, ovvero come si passa da una situazione occupazionale a un'altra: da disoccupato a lavoratore o da tempo determinato a indeterminato.
L'Isfol nota che "la percentuale di under30 occupata con un contratto a termine o di collaborazione era pari al 35%, quasi tre volte tanto" rispetto al dato medio nazionale dell'11,6%. Le ultime indicazioni fornite dal Ministero del Lavoro (dati sulle comunicazioni obbligatorie) lasciano intravvedere qualche segnale di miglioramento, tuttavia dal rapporto si vede che nel 2013 "ogni dieci under 30 occupati nell’anno, poco meno di sette avevano un lavoro temporaneo, con una crescita di oltre 19 punti percentuali rispetto al 2004, e di quasi 13 rispetto al 2007".
A questo aumento dei temporary worker ha fatto da corollario un significativo 'inceppamento' del passaggio verso le situazioni di lavoro più stabili. "Su cento occupati temporanei, nel 2007 poco più di un quarto transitava verso un'occupazione a tempo determinato nei dodici mesi successivi.
Nel 2013 la quota di occupazione stabilizzata era scesa di 4 punti percentuali e mezzo, con solo 18,5 occupati a termine su cento che transitavano verso un'occupazione a tempo indeterminato. Al contempo, è aumenta la quota di coloro che permangono all’interno dell'occupazione con forme contrattuali precarie, così come è andata crescendo la quota di occupati a termine in uscita dall'occupazione, transizione che nel 2013 ha interessato poco meno di quarto degli occupati temporanei".
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Si può allora confrontare questo 'tasso di transizione' con quello relativo ai lavoratori a tempo indeterminato: "E' evidente come gran parte della contrazione occupazionale abbia interessato gli occupati temporanei. La probabilità di uscire dall'occupazione per un lavoratore temporaneo è cresciuta, dal 2007 al 2013, di circa 4 punti percentuale e mezzo, mentre per un lavoratore a tempo determinato la variazione è stata solo di 1,3 punti percentuali". Numeri che permettono ai ricercatori di ritenere che "il mercato del lavoro italiano funzioni in maniera duale: gli interventi di riforma che si sono susseguiti negli anni in Italia, infatti, hanno agito in maniera asimmetrica sul regime protezionistico dell'impiego, agendo formalmente al margine per i nuovi assunti".
Il grafico mostra come si sia ampliata la forbice tra coloro che riescono a trovare occupazione dopo gli studi (sempre meno) e chi entra nella schiera dei senza lavoro (sempre meno) a un anno dal termine del ciclo di apprendimento.
[[ge:rep-locali:repubblica:103127772]]
Con la crisi, si assiste anche ad un processo di ricollocazione della forza lavoro verso profili professionali più bassi, "con conseguente aumento della quota di occupati che svolgono lavori per i quali, generalmente, è richiesto un titolo di studio inferiore. Nel 2012 la percentuale di 'overeducated' tra i laureati e i diplomati sfiorava il 20%, mentre solo 6 anni prima superava di poco il 14%".
Il dualismo del mercato del lavoro italiano, cioè il differente trattamento per chi ha accesso a contratti a tempo indeterminato e chi resta nel precariato, è una delle zavorre che secondo alcuni economisti caratterizza il panorama del Belpaese. Gli studi di accademici come Tito Boeri e Pietro Garibaldi vanno proprio in questa direzione, anche se non mancano opinioni contrarie. Lo stesso Jobs Act del governo Renzi ha la manifesta volontà di porre un rimedio semplificando le forme di contratto.
A fotografare l'evoluzione e il deterioramento del quadro occupazionale italiano ci ha pensato l'Isfol, che ha spiegato cosa sia successo durante il periodo della lunga recessione. In un corposo rapporto sul "mercato del lavoro italiano durante la crisi", l'Ente di ricerca analizza un indicatore che fa da cartina di tornasole del funzionamento duale del mercato del lavoro, che penalizza soprattutto i giovani. Si tratta di vedere come si sono modificati i tassi di transizione per tipologia contrattuale negli anni tra il 2007 e il 2013, ovvero come si passa da una situazione occupazionale a un'altra: da disoccupato a lavoratore o da tempo determinato a indeterminato.
L'Isfol nota che "la percentuale di under30 occupata con un contratto a termine o di collaborazione era pari al 35%, quasi tre volte tanto" rispetto al dato medio nazionale dell'11,6%. Le ultime indicazioni fornite dal Ministero del Lavoro (dati sulle comunicazioni obbligatorie) lasciano intravvedere qualche segnale di miglioramento, tuttavia dal rapporto si vede che nel 2013 "ogni dieci under 30 occupati nell’anno, poco meno di sette avevano un lavoro temporaneo, con una crescita di oltre 19 punti percentuali rispetto al 2004, e di quasi 13 rispetto al 2007".
A questo aumento dei temporary worker ha fatto da corollario un significativo 'inceppamento' del passaggio verso le situazioni di lavoro più stabili. "Su cento occupati temporanei, nel 2007 poco più di un quarto transitava verso un'occupazione a tempo determinato nei dodici mesi successivi.
Nel 2013 la quota di occupazione stabilizzata era scesa di 4 punti percentuali e mezzo, con solo 18,5 occupati a termine su cento che transitavano verso un'occupazione a tempo indeterminato. Al contempo, è aumenta la quota di coloro che permangono all’interno dell'occupazione con forme contrattuali precarie, così come è andata crescendo la quota di occupati a termine in uscita dall'occupazione, transizione che nel 2013 ha interessato poco meno di quarto degli occupati temporanei".
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Si può allora confrontare questo 'tasso di transizione' con quello relativo ai lavoratori a tempo indeterminato: "E' evidente come gran parte della contrazione occupazionale abbia interessato gli occupati temporanei. La probabilità di uscire dall'occupazione per un lavoratore temporaneo è cresciuta, dal 2007 al 2013, di circa 4 punti percentuale e mezzo, mentre per un lavoratore a tempo determinato la variazione è stata solo di 1,3 punti percentuali". Numeri che permettono ai ricercatori di ritenere che "il mercato del lavoro italiano funzioni in maniera duale: gli interventi di riforma che si sono susseguiti negli anni in Italia, infatti, hanno agito in maniera asimmetrica sul regime protezionistico dell'impiego, agendo formalmente al margine per i nuovi assunti".
Il grafico mostra come si sia ampliata la forbice tra coloro che riescono a trovare occupazione dopo gli studi (sempre meno) e chi entra nella schiera dei senza lavoro (sempre meno) a un anno dal termine del ciclo di apprendimento.
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Con la crisi, si assiste anche ad un processo di ricollocazione della forza lavoro verso profili professionali più bassi, "con conseguente aumento della quota di occupati che svolgono lavori per i quali, generalmente, è richiesto un titolo di studio inferiore. Nel 2012 la percentuale di 'overeducated' tra i laureati e i diplomati sfiorava il 20%, mentre solo 6 anni prima superava di poco il 14%".