MILANO - Il mercato del lavoro sta mostrando segnali di risveglio, ma l'eredità della crisi è troppo pesante per riassorbirsi nel giro di breve tempo, soprattutto per le fasce più deboli della popolazione che sono rappresentate soprattutto da giovani e donne. Sono alcuni dei temi emersi in occasione del convegno Isfol su "Lavoro e crisi economica", con la partecipazione di Teresa Bellanova, sottosegretaria di Stato al Lavoro e alle Politiche Sociali.
L'Isfol annota che dal primo trimestre di quest'anno il Pil ha fatto registrare la prima variazione positiva da oltre tre anni e nel corso del 2015 si è poi confermata la seppur debole uscita dalla recessione. "Contemporaneamente l'aumento degli occupati, avviato già dall'inizio dell'anno precedente, ha avuto una decisa accelerazione: i nuovi contratti a tempo indeterminato hanno fatto registrare nella prima metà del 2015 un aumento di 250 mila unità (+29%) rispetto allo stesso periodo dell'anno precedente, a fronte di una flessione del lavoro parasubordinato (?19%) e di una sostanziale stabilità del lavoro a termine. La ripresa della domanda, degli investimenti e delle esportazioni, in aggiunta a una maggiore fiducia delle imprese concorrono nel delineare uno scenario favorevole per il 2016".
Restano alcuni caveat: "Vi è tuttavia una pesante eredità del passato a causa della crisi, che ha pesato soprattutto sui più giovani e sulle donne". Bisogna poi verificare se 2gli incrementi in termini occupazionali confermeranno un carattere strutturale o se vadano letti come un effetto del combinato disposto di un incentivo di tipo economico (tramite lo sgravio triennale disposto dalla legge di stabilità 2015) e di uno di tipo normativo (il contratto a tutele crescenti introdotto dal Jobs Act)". In questo contesto, due categorie vivono un momento particolare. Così le descrive l'Istituto per lo sviluppo della formazione professionale dei lavoratori.
Giovani. Tutt' altro che choosy. Dall'indagine Isfol sulle transizioni dalla formazione al lavoro, che ha coinvolto 45 mila 20-34enni, è emerso che per i giovani il lavoro ha innanzitutto una funzione strumentale, cioè finalizzata al sostentamento economico. Solo in secondo luogo il lavoro è legato al perseguimento dei propri interessi. La coerenza tra il percorso di studi e le attività professionali assume sempre meno peso nella scelta della propria occupazione (62,8% degli intervistati), a favore di un contesto lavorativo che garantisca buone relazioni tra pari (89,8%), una retribuzione adeguata (per il 92,5%) e un livello elevato di salute e sicurezza sul luogo di lavoro (93,7%).
INFOGRAFICA: il lavoro visto dai giovani
Donne. Figli: vorrei ma non posso. L'ultima indagine campionaria sulle nascite condotta dall'Istat in collaborazione con l'Isfol ha evidenziato come la contrazione del comportamento riproduttivo abbia avuto solo parzialmente carattere volontario. Infatti, a fronte di 1,37 figli per donna nel 2014, la numerosità familiare "attesa", ovvero il numero medio di figli che le donne vorrebbero avere nella loro vita, risulta superiore a 2 figli per donna. La crisi ha impattato in particolare sulla vita professionale delle neo-madri. Il 22,3% delle donne che erano occupate durante la gravidanza non lo sono più dopo la nascita del figlio. E il dato è in aumento rispetto al 2005 (quando si attestava sul 18,4%). Più della metà (52,5%) delle madri che hanno smesso di lavorare ha dichiarato di essersi licenziata o di avere interrotto l'attività che svolgeva come autonoma. Una madre su quattro ha invece subito un licenziamento. Per una su cinque si è concluso il contratto di lavoro o la consulenza. Tra i motivi che hanno spinto le madri a lasciare il lavoro si osserva che rispetto al 2005 diminuiscono - pur restando decisamente prevalenti - le motivazioni riconducibili a difficoltà di conciliazione dei ruoli (dal 78,4% al 67,1%), mentre aumentano quelli legati all'insoddisfazione per il tipo di lavoro svolto sia in termini di mansioni che di retribuzione (dal 6,9 % al 13,5 %). Tra le occupate si registra invece un aumento delle difficoltà di conciliazione: dal 38,6% nel 2005 al 42,7% nel 2012.
L'Isfol annota che dal primo trimestre di quest'anno il Pil ha fatto registrare la prima variazione positiva da oltre tre anni e nel corso del 2015 si è poi confermata la seppur debole uscita dalla recessione. "Contemporaneamente l'aumento degli occupati, avviato già dall'inizio dell'anno precedente, ha avuto una decisa accelerazione: i nuovi contratti a tempo indeterminato hanno fatto registrare nella prima metà del 2015 un aumento di 250 mila unità (+29%) rispetto allo stesso periodo dell'anno precedente, a fronte di una flessione del lavoro parasubordinato (?19%) e di una sostanziale stabilità del lavoro a termine. La ripresa della domanda, degli investimenti e delle esportazioni, in aggiunta a una maggiore fiducia delle imprese concorrono nel delineare uno scenario favorevole per il 2016".
Restano alcuni caveat: "Vi è tuttavia una pesante eredità del passato a causa della crisi, che ha pesato soprattutto sui più giovani e sulle donne". Bisogna poi verificare se 2gli incrementi in termini occupazionali confermeranno un carattere strutturale o se vadano letti come un effetto del combinato disposto di un incentivo di tipo economico (tramite lo sgravio triennale disposto dalla legge di stabilità 2015) e di uno di tipo normativo (il contratto a tutele crescenti introdotto dal Jobs Act)". In questo contesto, due categorie vivono un momento particolare. Così le descrive l'Istituto per lo sviluppo della formazione professionale dei lavoratori.
Giovani. Tutt' altro che choosy. Dall'indagine Isfol sulle transizioni dalla formazione al lavoro, che ha coinvolto 45 mila 20-34enni, è emerso che per i giovani il lavoro ha innanzitutto una funzione strumentale, cioè finalizzata al sostentamento economico. Solo in secondo luogo il lavoro è legato al perseguimento dei propri interessi. La coerenza tra il percorso di studi e le attività professionali assume sempre meno peso nella scelta della propria occupazione (62,8% degli intervistati), a favore di un contesto lavorativo che garantisca buone relazioni tra pari (89,8%), una retribuzione adeguata (per il 92,5%) e un livello elevato di salute e sicurezza sul luogo di lavoro (93,7%).
INFOGRAFICA: il lavoro visto dai giovani
Donne. Figli: vorrei ma non posso. L'ultima indagine campionaria sulle nascite condotta dall'Istat in collaborazione con l'Isfol ha evidenziato come la contrazione del comportamento riproduttivo abbia avuto solo parzialmente carattere volontario. Infatti, a fronte di 1,37 figli per donna nel 2014, la numerosità familiare "attesa", ovvero il numero medio di figli che le donne vorrebbero avere nella loro vita, risulta superiore a 2 figli per donna. La crisi ha impattato in particolare sulla vita professionale delle neo-madri. Il 22,3% delle donne che erano occupate durante la gravidanza non lo sono più dopo la nascita del figlio. E il dato è in aumento rispetto al 2005 (quando si attestava sul 18,4%). Più della metà (52,5%) delle madri che hanno smesso di lavorare ha dichiarato di essersi licenziata o di avere interrotto l'attività che svolgeva come autonoma. Una madre su quattro ha invece subito un licenziamento. Per una su cinque si è concluso il contratto di lavoro o la consulenza. Tra i motivi che hanno spinto le madri a lasciare il lavoro si osserva che rispetto al 2005 diminuiscono - pur restando decisamente prevalenti - le motivazioni riconducibili a difficoltà di conciliazione dei ruoli (dal 78,4% al 67,1%), mentre aumentano quelli legati all'insoddisfazione per il tipo di lavoro svolto sia in termini di mansioni che di retribuzione (dal 6,9 % al 13,5 %). Tra le occupate si registra invece un aumento delle difficoltà di conciliazione: dal 38,6% nel 2005 al 42,7% nel 2012.