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Jobs Act: nuovi contratti in vigore a febbraio, poi via alla fase due

I primi decreti attuativi con il contratto a tutele crescenti e i nuovi sussidi alla disoccupazione diventeranno legge entro 30 giorni, poi si passerà alla riforma della Cassa integrazione: pagherà di più chi la utilizza, così che i più virtuosi possano tagliare il costo del lavoro
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MILANO - Parte la riforma del lavoro. Entro metà febbraio - al più tardi - i primi decreti attuativi del Jobs Act, quello sul contratto a tutele crescenti e quello che riforma i sussidi per la disoccupazione,  saranno pubblicati in Gazzetta Ufficiale diventando legge dal giorno successivo: le commissioni parlamentari hanno 30 giorni di tempo prima di allora per esprimere un parere non vincolante, ma a meno di modifiche ritenute migliorative il governo ha intenzione di tirare dritto per la sua strada. Anche perché poi inizierà la fase due: la riforma integrale della Cassa integrazione con l'obiettivo di tagliare in maniera sensibile il costo del lavoro pur mantendo inaltererati i sussidi a disposizione dei lavoratori.

La Regioneria di Stato. Se l'introduzione del contratto unico a tutele crescenti è di fatto a costo zero per le casse dello Stato, la riforma degli ammortizzatori sociali con l'estensione della Naspi - l'assegno di disoccupazione - …
MILANO - Parte la riforma del lavoro. Entro metà febbraio - al più tardi - i primi decreti attuativi del Jobs Act, quello sul contratto a tutele crescenti e quello che riforma i sussidi per la disoccupazione,  saranno pubblicati in Gazzetta Ufficiale diventando legge dal giorno successivo: le commissioni parlamentari hanno 30 giorni di tempo prima di allora per esprimere un parere non vincolante, ma a meno di modifiche ritenute migliorative il governo ha intenzione di tirare dritto per la sua strada. Anche perché poi inizierà la fase due: la riforma integrale della Cassa integrazione con l'obiettivo di tagliare in maniera sensibile il costo del lavoro pur mantendo inaltererati i sussidi a disposizione dei lavoratori.

La Regioneria di Stato. Se l'introduzione del contratto unico a tutele crescenti è di fatto a costo zero per le casse dello Stato, la riforma degli ammortizzatori sociali con l'estensione della Naspi - l'assegno di disoccupazione - da 18 a 24 mesi e l'inclusione dei collaboratori tra gli aventi diritti ha un costo di circa due miliardi di euro fino al 2016. Per l'anno dopo mancano ancora 300 milioni di euro che dovranno essere stanziati dalla prossima Finanziaria, per adesso c'è l'impegno politico del presidente del Consiglio, Matteo Renzi, ma in caso di fumata nera la durata dei sussidi tornerà a 18 mesi. D'altra parte, l'esecutivo ha provato ad estendere fino al 2017 la Naspi, ma la Ragioneria di Stato si è opposta per la mancanza delle necessarie coperture.

I sussidi. La Naspi verrà pagata dal primo maggio, ma il diritto all'assegno matura già dal primo gennaio. "La tutela in questo modo viene estesa a circa 250mila persone tra collaboratori e persone con una carriera lavorativa discontinua" spiega Stefano Sacchi, consulente del ministro del Lavoro, Giuliano Poletti: la disoccupazione per i collaboratori estende la platea ad altre 400mila persone. Salvi anche i lavoratori dello spettacolo che avranno sussidi invariati pur con contributi inferiori. La Naspi durerà metà dei mesi lavorati fino a un massimo di 24 garantendo un importo che non potrà superare i 1.300 euro al mese così calcolato: il 75% dell'ultima retribuzione fino a 1.193 euro e il 25% della parte eccedente. In via sperimentale, poi, per il 2015-2016, è stato finanziato con 200 milioni di euro l'assegno di disoccupazione universale per quanti abbiano esaurito la Naspi: avrà una durata massima di sei mesi e verrà riconosciuto in base all'Isee con priorità alle famiglie con figli minori a carico. 

Articolo 18. Se da un lato il contratto a tutele crescenti elimina - di fatto - la tutela reale (ma solo per gli assunti dopo l'entrata in vigore del decreto attuativo), cioè il diritto al reintegro sul posto di lavoro in caso di licenziamenti per motivi economici e in alcune fattispecie di licenziamenti disciplinari; dall'altro la riforma della Naspi è inclusiva ed espansiva estendendo le garanzie a una platea di lavoratori che pur in continuo aumento, oggi ne erano esclusi. La speranza è che rendendo più flessibile l'ingresso e l'uscita dal mondo del lavoro con garanzie più ampie il mercato possa ripartire, lasciandosi alle spalle il terribile 2014.

Fase due. Anche per questo diventa centrale la fase due della riforma sul tavolo del ministero del Lavoro. Da marzo dello scorso anno, infatti, nel mirino dell'esecutivo c'è l'istituto della Cassa integrazione che per la sua stessa concezione rappresenta un ostacolo all'abbattimento del costo del lavoro. L'idea del governo è quindi di rimodularla seguendo il principio del "chi più la usa più paga". In questo modo gli imprenditori che non vi ricorrono avranno una decisa riduzione del costo del lavoro: oggi, infatti, il contributo ordinario a carico delle imprese è fisso e pari all'1% della retribuzione (0,75% nel caso di imprese con meno di 50 dipendenti) a cui si aggiunge un contributo addizionale per le imprese che usufruiscono della Cig dell'8% dell'integrazione salariale corrisposta ai propri dipendenti (4% per le imprese con meno di 50 dipendenti). Restando invariato il contributo dello Stato, per le aziende virtuose si profilano nuovi risparmi sul costo lordo del lavoro. 

Cassa integrazione. Il governo spera in questo modo di innescare un circolo virtuso. Dal 2016, infatti, dovrebbe sparire la Cassa integrazione in deroga, e con l'introduzione - attraverso la riforma - di limiti certi alla durata della Cassa ordinaria e straordinaria, in aggiunta ai nuovi strumenti di sussidio alla disoccupazione, i sostegni potrebbero essere indirizzati solo a società realmente in grado di riprendere l'attività produttiva e non ad aziende decotte, destinate comunque a chiudere.