Economia

I servizi internet valgono 1,1 mld, ma in Italia mancano le competenze

Vitali, ad Alkemy: "Oggi sono tutti consapevoli dell'importante del web, la situazione è cambiata, ma avere una pagina su un social network non vuole dire essersi aperti al mondo digitale"

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MILANO - La quotazione a Piazza Affari di Banzai riaccende i fari sull'economia digitale. Un mercato che solo sul lato servizi in Italia vale circa 1,1 miliardi di euro l'anno con tassi di crescita nell'ordine del 15%. Numeri che ricordano la bolla esplosa a cavallo della fine dello scorso millennio, ma per gli addetti ai lavori si tratta di un fenomeno completamente diverso: "Oggi c'è la consapevolezza che il web e il mondo digitale servano a migliorare il proprio modello d'affari. Adesso è chiaro a tutti che internet non è più un aspetto marginale, ma fondamentale per la crescita aziendale". A dirlo è Duccio Vitali, ex partner di Bain, che nel 2012, insieme al guru della pubblicità Riccardo Lorenzini, ha lanciato Alkemy, società di consulenza e servizi dedicati all'aziende che vogliono aprirsi al digitale. 

In due anni e mezzo il giro d'affari del gruppo è cresciuto da 2 a 35 milioni di euro, arrivando a impiegare 200 persone (22 il giorno del debuto, il 18 maggio 2012). "L'arrivo di Banzai in Borsa alzerà il livello di attenzione dei mercati sul settore, d'altra parte in giro c'è parecchia liquidità e questa per noi è una buona notizia, ma Piazza Affari - dice Vitali - per il momento non ci interessa. Abbiamo in mente un percorso diverso".

La questione è semplice: rispetto a cinque anni fa il digitale è in cima all'attenzione di tutti i top manager che allora guardavano internet con sospetto, oppure si limitavano a studiare Facebook pensando che fosse un fenomeno da ragazzi. "Adesso la situazione è cambiata, solo che avere una pagina su un social network non vuole dire essersi aperti sul web. E il problema - prosegue l'ad di Alkemy - per chi vuole capire e sfruttare il fenomeno è che non si sa bene a chi rivolgersi. Il nostro obiettivo è proprio quello di dare queste risposte, studiare piani sviluppo e metterli in atto".

Dando uno sguardo ai numeri comunque le principali voci di guadagno del gruppo arrivano dall'e-commerce che si conferma in forte crescita: "Si può fare meglio. Le vendite online da noi valgono un terzo di quelle inglesi. Il limite alla crescita non è il digital divide, ma le competenze. Penso per esempio al lusso: l'e-commerce vale il 3% del venduto, salirà nei prossimi anni fino al 9%, ma non andrà oltre. Il punto su cui devono ragionare gli addetti ai lavori è come impattare sul restante 91%. Molte aziende faticano a capire cose può rappresentare per loro il digitale. Non è fatto solo di e-commerce, ma anche di comunicazione, rapporto con fornitori e distributori, ottimizzazione dei costi. E' un mondo nuovo che ancora si fatica a capire e spesso di banalizza".

Anche per questo la società cerca di aprire canali nuovi attraverso acquisizioni mirate e reinvestendo ogni anno 5/6 punti di ebitda, "noi comunque - dice il manager - siamo in utile dal primo giorno. Entro il 2017 puntiamo a quota 50 milioni di euro con un paio di aperture all'estero, verso i Balcani". A patto di resistere alle sirene esterne tra le agenzie di comunicazione che premono per aggregazioni e le banche d'affari che propongono le quotazioni in Borsa: "In questo momento - conclude Vitali - potremmo andare solo all'Aim, mentre sul fronte della pubblicità crediamo di poter crescere bene da soli. Ma prima deve cambiare anche il mercato italiano".