Economia

Il corsaro di Wall Street libero con 6,5 milioni di cauzione

Il 6 maggio 2010 la Borsa di New York precipitò per un minuto. Dietro quel movimento c'erano operazioni speculative e non, come sembrava, i supercomputer che immettono ordini di compravendita ogni millisecondo. Nella City monta la polemica sul sistema finanziario che ha permesso a un broker di guadagnare mezzo milione al giorno

3 minuti di lettura
LONDRA – E’ stato rilasciato su cauzione di ben 5 milioni di sterline (6 milioni e mezzo di euro) il broker londinese accusato di essere responsabile del “flash crash” di cinque anni or sono a Wall Street, uno dei crolli più rapidi nella storia della borsa di New York. Ma il giallo su ciò che accadde veramente quel giorno si infittisce. L’accusato respinge l’imputazione e per ora resiste tramite i suoi avvocati alla richiesta di estradizione negli Stati Uniti. I soldi chiaramente non gli mancano, benché viva in una modesta casa alla periferia di Londra: non tutti sono in grado di pagare una cifra simile per tornare almeno provvisoriamente in libertà. Se le accuse rispondono al vero, in effetti, l’uomo avrebbe potuto guadagnare fraudolentemente qualcosa come mezzo milione di dollari al giorno. Ma il mercato dei “futures” scambia azioni per 8 miliardi di dollari al giorno e quello dell’indice Standard&Poor's vale 8 mila miliardi di dollari. “Non è un singolo broker la causa di quella caduta della borsa newyorchese”, sostiene oggi un editoriale del Financial Times. “Dare la colpa a un solo uomo è come incolpare una pulce per una carica di elefanti”.
 
Il 6 maggio 2010 l’indice Dow Jones della borsa di New York precipitò nel giro di un minuto, tirato a fondo da una valanga di ordini di vendere azioni. Miliardi di dollari stavano scomparendo in una voragine di “sell, sell, sell”, vendi, vendi, vendi, e l’effetto psicologico, facendo temere che qualcuno sapesse qualcosa che il mercato ancora non conosceva, rischiò un contagio di vendite in grado di far cadere Wall Street a livelli da crack del 1929. Poi, fortunatamente, l’indice risalì, altrettanto in fretta di quanto era caduto. Cosa era successo? Mistero. O meglio, gli esperti attribuirono l’improvviso ottovolante di ordini ai programmi computerizzati, ovvero agli algoritmi che già cinque anni or sono regolavano gran parte delle contrattazioni in borsa: pulsioni quasi incontrollabili, automatiche, inspiegabili, frutto di calcoli fatti dai computer a velocità e complessità irraggiungibili da una mente umana. La prova di quanto possa essere pericolosa la digitalizzazione dei mercati finanziari.
 
Adesso salta fuori, nell’ipotesi della giustizia Usa, che i computer quella volta non c’entravano. O che, perlomeno, c’era una (diabolica) mente umana dietro gli algoritmi. All’alba di ieri agenti di Scotland Yard hanno arrestato un uomo di 36 anni ai sobborghi di Londra, con l’accusa di avere manipolato il mercato azionistico in quella pazzesca giornata del 6 maggio 2010 e probabilmente, in misura meno clamorosa, anche in tante altre occasioni. Si chiama Navinder Singh Sarao, è di origine indiana, di professione fa il broker o meglio faceva perché è stato incriminato per una lunga serie di reati dalla giustizia americana che ha inoltrato a quella britannica una richiesta di estradizione nei suoi confronti: rischia 360 anni di carcere, se venisse condannato per tutti. Secondo le indiscrezioni riportate dal Financial Times, avrebbe guadagnato personalmente più di 40 milioni di dollari (35 milioni di euro) dalle sue truffe. Non è escluso che altri complici o clienti abbiano ricavato profitti anche maggiori.
 
“E’ qualcosa di simile a un thriller”, commenta Robert Peston, commentatore finanziario della Bbc. Cosa accadde dunque in quel lunghissimo minuto della primavera 2010? A quanto pare il broker, manovrando in modo fraudolento i programmi computerizzati di compravendita, iniziò a emettere un’ondata di ordini di cessione, facendo crollare il prezzo delle azioni. Subito dopo, appena gli “stock” toccavano il fondo, lui stesso li ricomprava a basso prezzo. Poi ritirava gli ordini di vendita e il prezzo risaliva al livello precedente. In pratica, se un’azione valeva 100, lui la faceva scendere a 10, la comprava, e voilà, qualche attimo dopo la stessa azione valeva di nuovo 100. Impossibile? Così sembrerebbe a una mente umana. Ma è possibile grazie a computer che macinano migliaia o anche milioni di operazioni di compravendita nello spazio di un millesimo di secondo. Un battito di ciglia, e le azioni precipitano. Un altro battito, e risalgono. E fra l’uno e l’altro, un imbroglione è diventato ricco, magari senza muoversi dalla cucina di casa a Hounslow, periferia occidentale di Londra, alla cui porta l’altra mattina si sono presentati i poliziotti per ammanettarlo. Ma è stata davvero una piccola pulce a scatenare la carica degli elefanti? O è tutto il sistema delle contrattazioni computerizzate che andrebbe rivisto? Il thriller finanziario continua. Non a caso lo scrittore Robert Harris ha immaginato un romanzo del genere un paio di anni or sono. La tecnica usata dal broker, peraltro, è ben nota agli operatori della finanza: si chiama “layering”, alla lettera “stratificazione”, ed è molto usata sul mercato dei “futures”, i contratti a termine standardizzati. “Questa storia ci fa capire come i computer abbiano completamente trasformato il mercato finanziario”, osserva la Bbc. Neanche i prestigiatori fanno scomparire e riapparire qualcosa così in fretta.