MILANO - La Grecia azzera l'effetto Bce. I timori di un default di Atene si fanno concreti, soprattutto dopo che il ministro delle Finanze greco, Yanis Varoufakis, ha escluso - come peraltro - il suo omologo tedesco Wolfgang Schaeuble, un accordo tra la Grecia e i creditori entro l'11 maggio: il giorno dopo, però il governo ellenico dovrà rimborsare al Fmi 760 milioni di euro.
Il problema è che le casse greche sono a corto di liquidi, anche perché oggi sono stati messi in pagamento 200 milioni di euro e si teme che un mancato rimborso faccia scattare conseguenze legali per Atene. Alcuni analisti ritengono sempre possibile entrare in un periodo di grazia, che di fatto sterilizzerebbe la posizione greca per un mese abbondante, ma lo spettro del default tecnico resta dietro l'angolo. I maggiori rappresentanti della politica Ue hanno messo una pietra sopra un possibile accordo nel prossimo Eurogruppo, intanto Atene ha collocato con successo 1,138 miliardi di euro di titoli del debito pubblico semestrali a un tasso del 2,97% e il governo ha dato il via libera alla riassunzione di circa 4mila impiegati pubblici.
La paura che un default tecnico ellenico si ripercuota sul resto dell'Eurozona ha spinto le vendite dei titoli di Stato periferici con l'Italia e la Spagna in testa: lo spread con i Bund tedeschi vola oltre i 140 punti base, prima di ritracciare intorno a quota 130, mentre il rendimento dei Btp sale all'1,91% sui massimi di giornata. Quello dei Bonos è all'1,89%. Sono tassi che non si registravano da inizio anno, prima, cioè, che la Banca centrale europea avviasse il Quantitative easing, il programma di acquisto di titoli di Stato sul mercato secondario.
Nonostante tutto, i mercati del Vecchio continente provano a rialzare la testa dopo il crollo della vigilia. Piazza Affari, però, azzera i guadagni della mattinata e solo sul finale riesce a riportarsi in positivo chiudendo in rialzo dello 0,37%. Discorso simile per gli altri listini Ue: alla fine della giornata Londra guadagna lo 0,1%, Parigi lo 0,19% e Francoforte lo 0,24%. A sostenere le quotazioni aveva in un primo momento contribuito l'indice tedesco Ifo che misura il clima economico nella zona euro ed è balzato a 129,2 punti nel secondo trimestre del 2015, dai 112,7 punti nell'ultimo trimestre, tornando ai livelli pre crisi. Wall Street chiude in territorio negativo: il Dow Jones perde lo 0,47%, il Nasdaq cede lo 0,40% mentre lo S&P 500 lascia sul terreno lo 0,4%.
Sull'atteggiamento degli investitori pesa anche il timore che l'economia americana abbia tirato il freno a mano nel periodo gennaio-marzo: in particolare, l'avversione al rischio si è accesa con il balzo inatteso del deficit commerciale di marzo. JpMorgan e Bank of America Merrill Lynch stimano un Pil Usa in calo nel primo trimestre dello 0,5%. Barclays e Capital Economics calcolano un -0,3%. Bnp Paribas e Rbs prevedono un -0,4%. La lettura preliminare è stata pari a un +0,2% contro attese per un +1%. La seconda lettura è prevista per il 29 maggio prossimo.
Di certo il dato definitivo non lascerà indifferente la Fed chiamata a decidere le prossime mosse di politica monetaria. Le colombe vorrebbero procedere con una stretta graduale dopo l'estate, i falchi sperano che i rialzo dei tassi inizi già prima della pausa estiva. In questo senso potrebbe essere decisivo il rapporto sul Lavoro ad aprile che verrà diffuso venerdì prossimo. Netto rafforzamento dell'euro nel corso degli scambi del tardo pomeriggio. La valuta comune, che questa mattina aveva aperto a 1,1233 dollari contro gli 1,1185 di ieri sera, chiude in a 1,1337 dollari con un massimo a 1,1368. Sulla performance del greenback pesa anche la delusione per il dato riportato dall'Adp secondo cui il settore privato ha creato in aprile 169mila posti di lavoro, ben al di sotto dei 205mila attesi dagli analisti. Delude anche la produttività dei lavoratori americani, calata dell'1,9% nel corso del primo trimestre rispetto ai tre mesi precedenti mentre è aumentata dello 0,6% rispetto a un anno fa.
Sul fronte macroeconomico, in Europa, attenzione alle vendite al dettaglio, che registrano una battuta d'arresto. L'indice Pmi servizi in Italia sale a 53,1 ad aprile, oltre attese, mentre l'indice composito dell'Eurozona si assesta a 53,9, variando di poco da 54 di marzo e migliorando rispetto al rallentamento mostrato nella precedente stima flash (53,5). Sale l'attesa per le elezioni del Regno Unito di domani. I prezzi al consumo nell'area dell'Ocse restano stabili in marzo. Secondo i dati diffusi dall'Organizzazione internazionale che ha sede a Parigi, il tasso annuo di inflazione è risultato dello 0,6%, stabile rispetto allo 0,6% annuo segnalato in febbraio. Positivo il commento di Fitch sull'Italia e la legge elettorale: per l'agenzia di rating l'Italicum riduce i rischi politici e dimostra progressi.
Sul fronte delle materie prime l'oro si stabilizza: il metallo con consegna immediata vale poco meno di 1.190 dollari l'oncia con gli investitori che guardano agli ultimi dati sull'economia Usa e alla risalita del prezzo del greggio che potrebbe tornare a spingere l'inflazione. Sui circuiti di New York il prezzo del petrolio tocca un nuovo massimo dallo scorso dicembre a 62,12 dollari al barile, in rialzo di 1,70 dollari sulla scia del primo calo registrato dalle scorte settimanali di greggio Usa dall'inizio dell'anno. Il Brent di Londra avanza di 2 dollari sopra 69 dollari al barile, toccando anche in questo caso la quotazione più elevata da dicembre.
Il problema è che le casse greche sono a corto di liquidi, anche perché oggi sono stati messi in pagamento 200 milioni di euro e si teme che un mancato rimborso faccia scattare conseguenze legali per Atene. Alcuni analisti ritengono sempre possibile entrare in un periodo di grazia, che di fatto sterilizzerebbe la posizione greca per un mese abbondante, ma lo spettro del default tecnico resta dietro l'angolo. I maggiori rappresentanti della politica Ue hanno messo una pietra sopra un possibile accordo nel prossimo Eurogruppo, intanto Atene ha collocato con successo 1,138 miliardi di euro di titoli del debito pubblico semestrali a un tasso del 2,97% e il governo ha dato il via libera alla riassunzione di circa 4mila impiegati pubblici.
La paura che un default tecnico ellenico si ripercuota sul resto dell'Eurozona ha spinto le vendite dei titoli di Stato periferici con l'Italia e la Spagna in testa: lo spread con i Bund tedeschi vola oltre i 140 punti base, prima di ritracciare intorno a quota 130, mentre il rendimento dei Btp sale all'1,91% sui massimi di giornata. Quello dei Bonos è all'1,89%. Sono tassi che non si registravano da inizio anno, prima, cioè, che la Banca centrale europea avviasse il Quantitative easing, il programma di acquisto di titoli di Stato sul mercato secondario.
Nonostante tutto, i mercati del Vecchio continente provano a rialzare la testa dopo il crollo della vigilia. Piazza Affari, però, azzera i guadagni della mattinata e solo sul finale riesce a riportarsi in positivo chiudendo in rialzo dello 0,37%. Discorso simile per gli altri listini Ue: alla fine della giornata Londra guadagna lo 0,1%, Parigi lo 0,19% e Francoforte lo 0,24%. A sostenere le quotazioni aveva in un primo momento contribuito l'indice tedesco Ifo che misura il clima economico nella zona euro ed è balzato a 129,2 punti nel secondo trimestre del 2015, dai 112,7 punti nell'ultimo trimestre, tornando ai livelli pre crisi. Wall Street chiude in territorio negativo: il Dow Jones perde lo 0,47%, il Nasdaq cede lo 0,40% mentre lo S&P 500 lascia sul terreno lo 0,4%.
Sull'atteggiamento degli investitori pesa anche il timore che l'economia americana abbia tirato il freno a mano nel periodo gennaio-marzo: in particolare, l'avversione al rischio si è accesa con il balzo inatteso del deficit commerciale di marzo. JpMorgan e Bank of America Merrill Lynch stimano un Pil Usa in calo nel primo trimestre dello 0,5%. Barclays e Capital Economics calcolano un -0,3%. Bnp Paribas e Rbs prevedono un -0,4%. La lettura preliminare è stata pari a un +0,2% contro attese per un +1%. La seconda lettura è prevista per il 29 maggio prossimo.
Di certo il dato definitivo non lascerà indifferente la Fed chiamata a decidere le prossime mosse di politica monetaria. Le colombe vorrebbero procedere con una stretta graduale dopo l'estate, i falchi sperano che i rialzo dei tassi inizi già prima della pausa estiva. In questo senso potrebbe essere decisivo il rapporto sul Lavoro ad aprile che verrà diffuso venerdì prossimo. Netto rafforzamento dell'euro nel corso degli scambi del tardo pomeriggio. La valuta comune, che questa mattina aveva aperto a 1,1233 dollari contro gli 1,1185 di ieri sera, chiude in a 1,1337 dollari con un massimo a 1,1368. Sulla performance del greenback pesa anche la delusione per il dato riportato dall'Adp secondo cui il settore privato ha creato in aprile 169mila posti di lavoro, ben al di sotto dei 205mila attesi dagli analisti. Delude anche la produttività dei lavoratori americani, calata dell'1,9% nel corso del primo trimestre rispetto ai tre mesi precedenti mentre è aumentata dello 0,6% rispetto a un anno fa.
Sul fronte macroeconomico, in Europa, attenzione alle vendite al dettaglio, che registrano una battuta d'arresto. L'indice Pmi servizi in Italia sale a 53,1 ad aprile, oltre attese, mentre l'indice composito dell'Eurozona si assesta a 53,9, variando di poco da 54 di marzo e migliorando rispetto al rallentamento mostrato nella precedente stima flash (53,5). Sale l'attesa per le elezioni del Regno Unito di domani. I prezzi al consumo nell'area dell'Ocse restano stabili in marzo. Secondo i dati diffusi dall'Organizzazione internazionale che ha sede a Parigi, il tasso annuo di inflazione è risultato dello 0,6%, stabile rispetto allo 0,6% annuo segnalato in febbraio. Positivo il commento di Fitch sull'Italia e la legge elettorale: per l'agenzia di rating l'Italicum riduce i rischi politici e dimostra progressi.
Sul fronte delle materie prime l'oro si stabilizza: il metallo con consegna immediata vale poco meno di 1.190 dollari l'oncia con gli investitori che guardano agli ultimi dati sull'economia Usa e alla risalita del prezzo del greggio che potrebbe tornare a spingere l'inflazione. Sui circuiti di New York il prezzo del petrolio tocca un nuovo massimo dallo scorso dicembre a 62,12 dollari al barile, in rialzo di 1,70 dollari sulla scia del primo calo registrato dalle scorte settimanali di greggio Usa dall'inizio dell'anno. Il Brent di Londra avanza di 2 dollari sopra 69 dollari al barile, toccando anche in questo caso la quotazione più elevata da dicembre.