MILANO - I dati macroeconomici sulla Cina, pubblicati nel fine settimana, vengono mal digeriti dagli investitori, che fanno partire le vendite sui mercati asiatici. Andamento meno traumatico nel Vecchio Continente, dove i listini chiudono in rosso con l'eccezione di Francoforte che si salva a +0,08%: Milano peggiora nel finale per chiudere a -0,96%, Londra lima lo 0,54%, mentre Parigi cede lo 0,67%. Wall Street, reduce da una settimana di recuperi con il Dow alla miglior performance da marzo, chiude con un calo contenuto: il Dow Jones arretra dello 0,38%, mentre, lo S&P500 e il Nasdaq sono in ribasso allineati al -0,34%.
Passa per il momento in secondo piano l'attesa per la riunione della Federal Reserve di mercoledì e giovedì prossimi, con l'incognita del rialzo o meno dei tassi d'interesse: una mossa che manca ormai da quasi dieci anni. La spaccatura in senso al Fomc, il braccio di politica monetaria, esiste: come accaduto alla Bce al tempo di lanciare il Quantitative easing, anche gli otto membri della Banca centra Usa hanno inclinazioni da 'falco' o da 'colomba'. La partita è quanto mai incerta: la solidità della ripresa Usa e del mercato del lavoro lasciano propendere per una stretta alla politica monetaria (seppur minima), mentre le turbolenze finanziarie legate alla Cina e il rischio che i Paesi emergenti vengano travolti da una fuga di capitali, oltre che abbiano difficoltà a ripagare il loro debito in dollari, spingono per la cautela.
Le vendite si sono dunque concentrate in Cina, dove Shanghai ha registrato la performance peggiore da tre settimane per poi chiudere a -2,67%. Vero e proprio crollo per Shenzhen, con l'indice in calo del 6,55%. Se Hong Kong è riuscita a tenere, è stato un avvio di settimana in sofferenza per la Borsa di Tokyo, che ha perso l'1,63% a 17.965,70 punti e ha esteso a tre sedute consecutive la striscia negativa, a seguito del clamoroso +7,7% di mercoledì scorso. Anche la BoJ è impegnata in un meeting - domani - dal quale usciranno indicazioni importanti sulla politica monetaria della Banca centrale nipponica.
L'euro chiude in ribasso a 1,1292 dollari. Il biglietto verde arretra a 120,05 yen mentre gli investitori prendono posizione in attesa del cruciale direttivo della Federal Reserve di martedì e mercoledì, che deciderà se iniziare o meno a rialzare i tassi di interesse in Usa. L'euro quota a 135,53 yen. L'agenda macroeconomica di giornata registra la conferma del +0,2% ad agosto per l'inflazione italiana, sia mensile che annuo, mentre Bankitalia ha censito la discesa del debito pubblico sotto 2.200 euro a luglio. Nell'Eurozona, a luglio, torna positiva la produzione industriale che cresce dello 0,6%, mentre secondo le stime Ocse il Pil italiano è in crescita dello 0,3% nel secondo trimestre rispetto al trimestre precedente: rispetto allo stesso periodo del 2014, l'aumento del prodotto interno è dello 0,7%. Nell'insieme del G20 c'è una crescita del Pil dello 0,7% rispetto al periodo precedente e del 3,2% rispetto allo stesso periodo del 2014. Andamento in leggero rialzo per lo spread tra Btp decennali e omologhi tedeschi: il differenziale si attesta a 119 punti, con un rendimento pari all'1,85%.
Tra le materie prime, il prezzo del petrolio si presenta in calo dopo che l'Opec ha tagliato le stime sulla domanda di greggio per il 2016, a causa della debolezza dei Paesi emergenti. Quando in Europa i mercati si avviano alla chiusura, a New York il greggio è scambiato a 44,2 dollari al barile in calo di un punto percentuale. Anche per l'oro si aspetta il responso di Washington: il metallo con consegna immediata è così poco mosso in area 1.104 dollari l'oncia.
Passa per il momento in secondo piano l'attesa per la riunione della Federal Reserve di mercoledì e giovedì prossimi, con l'incognita del rialzo o meno dei tassi d'interesse: una mossa che manca ormai da quasi dieci anni. La spaccatura in senso al Fomc, il braccio di politica monetaria, esiste: come accaduto alla Bce al tempo di lanciare il Quantitative easing, anche gli otto membri della Banca centra Usa hanno inclinazioni da 'falco' o da 'colomba'. La partita è quanto mai incerta: la solidità della ripresa Usa e del mercato del lavoro lasciano propendere per una stretta alla politica monetaria (seppur minima), mentre le turbolenze finanziarie legate alla Cina e il rischio che i Paesi emergenti vengano travolti da una fuga di capitali, oltre che abbiano difficoltà a ripagare il loro debito in dollari, spingono per la cautela.
Le vendite si sono dunque concentrate in Cina, dove Shanghai ha registrato la performance peggiore da tre settimane per poi chiudere a -2,67%. Vero e proprio crollo per Shenzhen, con l'indice in calo del 6,55%. Se Hong Kong è riuscita a tenere, è stato un avvio di settimana in sofferenza per la Borsa di Tokyo, che ha perso l'1,63% a 17.965,70 punti e ha esteso a tre sedute consecutive la striscia negativa, a seguito del clamoroso +7,7% di mercoledì scorso. Anche la BoJ è impegnata in un meeting - domani - dal quale usciranno indicazioni importanti sulla politica monetaria della Banca centrale nipponica.
L'euro chiude in ribasso a 1,1292 dollari. Il biglietto verde arretra a 120,05 yen mentre gli investitori prendono posizione in attesa del cruciale direttivo della Federal Reserve di martedì e mercoledì, che deciderà se iniziare o meno a rialzare i tassi di interesse in Usa. L'euro quota a 135,53 yen. L'agenda macroeconomica di giornata registra la conferma del +0,2% ad agosto per l'inflazione italiana, sia mensile che annuo, mentre Bankitalia ha censito la discesa del debito pubblico sotto 2.200 euro a luglio. Nell'Eurozona, a luglio, torna positiva la produzione industriale che cresce dello 0,6%, mentre secondo le stime Ocse il Pil italiano è in crescita dello 0,3% nel secondo trimestre rispetto al trimestre precedente: rispetto allo stesso periodo del 2014, l'aumento del prodotto interno è dello 0,7%. Nell'insieme del G20 c'è una crescita del Pil dello 0,7% rispetto al periodo precedente e del 3,2% rispetto allo stesso periodo del 2014. Andamento in leggero rialzo per lo spread tra Btp decennali e omologhi tedeschi: il differenziale si attesta a 119 punti, con un rendimento pari all'1,85%.
Tra le materie prime, il prezzo del petrolio si presenta in calo dopo che l'Opec ha tagliato le stime sulla domanda di greggio per il 2016, a causa della debolezza dei Paesi emergenti. Quando in Europa i mercati si avviano alla chiusura, a New York il greggio è scambiato a 44,2 dollari al barile in calo di un punto percentuale. Anche per l'oro si aspetta il responso di Washington: il metallo con consegna immediata è così poco mosso in area 1.104 dollari l'oncia.