Petrolio: prezzi, domanda e produzione in vista di Doha
MILANO - Mentre si avvicina il summit di Doha tra i Paesi produttori di petrolio (Opec e non), i principali operatori sono convinti del fatto non si rivedranno i minimi sotto i 30 dollari al barile di inizio anno, ora che le quotazioni hanno recuperato quota 40 dollari sia per il Wti che per il Brenti. A dare conto della fiducia degli addetti ai lavori sono sia il Financial Times che Bloomberg, che citano svariati attori del comparto, dal fronte industriale a quello del trading. Conferma l'impressione Davide Tabarelli, presidente di Nomisma Energia, secondo il quale "il livello di minima dovrebbe esser stato raggiunto nei mesi scorsi". Non si tratta soltanto di una "ripresa legata a momentanei ottimismi" in vista del summit dei prossimi giorni. "Dopo oltre due anni il calo della produzione americana si sta trasmettendo ai prezzi; negli Usa, per altro, si registra una domanda sostenuta di benzina, a seguito della ripartenza delle vendite di auto, in particolare di grande cilindrata". D'altra parte, annota ancora l'esperto, "non bisogna dimenticarsi che la domanda di petrolio nel mondo continua a salire, anche in Cina e nonostante il rallentamento della spinta economica. Siamo 10 milioni di barile al giorno sopra i livelli pre-crisi, ma il problema è che l'offerta è salita troppo". Nomisma Energia sconta una previsione di un barile a 55 dollari di media nel 2017 e secondo la stessa Opec, l'offerta mondiale di petrolio resta strutturalmente "sovrabbondante". Nel rapporto mensile che ha preceduto il summit, scrive che "la sovrabbondanza dell'offerta persiste e gli stock restano elevati": l'eccedenza è quantificata in 2,52 milioni di barili al giorno nel primo trimestre, secondo i 13 Paesi produttori. Basta considerare, come ha fatto Reuters, che se si mettessero in fila tutte le petroliere cariche in giro per i mari si avrebbe un ingorgo da 40 chilometri. Ancora Tabarelli sottolinea che il valore di un accordo per congelare la produzione a Doha sarebbe "più politico che effettivo: gli equilibri tra Arabia e Iran sono la variabile più importante per la prossima evoluzione dello scenario energetico. Fino ad ora, la volontà saudita di bloccare il ritorno dell'Iran sul mercato internazionale è stata determinata. Ricordiamoci che i costi di produzione in Arabia Saudita sono sotto i 5 dollari al barile: la guerra può ancora esser lunga. Ma il graduale avvicinamento tra Teheran e Riad sarebbe fondamentale per far ripartire i corsi: basterebbe che i sauditi limassero la loro produzione, da 10,5 a 9 milioni di barile per esempio, per ridare slancio ai prezzi".
Lo spread tra Btp decennali e omologhi Bund tedeschi sale leggermente a 118 punti, il rendimento dei decennali è all'1,35%. L'euro chiude debole sotto quota 1,13 dollari, poco mosso rispetto all'apertura dei mercati. La moneta europea passa di mano a 1,1269 dollari e 122,99 yen. Dollaro/yen a 109,13. L'agenda di giornata registra il calo dello 0,2% dell'inflazione annuale di marzo in Italia, mentre nell'Eurozona i prezzi sono al palo: indicazioni importanti per valutare l'efficacia delle azioni della Bce per riportare il Vecchio continente lontano dal rischio di deflazione. In Germania, gli istituti previsione hanno ribassato la stima del Pil 2016 a +1,6%, da +1,8%. La BoE ha lasciato il costo del denaro invariato allo 0,5%. Mentre prosegue la pubblicazione delle trimestrali, anche negli Usa l'andamento dell'inflazione delude le attese con un +0,1% a marzo; in calo a sorpresa le richieste iniziali di sussidio alla disoccupazione (-13mila unità a 253mila) nella settimana terminata il 9 aprile. Si tratta dei minimi dal 1973.
I listini dell'Est hanno chiuso la settima seduta consecutiva in positivo, mentre le autorità monetarie di Singapore hanno deciso di liberare il dollaro locale assumendo un atteggiamento "neutro" verso il cambio e non ricercando più di garantire il suo lieve apprezzamento nei confronti di un paniere di monete concorrenti. La Monetary Authority of Singapore, infatti, utilizza la leva del cambio piuttosto che quella dei tassi per indirizzare il costo del denaro e l'ultima volta che aveva portato la moneta locale a quota zero di apprezzamento era stato il 2008. Mosse di politica monetaria anche in Cina, con il più forte taglio da tre mesi del cambio dello yuan: la Banca centrale ha ridotto dello 0,46% il corso dello yuan a 6.4891 sul dollaro, mantenendo la fluttuazione del 2%. In mattinata, la Borsa di Tokyo ha chiuso gli scambi in forte rialzo. Il Nikkei, l'indice dei 225 titoli guida, ha infatti guadagnato il 3,23% salendo così a 16.911,05 punti. Shanghai ha segnato un rialzo dello 0,5%.
Come accennato, le quotazioni del petrolio si assestano dopo i cali della mattinata e in attesa del vertice di Doha dei paesi produttori che domenica affronterà il nodo della limitazione della produzione: il Wti tratta in area 41,7 dollari al barile, mentre il Brent si conferma in area 44 dollari. L'apprezzamento del dollaro fa scendere le quotazioni dell'oro: il lingotto con consegna immediata tratta a 1.230 dollari l'oncia.