Titoli di Stato. Sul fronte di titoli di Stato, poi, Padoan ha spiegato che "la maggioranza dei Paesi si è dichiarata contraria" a porre limiti al debito sovrano detenuto dalle banche. Il ministro ha spiegato che sono stati avanzati molti dubbi, anche da parte italiana, che una simile iniziativa possa ridurre il rischio, invece "potrebbe addirittura aumentarli, e la posizione italiana è condivisa da molti". Per il ministro "ci sono due esigenze, ridurre e condividere il rischio. Molto già è stato fatto sulla riduzione, dalla Brrd (bail in) ai coefficienti di capitale per le banche, e molto meno nella condivisione del rischio che sarebbe tenuta in conto da meccanismi come il sistema di garanzia dei depositi". Per quanto riguarda il futuro dell'Unione bancaria l'Italia "ha ribadito che deve coinvolgere vari aspetti, in primis la costituzione dello schema di garanzia dei depositi, poi il 'backstop' fiscale al fondo di risoluzione su cui l'Italia ha presentato un documento comune citato da molti e poi i limiti all'esposizione del debito delle banche". Per l'Italia, quindi, l'opzione preferibile è status quo, che non significa che non succeda niente, perché "già nello status quo è previsto un miglioramento dei coefficienti, senza alterare l'allocazione dei portafogli di titoli".
Patto di Stabilità. L'obiettivo della riunione era proprio quello di fare un primo giro di tavolo per parlare delle regole utilizzate dalla Commissione europea per valutare il rispetto del Patto di stabilità da parte degli Stati membri: nel dettaglio, quindi, si è parlato del Pil potenziale, dell'output gap e del saldo strutturale di bilancio, indicatori che servono a valutare le correzioni di bilancio se i Paesi si allontanano dagli obiettivi stabiliti da Bruxelles per assicurare l'equilibrio strutturale. Secondo l'Italia e gli altri partner, la modalità di calcolo sarebbe troppo penalizzante richiedendo sforzi eccessivi per centrare gli obiettivi.
La battaglia di Padoan sui conteggi Ue
Lo sforzo richiesto dall'Ue all'Italia è "deformato da considerazioni statistiche" e "queste regole, imponendo all'Italia aggiustamenti dolorosi, le recano maggior danno che ad altri Paesi, e questo non mi va bene". Così il ministro dell'Economia Pier Carlo Padoan in una intervista a Le Figaro nella quale conferma che "l'Italia rispetterà lo sforzo di aggiustamento che le è richiesto". Anche la Commissione europea, spiega Padoan, "ammette che questo metodo di calcolo potrebbe essere differente, ma non si cambiano le regole durante il gioco".
Propro ieri il Centro studi di Confindustria metteva in evidenza che ci sono diverse metodologie per il calcolo del Pil potenziale e quindi dell'aggiustamento strutturale dei conti. Penalizzati i Paesi che hanno registrato un aumento della disoccupazione: "In Italia tra il 2013 e il 2017 i saldi strutturali sono in deficit e mai inferiori allo 0,9% del Pil, addirittura pari all'1,5% nel 2016. Ma per l'Fmi il saldo strutturale sarebbe invece in diminuzione dal 2014 e raggiungerebbe il pareggio nel 2017; per l'Ocse era già in pareggio nel 2014, rimanendoci, di fatto, per tutto l'arco temporale considerato"
Il cuore del problema è - infatti - nella definizione del Pil potenziale, cioè il Prodotto che il Paese sarebe in grado di generare nelle migliori condizioni; un parametro dal quale deriva l'output gap, che rappresenta la differenza tra il Pil realizzato (magari in una situazione di crisi) e quello possibile. Una volta fissato questo output gap, si può definire quale sia la componente della performance economica del Paese legata alla congiuntura negativa. Sulla base di questa componente l'Europa può calcolare qual è il bilancio "strutturale" del Paese in questione, chiedendo le correzioni necessarie a centrare gli obiettivi prefissati.
Nella lettera gli otto Stati chiedono di "eliminare la discrepanza" tra l'orizzonte temporale con cui la Ue stima l'output gap (2 anni) e quello utilizzato di prassi dai singoli Paesi (4 anni) o, quanto meno, di approfondire la questione del calcolo dell'output gap, con il suggerimento di valutare se affiancarlo ad altri indicatori.
Flessibilità. Sul fronte prettamente italiano, invece, Padoan spiega che il governo italiano "fino ad ora non ha avuto segnali contrari" da parte della Commissione europea in merito alle richieste di flessibilità: "Continuiamo a dialogare in modo costruttivo con la Commissione da cui ci aspettiamo una decisione. Non abbiamo modificato le nostre richieste di flessibilità, dando i numeri sul 2016 e il 2017 e questo è scritto chiaro nel Def. Il profilo di rientro della finanza pubblica italiana assume che le richieste siano soddisfatte. Non ho nessuna ragione per ritenere che la flessibilità richiesta non sia concessa".