MILANO - Il Ttip, il trattato di libero scambio tra l'Unione europea e gli Stati Uniti, è vicino a un bivio. Senza un'intesa entro la fine della presidenza Obama è destinato a slittare al 2020: i candidati alla Casa Bianca non lo hanno mai menzionato in campagna elettorale, l'anno prossimo ci saranno le elezioni in Francia, poi in Germania e in Italia e nel 2019 la Commissione europea andrà in scadenza. Impossibile quindi firmare un trattato di questa portata sotto le lezioni dei big dell'economia.
Lo sanno le cancellerie di tutta Europa, la Casa Bianca e soprattutto gli sherpa di Bruxelles che da mesi lavorano senza sosta per limare i dettagli in modo da essere pronti quando mai arrivasse l'intesa politica tra le due sponde dell'Atlantico. Alla vigilia del tredicesimo round di negoziati - in agenda a New York da lunedì fino a venerdì - le parti sono ancora lontane. E la distanza tra i due alleati rischia adesso di spaccare l'Unione europea: d'altra parte uno dei punti più controversi del trattato riguarda l'agricoltura e la protezione delle denominazione d'origine. Un tema caro a Italia, Francia e Spagna, ma che in Germania, così come nei Paesi nordici, non è così caldo.
L'inchiesta. Il trattato globale che fa paura al mondo
Il presidente Usa, Barack Obama, ne è consapevole e potrebbe approfittarne. Domenica sarà ad Hannover dove incontrerà i leader di Germania, Francia, Italia e Gran Bretagna: di certo proverà a convincere Angela Merkel ad accettare un Ttip "leggero". Un'offerta che Berlino potrebbe apprezzare, ma che già incontra il veto di Parigi e Londra. "La Francia può sempre dire no" ripete come un mantra il presidente francese Francois Hollande: "Abbiamo posto le nostre condizioni e vogliamo che siano rispettate". Condizioni che ricalcano quelle italiane: reciprocità, trasparenza, sicurezza alimentare, libero accesso al mercato pubblico.
Infografica. I numeri del Ttip
D'altra parte il trattato si basa su tre pilastri: l'accesso ai mercati; la cooperazione regolamentare e le regole globali. E ognuno dei tre ha i suoi tempi. L'ultimo è - paradossalmente - il meno complesso: Stati Uniti e Europa hanno una visione comune della governance globale e hanno, soprattutto, l'interesse a scrivere un impianto di regole prima che a farlo sia una potenza emergente come la Cina. Da questo punto di vista ai tecnici dei trattati manca solo l'input politico sul come scrivere le regole: l'esempio più chiaro è quello che riguarda la tutela dei lavoratori. Washington è d'accordo con Bruxelles sui principi, ma non vuole che l'intesa passi per la ratifica delle convenzioni Ilo. "E' una questione di forma, più che di sostanza", spiega una fonte. Come a dire che per gli Stati Uniti gli accordo sottoscritti davanti all'Organizzione internazionale del lavoro sono condivisibili nella sostanza, ma non nella loro forma. Serve quindi uno sforzo comune per trovare un'intesa sui termini.
Il secondo fronte è quello della regolamentazione e della definizione dello standard dei prodotti. L'intesa politica su questo fronte è praticamente totale. La volontà è di garantire il livello più alto su entrambe le sponde dell'Atlantico: in questo senso, quindi, la difficoltà è puramente tecnica. Insomma, una questione di pazienza: gli sherpa devono mettersi a tavolino per scrivere tutti i dettagli, dalla dimensione degli specchietti per le auto alle cinture di sicurezza. Una lavoro mastodontico, ma che non dovrebbe presentare incognite.
Il vero problema concerne l'accesso ai mercati. Sulle tariffe è stato raggiunto un accordo per la liberalizzazione del 97% dei prodotti, lo stesso vale per i servizi. Il problema vero - sottolineano gli addetti ai lavori - riguarda gli appalti pubblici e l'agricoltura. Dopo oltre due anni di trattative le parti si sono scambiate una sola offerta, due mesi fa, sul tema appalti. Un tema sul quale la Germania si mostra piuttosto indifferente, ma che per la Commissione europea è cruciale per creare posti di lavoro. Gli americani - in un'ottica di piena reciprocità - non hanno problemi a riconoscere il libero accesso alle loro gare, ma non hanno intenzione di derogare alla legge "buy american": in sostanza chiunque può aggiudicarsi un appalto, ma il 50% dei prodotti utilizzati per i lavori deve essere americano. Come a dire che un'impresa europea per costruire un autostrada americana dovrebbe utilizzare solo cemento a stelle e strisce.
Una condizioni inaccettabile per Bruxelles perché discrimina i prodotti europei, non crea lavoro nel Vecchio continente e non alimenta il Pil. Utile, quindi, solo per le multinazionali, ma in contrasto con gli obiettivi dichiarati dal Ttip che punta a una crescita dell'economia - a regime - nell'ordine di 120 miliardi di euro con l'aumento dell'occupazione. Dal punto di vista politico è proprio questa la difficoltà maggiore: quante concessioni è disposta a fare la Ue sul fronte dell'agricoltura e della tutela dei nomi in cambio dell'accesso ai mercati? Se gli Usa hanno un atteggiamento offensivo sul fronte alimentare, su quello degli appalti pubblici giocano con il "catenaccio". Ma senza una tutela delle denominazioni Igp e Doc, i prodotti europei che competono sulla qualità anziché sui prezzi ne uscirebbero ancora più danneggiati.
"Credo che per il Ttip ci sarà ancora molto da attendere, almeno fino al 2020, i dossier aperti sono ancora troppi e con le primarie c'è un rallentamento", dice l'europarlamentare del Pd, Paolo De Castro, già ministro delle Politiche agricole che poi aggiunge: "Il Parlamento europeo non accetterebbe un accordo al ribasso, per l'Italia l'intesa sull'agricoltura sarebbe importantissima, soprattutto per contrastare il fenomeno dell'italian sounding. Basti pensare che negli Usa nove prodotti su dieci venduti come italiani in realtà non lo sono". Sulla stessa lunghezza d'onda il vice-cancelliere e ministro dell'Economia tedesco Sigmar Gabriel che considera possibile l'ipotesi di un fallimento delle trattative: "Gli Usa devono essere pronti a mettere al centro della questione il motivo per cui un tale trattato si firma, l'apertura dei mercati".
Lo scontro su agricoltura e investimenti.
Lo stesso ambasciatore americano presso l'Unione europea, Anthony Gardner, ammette che sulle denominazioni "c'è un disaccordo" perché "tanti nomi sono diventati nomi generici di fatto, come per esempio mozzarella prodotto da tante imprese familiari italo-americane, e non solo, che hanno il pieno diritto di utilizzare questo nome. Lo stesso vale per esempio per la 'feta'. Non si tratta di denominazioni legate ad una regione o a una città. L'interesse principale per gli esportatori europei - prosegue Gardner - è evitare la pubblicità menzognera negli Stati Uniti. Non è una preoccupazione per assicurarsi che tutti i prodotti venduti con nomi italiani siano protetti perché questo non avverrà mai. Ma se ci riferiamo alla pubblicità menzognera riguardo l'etichettaggio, l'imballaggio, l'uso di bandierina e lingua italiana lì c'é tutto un discorso da fare".
Altro nodo fondamentale da sciogliere riguarda il meccanismo di risoluzione delle controversie tra investitori (Isds), visto con preoccupazione in Europa perché considerato come un elemento di possibile revisione degli standard europei in materia di salute e ambiente. L'Ue per la prima volta ha posto il tema sul tavolo a febbraio nel round di negoziati di Bruxelles, con gli Stati Uniti che lo stanno ancora valutando. Insomma, la strada resta in salita, ma l'obiettivo dei negoziatori è arrivare a un testo consolidato entro luglio.
Lo sanno le cancellerie di tutta Europa, la Casa Bianca e soprattutto gli sherpa di Bruxelles che da mesi lavorano senza sosta per limare i dettagli in modo da essere pronti quando mai arrivasse l'intesa politica tra le due sponde dell'Atlantico. Alla vigilia del tredicesimo round di negoziati - in agenda a New York da lunedì fino a venerdì - le parti sono ancora lontane. E la distanza tra i due alleati rischia adesso di spaccare l'Unione europea: d'altra parte uno dei punti più controversi del trattato riguarda l'agricoltura e la protezione delle denominazione d'origine. Un tema caro a Italia, Francia e Spagna, ma che in Germania, così come nei Paesi nordici, non è così caldo.
L'inchiesta. Il trattato globale che fa paura al mondo
Il presidente Usa, Barack Obama, ne è consapevole e potrebbe approfittarne. Domenica sarà ad Hannover dove incontrerà i leader di Germania, Francia, Italia e Gran Bretagna: di certo proverà a convincere Angela Merkel ad accettare un Ttip "leggero". Un'offerta che Berlino potrebbe apprezzare, ma che già incontra il veto di Parigi e Londra. "La Francia può sempre dire no" ripete come un mantra il presidente francese Francois Hollande: "Abbiamo posto le nostre condizioni e vogliamo che siano rispettate". Condizioni che ricalcano quelle italiane: reciprocità, trasparenza, sicurezza alimentare, libero accesso al mercato pubblico.
Infografica. I numeri del Ttip
D'altra parte il trattato si basa su tre pilastri: l'accesso ai mercati; la cooperazione regolamentare e le regole globali. E ognuno dei tre ha i suoi tempi. L'ultimo è - paradossalmente - il meno complesso: Stati Uniti e Europa hanno una visione comune della governance globale e hanno, soprattutto, l'interesse a scrivere un impianto di regole prima che a farlo sia una potenza emergente come la Cina. Da questo punto di vista ai tecnici dei trattati manca solo l'input politico sul come scrivere le regole: l'esempio più chiaro è quello che riguarda la tutela dei lavoratori. Washington è d'accordo con Bruxelles sui principi, ma non vuole che l'intesa passi per la ratifica delle convenzioni Ilo. "E' una questione di forma, più che di sostanza", spiega una fonte. Come a dire che per gli Stati Uniti gli accordo sottoscritti davanti all'Organizzione internazionale del lavoro sono condivisibili nella sostanza, ma non nella loro forma. Serve quindi uno sforzo comune per trovare un'intesa sui termini.
Il secondo fronte è quello della regolamentazione e della definizione dello standard dei prodotti. L'intesa politica su questo fronte è praticamente totale. La volontà è di garantire il livello più alto su entrambe le sponde dell'Atlantico: in questo senso, quindi, la difficoltà è puramente tecnica. Insomma, una questione di pazienza: gli sherpa devono mettersi a tavolino per scrivere tutti i dettagli, dalla dimensione degli specchietti per le auto alle cinture di sicurezza. Una lavoro mastodontico, ma che non dovrebbe presentare incognite.
Il vero problema concerne l'accesso ai mercati. Sulle tariffe è stato raggiunto un accordo per la liberalizzazione del 97% dei prodotti, lo stesso vale per i servizi. Il problema vero - sottolineano gli addetti ai lavori - riguarda gli appalti pubblici e l'agricoltura. Dopo oltre due anni di trattative le parti si sono scambiate una sola offerta, due mesi fa, sul tema appalti. Un tema sul quale la Germania si mostra piuttosto indifferente, ma che per la Commissione europea è cruciale per creare posti di lavoro. Gli americani - in un'ottica di piena reciprocità - non hanno problemi a riconoscere il libero accesso alle loro gare, ma non hanno intenzione di derogare alla legge "buy american": in sostanza chiunque può aggiudicarsi un appalto, ma il 50% dei prodotti utilizzati per i lavori deve essere americano. Come a dire che un'impresa europea per costruire un autostrada americana dovrebbe utilizzare solo cemento a stelle e strisce.
Una condizioni inaccettabile per Bruxelles perché discrimina i prodotti europei, non crea lavoro nel Vecchio continente e non alimenta il Pil. Utile, quindi, solo per le multinazionali, ma in contrasto con gli obiettivi dichiarati dal Ttip che punta a una crescita dell'economia - a regime - nell'ordine di 120 miliardi di euro con l'aumento dell'occupazione. Dal punto di vista politico è proprio questa la difficoltà maggiore: quante concessioni è disposta a fare la Ue sul fronte dell'agricoltura e della tutela dei nomi in cambio dell'accesso ai mercati? Se gli Usa hanno un atteggiamento offensivo sul fronte alimentare, su quello degli appalti pubblici giocano con il "catenaccio". Ma senza una tutela delle denominazioni Igp e Doc, i prodotti europei che competono sulla qualità anziché sui prezzi ne uscirebbero ancora più danneggiati.
"Credo che per il Ttip ci sarà ancora molto da attendere, almeno fino al 2020, i dossier aperti sono ancora troppi e con le primarie c'è un rallentamento", dice l'europarlamentare del Pd, Paolo De Castro, già ministro delle Politiche agricole che poi aggiunge: "Il Parlamento europeo non accetterebbe un accordo al ribasso, per l'Italia l'intesa sull'agricoltura sarebbe importantissima, soprattutto per contrastare il fenomeno dell'italian sounding. Basti pensare che negli Usa nove prodotti su dieci venduti come italiani in realtà non lo sono". Sulla stessa lunghezza d'onda il vice-cancelliere e ministro dell'Economia tedesco Sigmar Gabriel che considera possibile l'ipotesi di un fallimento delle trattative: "Gli Usa devono essere pronti a mettere al centro della questione il motivo per cui un tale trattato si firma, l'apertura dei mercati".
Lo scontro su agricoltura e investimenti.
Lo stesso ambasciatore americano presso l'Unione europea, Anthony Gardner, ammette che sulle denominazioni "c'è un disaccordo" perché "tanti nomi sono diventati nomi generici di fatto, come per esempio mozzarella prodotto da tante imprese familiari italo-americane, e non solo, che hanno il pieno diritto di utilizzare questo nome. Lo stesso vale per esempio per la 'feta'. Non si tratta di denominazioni legate ad una regione o a una città. L'interesse principale per gli esportatori europei - prosegue Gardner - è evitare la pubblicità menzognera negli Stati Uniti. Non è una preoccupazione per assicurarsi che tutti i prodotti venduti con nomi italiani siano protetti perché questo non avverrà mai. Ma se ci riferiamo alla pubblicità menzognera riguardo l'etichettaggio, l'imballaggio, l'uso di bandierina e lingua italiana lì c'é tutto un discorso da fare".
Altro nodo fondamentale da sciogliere riguarda il meccanismo di risoluzione delle controversie tra investitori (Isds), visto con preoccupazione in Europa perché considerato come un elemento di possibile revisione degli standard europei in materia di salute e ambiente. L'Ue per la prima volta ha posto il tema sul tavolo a febbraio nel round di negoziati di Bruxelles, con gli Stati Uniti che lo stanno ancora valutando. Insomma, la strada resta in salita, ma l'obiettivo dei negoziatori è arrivare a un testo consolidato entro luglio.