MILANO - Warren Buffett fa shopping in Italia e mette le mani sulle cucine Angelo Po di Carpi: un'operazione che l'oracolo di Omaha ha concluso attraverso l'americana Marmon Food - controllata dalla holding Berkshire Hathaway - che ha acquistato il 100% della società modenese attiva nel settore degli impianti per la ristorazione professionale. Le attività di Angelo Po e Marmon sono state ritenute complementari: da un punto di vista geografico gli italiani potranno aprirsi al mercato americano aumentando anche la propria offerta. La produzione sarà mantenuta a Carpi e Ascoli Piceno, mentre Rossella Po continuerà a ricoprire il ruolo di presidente, tuttavia si tratta dell'ennesimo marchio storico del made in Italy che lascia la Penisola sotto i colpi di capitali internazionali.
Angelo Po, infatti, è un'azienda che in 94 anni ha contribuito a scrivere la storia economica delle pmi nostrane e in particolare del distretto carpigiano. Dagli esordi del secolo scorso il gruppo è arrivato a contare 450 dipendenti con tre unità produttive in Italia e 4 filiali estere: nel 2015 ha chiuso il bilancio con un fatturato consolidato di circa 83 milioni. Eppure nonostante i numeri di tutto rispetto per una media impresa italiana, a farsi avanti per sostenere la crescita del gruppo sono stati solo imprenditori internazionali: prima i giapponesi, poi gli americani che si sono aggiudicati il controllo delle cucine italiane.
Il cuore e la mente - giurano da Carpi - resteranno in Italia, ma i capitali saranno esteri. Un ritornello che in Italia si sente sempre più spesso. E d'altra parte le fila dei marchi storici migrati oltreconfine si ingrossano sempre di più. A gennaio ha lasciato la Penisola l'Editrice giochi - proprietaria del Risiko - per approdare in Canada, ma alla fine dello scorso anno era toccato a Pininfarina riaprire il capitolo dei grandi marchi italiani passati all'estero, che negli ultimi anni è stato aggiornato con nomi quali Krizia, Lamborghini, Ducati (gruppo Volkswagen) e in tempi recenti, anche da piccole case ex-artigianali come la gelateria Grom.
Per non citare il cemento bergamasco dei Pesenti, Italcementi, passato ai tedeschi o Pirelli che è controllata ormai dai cinesi. Tutti episodi che hanno risollevato il vespaio di chi ritiene che l'Italia stia perdendo competitività e know how, contro coloro che sostengono la globalizzazione dei capitali senza bandiere nazionali e passaporti, come ha sostenuto lo stesso presidente di Pininfarina.
Ovviamente i settori che fanno più gola agli investitori stranieri sono quelli che maggiormente caratterizzano il Made in Italy. Moda e alimentare, dunque, non possono che recitare la parte del leone. Un catalogo aggiornato alla fine del 2013 da Eurispes e Uil ha raccolto una selezione di 130 importanti marchi, che in un vent'ennio hanno cambiato le proprietà. Il database ha messo in evidenza che proprio l'alimentare e le bevande (43 operazioni) dominano la classifica, seguiti da abbigliamento-moda (26), automazione-meccanica (16) e arredo-casa (9); sono state registrate altre 36 aziende nella categoria "altro", riguardanti i comparti della chimica, edilizia, telecomunicazioni, design, energia e gas e altre.
Angelo Po, infatti, è un'azienda che in 94 anni ha contribuito a scrivere la storia economica delle pmi nostrane e in particolare del distretto carpigiano. Dagli esordi del secolo scorso il gruppo è arrivato a contare 450 dipendenti con tre unità produttive in Italia e 4 filiali estere: nel 2015 ha chiuso il bilancio con un fatturato consolidato di circa 83 milioni. Eppure nonostante i numeri di tutto rispetto per una media impresa italiana, a farsi avanti per sostenere la crescita del gruppo sono stati solo imprenditori internazionali: prima i giapponesi, poi gli americani che si sono aggiudicati il controllo delle cucine italiane.
Il cuore e la mente - giurano da Carpi - resteranno in Italia, ma i capitali saranno esteri. Un ritornello che in Italia si sente sempre più spesso. E d'altra parte le fila dei marchi storici migrati oltreconfine si ingrossano sempre di più. A gennaio ha lasciato la Penisola l'Editrice giochi - proprietaria del Risiko - per approdare in Canada, ma alla fine dello scorso anno era toccato a Pininfarina riaprire il capitolo dei grandi marchi italiani passati all'estero, che negli ultimi anni è stato aggiornato con nomi quali Krizia, Lamborghini, Ducati (gruppo Volkswagen) e in tempi recenti, anche da piccole case ex-artigianali come la gelateria Grom.
Per non citare il cemento bergamasco dei Pesenti, Italcementi, passato ai tedeschi o Pirelli che è controllata ormai dai cinesi. Tutti episodi che hanno risollevato il vespaio di chi ritiene che l'Italia stia perdendo competitività e know how, contro coloro che sostengono la globalizzazione dei capitali senza bandiere nazionali e passaporti, come ha sostenuto lo stesso presidente di Pininfarina.
Ovviamente i settori che fanno più gola agli investitori stranieri sono quelli che maggiormente caratterizzano il Made in Italy. Moda e alimentare, dunque, non possono che recitare la parte del leone. Un catalogo aggiornato alla fine del 2013 da Eurispes e Uil ha raccolto una selezione di 130 importanti marchi, che in un vent'ennio hanno cambiato le proprietà. Il database ha messo in evidenza che proprio l'alimentare e le bevande (43 operazioni) dominano la classifica, seguiti da abbigliamento-moda (26), automazione-meccanica (16) e arredo-casa (9); sono state registrate altre 36 aziende nella categoria "altro", riguardanti i comparti della chimica, edilizia, telecomunicazioni, design, energia e gas e altre.