Millenni di calo del costo del denaro. I Qe della storia: dai Conquistadores a Draghi & C.
Roberto Petrini
Il costo del denaro nei secoli è crollato: dal 20 per cento nella Babilonia e nella Grecia del VII secolo avanti Cristo, al 10-12 nella Roma dell'Impero fino al 5 per cento di pochi anni fa. Adesso il valore è sotto zero
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ROMA - Affogheremo in un mare di liquidità e non potremo neanche sorreggerci con il salvagente dei tassi d'interesse ormai inesorabilmente negativi? Il sorprendente grafico di Bank of America e Merrill Lynch, pubblicato dal Financial Times, dà la misura paradossale della caduta del costo del denaro nei secoli: intorno al 20 per cento nella Babilonia e nella Grecia del VII secolo avanti Cristo, al 10-12 nella Roma dell'Impero. Tornarono al top durante lo sviluppo dell'Ottocento e negli Anni Settanta dello scorso secolo con i due shock petroliferi e lo scoppio dell'inflazione. Ma il vero quantitative easing dell'antichità avvenne nel 1554 quando i Conquistadores scoprirono in Perù l'immenso giacimento di argento sulla montagna del Potosì: in un secolo arrivarono in Europa 16 mila tonnellate di argento, placarono la fame di contante ed, effettivamente, accesero lo sviluppo economico del Seicento. L'espansione monetaria ebbe effetto sui tassi d'interesse: tanto per fare un esempio, i rendimenti delle obbligazioni olandesi che all'inizio del Cinquecento stavano al 20 per cento, circa un secolo dopo di collocavano stabilmente intorno al 5 per cento.
Il calo del costo del denaro in cinquemila anni: mai così in basso
Difficile fare paragoni con l'oggi, come in fin dei conti suggerisce il Financial Times, ma certo le operazioni non convenzionali di moneta a buon mercato e di acquisto di assets da parte delle banche centrali hanno inondato il pianeta di liquidità: dal 2007-2008, quando cominciò la crisi, le banche centrali hanno cominciato a stampare moneta utilizzando le operazioni di quantitative easing. Cominciò la Fed che è arrivata a detenere attivi (cioè a comprare titoli vari contro moneta sonante) pari al 25 per cento del Pil, seguirono la Bank of England, la Bank of Japan (attivi di oltre il 70 per cento) e la Bce di Mario Draghi: più o meno nel sistema sono stati immessi, in un modo o nell'altro, circa 10 mila miliardi di dollari.
Così dal 20 per cento che garantivano le solide obbligazioni olandesi del Cinquecento e, per venire a noi, ai Bot degli Anni Settanta siamo scesi ai tassi negativi: in Europa, Germania compresa, la metà dei titoli di Stato rende sotto zero, circa 2.800 miliardi di euro su 5.600 emessi dai maggiori dodici paesi. L'obiettivo è quello di far tornare a crescere i prezzi e l'economia ma intanto si vive in un mondo diverso: secondo la stessa Bce il risparmiatore italiano è il più colpito con una perdita del 5 per cento sugli interessi percepiti (contro il 3,2 dell'Eurozona), perché nel nostro paese c'è maggiore ricchezza finanziaria e meno indebitamento. Ma c'è un rischio maggiore: che i tassi d'interesse sottozero siano, non solo l'effetto dell'abbondanza, ma anche lo specchio di un sistema dove il denaro non trova più occasioni di investimento remunerativo. Non resta che raccomandarci agli investimenti, alle tecnologie, agli spiriti animali degli imprenditori e ad una sana rotta di riforme da parte dei governi.